Arrivo
in ufficio trafelata e in ritardo, ho una presentazione con un gruppo
di tirocinanti dopo la pausa pranzo e ieri avevo fatto stampare le
dispense che Jim, al terzo piano, si è dimenticato di mettere sulla mia
scrivania, motivo per cui sono dovuta passare assolutamente a prenderle.
Non tanto perché mi andasse, c’è Irina per queste cose, ma Edward, con
una mail di stanotte, si è raccomandato di apportare delle modifiche
personalizzate ad ogni dispensa. In sostanza vuole che faccia come i
compiti in classe del liceo, un giudizio personale per ogni tirocinante
che sarà presente alla riunione. Mi ha lasciato degli spunti nella
lunghissima mail di stanotte e io devo trovare il tempo di aggiungere a
penna un discorso sensato sulla base delle sue parole guida. Si può
fare. Lo posso fare durante la pausa pranzo, che anche oggi passerò in
ufficio con un tramezzino e un caffè che diventerà freddo. Fantastico.
Alice all’entrata mi ha squadrata dalla testa ai piedi e, se non fosse
stato per alcune persone al bancone, avrebbe di sicuro iniziato una
raffica di domande su ieri sera. Ringrazio i clienti del primo mattino!
Ho trovato anche Emmett alla macchinetta del caffè, mentre se ne serviva
una tazza mi ha sorriso, uno di quei sorrisi di chi sa o immagina i
dettagli più piccanti della faccenda. Maledizione. Ma la cosa peggiore è
stata trovare Angela seduta sulla mia sedia nel suo ufficio, le braccia
incrociate e un’espressione curiosa.
«Che diavolo è successo ieri sera?»
«Buongiorno anche a te Angy, scusa per il ritardo! Ci sono state
telefonate per me?» Ignoro volutamente la sua domanda, appoggio le mie
cose e tolgo il cappotto. Il telefono nella borsa emette un bip, chiaro
segno che le mail di lavoro cominciano ad arrivare.
«Non mi sposto da qui finché non mi spieghi cosa è successo con Edward.
Quando te ne sei andata era una furia, si è seduto sul divano e non ha
parlato con nessuno, era anche abbastanza sofferente. Jasper ha dovuto
dargli gli antidolorifici, che ovviamente Edward ha rifiutato finché
Rosalie gli ha gridato contro che era un bambino capriccioso. Insomma,
mi vuoi spiegare?»
«No, ovviamente. Se avessi voluto farlo sarei rimasta in quella casa a
dare spiegazioni invece che andarmene e, se avessi voluto farlo, avrei
risposto alla tua prima domanda. Cosa che non ho fatto. Non ho
intenzione di dire una sola parola. Ora, per cortesia, torna alla tua
scrivania che ho troppo lavoro da affrontare per una sola giornata.»
Non so se il tono usato sia stato scortese, arrabbiato e intimidatorio,
ma Angela si alza dalla mia sedia e prende posto dietro alla sua
scrivania in silenzio e scocciata. Inizia così bene la mia giornata di
lavoro! Rispondo al telefono, invio una quantità spropositata di mail,
mi concentro a pieno su riunioni, meeting e nuove idee per i progetti da
portare avanti. Quando finalmente esco dall’ufficio sono sfinita,
sconsolata e assonnata.
Così passano uguali tutte le mie giornate di lavoro: mail su mail,
telefonate, clienti, riunioni e milioni di domande da parte di Angela in
ogni secondo disponibile. Edward l’ho sentito solo attraverso le mail
di lavoro, ed è stata una fortuna. Durante la settimana ho sognato cose
indicibili. Lui completamente nudo sul suo letto, con le luci della
città a illuminare la stanza buia e io a guardarlo mentre si da piacere,
ferma ai bordi del letto. Inutile dire che mi ritrovavo ansimante e
boccheggiante in cerca d’aria solo per colpa della mia fantasia. Era ora
di mettere qualche distanza con quell’uomo. La fortuna ha voluto girare
dalla mia parte. Nessun lavoro straordinario, nessun problema
interplanetario, nessun caso difficile da sottoporgli. E’ andato tutto a
meraviglia.
Il week-end, di mezzo, è volato. Jasper è passato a trovarmi, è stato
con me a bere un caffè e sgranocchiare biscottini acquistati in una
pasticceria poco lontana da casa. Mi ha parlato di come sta Rosalie,
delle sue giornate non poi tanto noiose dato che doveva occuparsi di due
malati e si è lasciato scappare, qui e là, qualche commento su Edward.
Così dal mio amico avevo appreso quale fosse lo stato d’animo e come
stessero progredendo le ferite del mio capo. Ho rinominato il suo nome
sul telefono, vedere il suo nome scritto in chiaro mi rendeva le cose
più difficili ogni volta che arrivava un messaggio di lavoro. Boss adesso era il suo nome.
Nessuno aveva accennato nulla riguardo a un possibile ritrovo per la
pizza, immaginavo che Angela fosse impegnata con Seth, Alice ed Emmett
in qualche locale a rimorchiare e beh… il resto dei partecipanti del
gruppo ignoravo bellamente cosa facessero.
Quindi quando mi svegliai, stamani, ero convinta di restare a casa, per
l’ennesima sera, a crogiolarmi nella mia solitudine. Quando arrivo in
ufficio i miei amici sono tutti attorno al banco della reception di
Alice, chiacchierano allegri e tra le loro parole sento chiaramente
alcuni nomi di pizzerie che conosco. Mi avvicino sorridendo.
«Ehilà! Allora pizza stasera? Casa mia come al solito?» Mi appoggio in
un angolo del bancone e non appena recepiscono le mie parole si
bloccano, tutti e quattro con occhi sgranati dallo stupore.
«Che succede? Avete delle facce strane!»
«No, Bella! Ecco… Vorremo tanto mangiare la pizza con te stasera ma…»
«Io e Angela abbiamo degli impegni. Sì, stavamo progettando di prenderci
una pizza e starcene a casa da soli, non abbiamo voglia di cucinare e…»
«Sì, bella idea! Io e Emmett invece andremo in quel locale nuovo, l’hanno inaugurato due settimane fa!»
Parlavano uno sopra l’altro, si affrettavano, le voci erano agitate e si guardavano ansiosi.
«Ditemi cosa succede o giuro che non vi parlerò più per il resto della vita.»
«Niente Bella, te l’abbiamo detto, stasera abbiamo già dei progetti!»
«Non sono stupida. Vi leggo in faccia che c’è dell’altro. Avanti ditemelo!»
Angela e Alice si guardano tra loro, indecise se parlare oppure no, Seth
non smuove gli occhi dalla parete dietro alle spalle di Alice e Emmett…
beh lui mi guarda fissa negli occhi.
«Siccome sono tutti dei fifoni te lo dico io. Edward ci ha invitato a mangiare la pizza nel suo appartamento. Stasera.»
Il silenzio cala su tutti e cinque e lo spiazzamento che avverto è
totale. E’ come se una porta mi fosse rimbalzata addosso chiudendosi. Ahia.
Volto le spalle ai miei amici e salgo in ufficio da sola. Il mio
ticchettio dei tacchi sul pavimento mi tiene compagnia, fino ad arrivare
alla scrivania di Irina. Mi faccio lasciare i messaggi e le dico di
darmi l’elenco degli appuntamenti per la giornata. Sfoglio i messaggi
che ho ricevuto dall’inizio della mattinata e mi accorgo che in fondo,
prima dell’ultimo messaggio, ce ne è uno di Edward.
“Cullen ti ricorda che oggi alle sei e mezzo dovrai presenziare a
una riunione in una azienda di Manhattan, ha detto che hai l’indirizzo
sulla mail delle nove e un quarto di stamani. Dice anche di tenerlo
aggiornato sugli sviluppi dato che è un potenziale cliente.”
Il pensiero che lui avesse chiamato la sua segretaria, avesse lasciato
un messaggio del genere mi fece inviperire. La rabbia era tanta. Se
voleva ricordarmelo poteva mandarmi un messaggio, una mail, poteva
telefonare. Invece aveva deciso di tenersi bene alla larga. Il che era
quello che desideravo… certamente, non fino a questo punto però!
Sbatto i fogli con poca grazia sulla scrivania e do un’occhiata agli
appuntamenti della giornata, proprio mentre stavo accendendo il computer
Angela entra nell’ufficio con la faccia abbattuta.
«Mi dispiace-» La stronco subito con una mano alzata.
«Non dire nulla. Non sono stata invitata. Me la sono cercata. Fine delle discussioni. Mettiamoci al lavoro!»
A chi volevo darla a bere? Ero incazzata proprio perché lui aveva
invitato i suoi amici e non me. Alla fine mi aveva rubato l’unica cosa
che mi era rimasta. Non avevo mai pensato che per colpa di un bacio
potessi perdere tutto, eppure era successo.
Lavoro intensamente tutto il giorno, avevo imparato a lasciare i
problemi fuori dalla vita professionale molto tempo prima. Quando ero
all’università e non riuscivo a concentrarmi sui libri chiudevo gli
occhi e mi ripetevo milioni di volte che dovevo concentrarmi, che dovevo
lasciare fuori tutto quanto. Poi migliorai con gli anni. Imparai ad
essere più fredda, a mettere una maschera, a lasciarmi andare solamente
al caldo di una coperta, nel buio della notte, chiusa in camera mia. Mi
imposi che le distrazioni dovevano interferire con la mia vita solo e
unicamente prima di addormentarmi. E così ero andata avanti. I ricordi
arrivavano, spingevano nella mia mente, ma li chiudevo fuori.
Ero sempre stata brava a lasciare fuori le emozioni, negli ultimi anni.
Da quando mio fratello mi aveva ferita più di ogni altra cosa al mondo,
mi ero fatta forza, una forza inaudita e avevo voltato le spalle a
chiunque, a qualunque cosa.
Mi affretto ad uscire dall’ufficio, senza salutare nessuno, salgo in
macchina e inserisco nel navigatore l’indirizzo della società che mi
attendeva a Manhattan.
Il cellulare prende a squillare sul sedile al mio fianco, Boss
lampeggia sul display e io lo ignoro volutamente; quando smette quella
suoneria irritante, che avevo cambiato proprio quella mattina in un
raptus di rabbia, il tempo per riprendermi è breve perché suona una
seconda volta e poi una terza. Guidando mi imponevo di non rispondere,
di ignorare quel suono stridulo e fastidioso. Tolgo la suoneria una
volta parcheggiata l’auto all’interno del garage sotterraneo. Salgo
grazie ad una guardia addetta al parcheggio, vengo accompagnata da una
segretaria in una sala riunioni e attendo che il capo arrivi.
L’incontro si svolge secondo i canoni: parliamo di obiettivi, costi,
target, prodotti e punti di forza del marchio. Ero interessata alla
sfida e questa sembrava proprio pane per i miei denti.
L’amministratore delegato, durante tutta la riunione, mi aveva elogiato,
mi fece mille complimenti e, una volta finita la riunione, tenta di
invitarmi a cena ma rifiuto, adducendo la scusa di essere già
piacevolmente impegnata. Scusa che funzionava sempre e che teneva alla
larga le persone insistenti al primo colpo.
Quando ci salutiamo mi stringe la mano e la tiene più vicina del previsto.
“Il signor Cullen mi ha parlato molto bene di lei. Quando l’ho chiamato e
mi ha comunicato che ci sarebbe stata lei a questo incontro, subito mi
sono mostrato preoccupato ma il suo capo ha un’altissima considerazione
della sua assistente. Deve essere magnifico lavorare in un team come il
vostro. Immagino che sarà a dir poco stimolante e piacevole.”
Calca il tono roco sull’ultima parola, ammicca e mi lascia la mano, per
fortuna. Non osavo rispondere, anche perché ogni parola sensata era
finita dritta nel cesso dopo le sue allusioni. Entro in ascensore con un
sorriso cristallizzato sul volto. Aveva insinuato che eravamo un ottima
coppia anche nella vita privata oltre che sul lavoro… o aveva capito
male?
Mi accompagna in garage lo stesso team di quando sono arrivata, la mia
macchina mi da subito un senso di sicurezza mai provato prima ed ero
felice di allontanarmi da quello stabile. Fuggire da quelle insinuazioni
che non portavano altro che rimpianti nella mia mente. Erano ormai le
otto, troppo tardi per fermarmi in ufficio e lasciare un po’ di lavoro
che non sarei riuscita a terminare a casa; questo voleva dire che dovevo
assolutamente ricordarmi, il mattino dopo, tutto il materiale o
sarebbero stati guai.
Con il traffico cittadino ci impiego quasi tre quarti d’ora ad arrivare
nel parcheggio. Salgo le scale e mi fiondo nell’appartamento. La casa
vuota, buia e fredda mi ricorda cosa stanno facendo i miei amici in quel
momento e dove si trovano in quel preciso istante. Un nodo mi si forma
in gola e le lacrime si precipitano nei miei occhi, pronte a sgorgare.
Ma no, non avrei pianto per questo. Desideravo davvero passare una
serata insieme a loro, come una volta: una pizza, un dolce e litri di
birra che innaffiavano le nostre chiacchiere.
Presa da quel buio pensiero, solo mentre stavo infilando i vestiti in
lavatrice mi ricordo che il telefono era ancora muto da prima, corro a
mettere la suoneria nel caso qualcuno avesse bisogno di me e mi accorgo
di altre tre chiamate e due messaggi. Uno era di Edward, l’altro di
Angela.
“Edward si sta chiedendo com’è andato l’incontro con il cliente, ha
detto di chiamarlo appena sei in macchina. Noi ci vediamo domani, pizza
da te?”
“Puoi far sapere al tuo capo cosa è successo alla riunione, PER FAVORE?”
La prepotenza con cui era stato scritto il messaggio non mi è certo
sfuggita. Lascio perdere momentaneamente il messaggio di Angela e
rispondo a Edward.
“Tutto bene. Abbiamo un nuovo cliente. Domattina ti manderò una mail dettagliata con gli appunti e gli accordi presi.”
Le parole dell’amministratore delegato sentite poche ore prima risuonano
nelle mie orecchie. Di certo non può parlare male di me come
assistente, faccio tutto quello che vuole, mi comporto bene e sono
sempre professionale. Non ho fatto ancora un errore, sono sempre
puntuale e, anzi, faccio un sacco di straordinari.
Non risponde al messaggio, come sospettavo, e finalmente posso
rilassarmi sul divano con un sacchetto di nachos e del formaggio, una
birra e un film demenziale alla tv. E vaffanculo anche al lavoro per
stasera.
Sono al lavoro da due ore quando Angela mi raggiunge in ufficio con un grande sorriso sulle labbra.
«Chiedimi se sono felice?»
«Sei felice?»
«Tanto! Siamo finiti per il secondo trimestre consecutivo sulla rivista
@Marketing con cinque stelle. Le fluttuazioni della borsa ci danno al
rialzo e se tutto va bene apriremo le porte al nuovo anno con una
dozzina di clienti nuovi e milioni e milioni di dollari incassati. Non
sei felice anche tu?» Parlava proprio come se fosse lei il capo.
«Sono felice, certo! Come mai sei arrivata così tardi?»
«Oh, stamattina sono passata presto per prendere dei resoconti
bimestrali, dovevo portarli a Edward dato che non ha molto da fare e
voleva tenersi occupato. Mi ha detto di passargli il file della tua
tesi, così lo legge e ti manda alcuni aggiustamenti se necessitano. Dice
anche che dovresti mandargli in pdf le slide che hai aggiornato dei
nuovi clienti e le nuove idee sviluppate per i due progetti che stai
seguendo ora.»
«Mi ha mandato una mail stamattina, rispondendo “Ho preso visione degli
accordi di ieri. Buon lavoro.” Non poteva aggiungere tutte queste cose
in coda? No. Certo. Adesso mi snobba! Ma vaffanculo!» Sono proprio
incazzata. Angela mi guarda confusa e si siede alla scrivania.
«Bella, non ti ho mai vista così arrabbiata. Calmati. Mi fai paura.»
«Non hai ancora visto nulla. Questo è niente in confronto a come diventerò se quel deficiente continuerà a comportarsi così.»
«Ero lì e ha preferito dirlo a me a voce, così… Insomma non lo so. Però non è una cosa per cui incazzarsi.»
«No, certo. Figurati.» Sbatto il pugno sul legno della scrivania e
chiudo gli occhi. «Ci siamo baciati. E’ stato molto più di un semplice
bacio e mi sono solo voluta nascondere fino adesso. C’è sempre stata un
po’ di attrazione tra me e Edward. Durante le riunioni più volte è
capitato che i nostri occhi si fermassero per brevi secondi e… insomma
sentivo caldo, tanto caldo. Ogni volta che mi faceva entrare nel suo
ufficio… Lasciamo stare!» Sciolgo i capelli raccolti in una coda di
cavallo e ci passo le dita in mezzo. «Mercoledì scorso dopo tanto
flirtare in ospedale e per telefono ci siamo baciati. Mi sono resa conto
di aver fatto una cazzata e me ne sono andata. E adesso lui si comporta
così.» Le spiego allargando le braccia, come se fosse evidente per
tutti lo stress di cui mi stava caricando.
Angela resta in silenzio, pietrificata dietro alla scrivania e mi rendo
conto della sua faccia stupita solo nel momento in cui apro gli occhi e
li punto su di lei, infiniti minuti dopo.
Sconsolata scuote la testa e non sa cosa dire.
«Puoi dire ciò che vuoi. So di essere stata una grandissima cretina. Che
avrei dovuto parlare invece che scappare. Ma è Edward Cullen, il mio
capo. Non volevo arrivare a questo… e invece ci sono arrivata
ugualmente.»
«Chiamalo, chiedigli scusa. Vai da lui.»
«Si certo. Come no! Bella idea!» Dico sarcastica, mentre preparo un file pdf con tutti i documenti nuovi e lo allego a una mail.
«Quindi ora come farai?»
«Gli mando ciò che vuole, corredato da una mail abbastanza esplicativa
su ciò che deve finire immediatamente e spero solo di non fare altri
danni.»
Annuisce e si mette al lavoro, mentre penso a cosa scrivergli.
Boss, ti mando i file richiesti attraverso Angela. Ho aggregato
tutto in unico file perché fosse più semplice scorrere le novità. Ogni
argomento però ha un segnalibro diverso, c’è un indice se vuoi trovare
il topic più interessante.
A proposito di interessante, è notevole il fatto che non riesci a
scrivermi via mail ciò che devo fare e ti affidi a Irina o Angela,
evidentemente è molto facile trattenersi e limitarsi a scrivere due
righe sintetiche e fredde.
Una settimana fa me ne sono andata credendo che queste sarebbero state
le conseguenze di qualcosa che si incrinava tra noi, sperando di poter
prevenire. Mi accorgo invece che è capitato proprio ciò che volevo
evitare. Spero che d’ora in avanti non succeda più, se devi notificarmi
qualcosa, ti prego, parla direttamente con me.
Sintetica, chiara, precisa e determinata: in poche parole inappuntabile.
O per lo meno così credevo. Al rientro dalla pausa pranzo il computer
segnalava due mail, entrambe da Edward. Con un sospiro mi accinsi ad
aprire la prima, erano le modifiche ai file che gli avevo mandato. In un
paio d’ore aveva già svolto un lavoro di mezza giornata. Non vedeva
l’ora di tornare operativo ed io mi ero ben guardata dal tenerlo fuori
da ogni aggiornamento, ero stata proprio una scema.
La seconda mail invece conteneva del testo, semplice e chiaro testo.
Immagino di dover leggere Boss con una nota di simpatia, o non
l’avresti mai scritto, giusto? Non credo tu voglia ritrovarti a servire
caffè ancora una volta. Ho detto ad Angela di chiederti di mandarmi
anche la tua tesi, cosa che non è stata ancora recapitata come allegato
nella mia casella di posta elettronica, provvedi quanto prima. Ho tempo
da dedicare a molte cose dato che sono bloccato a casa. Detto ciò ti
ricordo che sei stata tu ad andartene, sei fuggita senza voler discutere
di quello che era successo… dimostrandomi quanto sei incline ad
affrontare i problemi. Sembrava non avessi molta voglia di interagire
con me ed io, semplicemente, ti sto accontentando.
Mi sta solo accontentando? Sono incline ad affrontare i problemi? Decisamente, non ha capito un cazzo di me!
Sbatto la testa sulla scrivania e dopo un attimo di esitazione riprendo a
lavorare, ignorando nella mente il richiamo di quella mail e tornando
all’efficienza professionale che mi caratterizza.
«Bella, stasera a che ora veniamo da te?» Quella domanda, nel bel mezzo
della mia creazione, mi distrae. Mi sono scordata di rispondere al
messaggio di Angela ieri. Non alzo neppure la testa e sospiro.
«Non se ne fa niente per stasera, Angy. Sono impegnata.» Non ricevo
risposta, solo silenzio nella stanza interrotto, di tanto in tanto, dal
respiro agitato della mia amica. Sì, sono arrabbiata anche con loro. Dal
momento che sono MIEI amici e ieri sera hanno preferito andare a casa
di Edward a mangiare la pizza anche se io non ero stata invitata. Sì,
sono molto arrabbiata. Quando finisco quello che mi sembra essere
l’ultimo dettaglio della slide spengo il computer, raccolgo le mie cose e
saluto Angela. A casa mi aspetta Poppy, e il lavoro arretrato che mi
sono portata a casa per non dover condividere l’ufficio con Angy.
Sento da lontano uno strano rumore, come se qualcuno bussasse alla
porta. Apro gli occhi di scatto e mi rendo conto di essere stesa sul
divano, con una coperta malamente messa sulle gambe, Poppy accovacciato
ai piedi del sofà e i fogli sparsi ovunque. Merda. Il rumore si ripete e
all’inizio credo che sia la televisione, ma è a volume bassissimo, e
stanno trasmettendo un quiz quindi non può esserci il rumore di qualcuno
che bussa. Afferro il telefono e controllo l’orario. Mezzanotte e
dieci. Convinta che il rumore sia qualcosa che non mi interessa mi
preoccupo di raccogliere i fogli e appoggiarli sul tavolino, proprio
quando sento di nuovo bussare. Cammino a piedi scalzi fino alla porta,
nessuno viene mai a quest’ora, porca miseria. Chi diavolo è? Magari è il
portiere che si è dimenticato di darmi la posta. O Nicole del terzo
piano che ha finito il caffè e deve andare a lavorare in quella
discoteca… No, non può essere. Quatta quatta mi avvicino alla porta,
alzo lo spioncino e guardo dall’altra parte. Le scale buie mi
impediscono di vedere chi c’è dall’altra parte. Mi allontano dalla porta
spaventata, ho visto solo due ombre sul pianerottolo e sono spaventata.
Poppy alza la testa verso di me, curiosa di vedermi osservare la porta
con circospezione. Poi si avvicina lentamente mettendosi davanti ai miei
piedi a osservare la porta anch’essa. La mia bravissima cagnolina. Il
bussare arriva ancora una volta e ora sono certa che dietro quella
dannata porta non ci sono due fantasmi. Prendo lo spray al peperoncino
dalla tasca del mobiletto d’entrata e nell’altra mano la mazza da
baseball. Sono pronta ad aprire quando sento due voci che riconosco,
parlare sottovoce.
«Se non apre le cose sono due: o non sente perché sta dormendo o non è in casa.»
«Potrebbe esserle successo qualcosa. Te l’ho detto che non risponde al
telefono dalle sei e mezzo. E poi perché non hai suonato al
campanello?»
«Immagina lo scalpore che faremmo in mezzo alle scale, di notte, mentre
suoniamo al campanello di una donna. Amico ho una reputazione da
difendere!»
«Come vuoi. Ora vedi di chiamare qualcuno che ci possa aiutare!» Sospiro
e giro la chiave nella toppa, tirando via il chiavistello e anche il
fermaporta in ferro che mi sono fatta installare da un paio d’anni.
Accendo la luce in entrata e apro la porta.
«Buonasera!» Poppy si frappone tra me e i miei ospiti e li guarda in
malo modo. Jasper si accuccia e porge la mano al cane che lo riconosce,
facendogli le feste. «Si può sapere che diavolo ci fate voi due qui, di
notte, a bussare come degli psicopatici?»
«Facci entrare! Siamo stati qua fuori un’infinità di tempo e questa
divisa attira troppi sguardi curiosi. Credo che la tua vicina di casa
abbia già aperto l’uscio cinque volte per ficcanasare!» Mi sposto di
lato e li faccio passare. Poppy si intestardisce con Edward e si pone
davanti ai suoi piedi, impedendogli di fare un secondo passo dentro
casa. Mi accovaccio e la prendo in braccio, nonostante il suo peso.
«Shhh, non ringhiare. Sono ospiti buoni. Vuoi due crocchette?» La metto a
terra dopo che Edward è entrato e per farla stare buona le porgo due
croccantini, che lei snobba. Fissa Edward in malo modo, mostra i denti e
si pone di fronte a me come per proteggermi.
«Cavoli, il tuo cane già non sopporta Edward. Andiamo bene! Amico cos’è che volevi fare?»
«Sta’ zitto.» Brontola Cullen restando fermo a guardarci. Poppy si muove
verso di lui, gli annusa i piedi e poi torna verso di me, tra le mie
gambe e ringhia di nuovo.
«Ho capito, Edward non ti piace.» Sbuffo e alzo lo sguardo su di lui.
«Mi dispiace, Poppy è davvero protettiva nei miei confronti. Non ha mai
morso nessuno però.» Edward annuisce e si avvicina al tavolo per sedersi
ma Poppy ringhia più forte e si mette in mezzo, tra me e lui mostrando i
suoi piccoli canini.
«Merda. Non gli piaccio proprio. Hai due croccantini?» Jasper mi guarda confuso e poi riguarda l’amico.
«Tu hai sempre odiato i cani.»
«E a quanto pare loro odiano me. Ma se voglio sedermi e riposarmi qui
dentro devo superare lo scoglio, la padrona di casa non è Bella in
questo momento!» Stupita dalla comprensione che ha avuto e dall’audacia
di superare le sue paure gli passo la scatola di croccantini. Ne prende
una manciata e poi lentamente, molto lentamente, si inginocchia a terra.
Tiene lo sguardo fisso sempre su Poppy e lei ringhia di nuovo.
Poi lui gli lancia un croccantino a metà strada fra sé e il cane. Poppy
annusa l’aria, si avvicina e mangia l’esca. Continua così finché il cane
non è davanti alle sue gambe. Tiene un solo croccantino sul palmo di
una mano aperta e la mostra alla mia cagnolina.
«Ora sta a te la scelta. Vuoi accettarmi e farti coccolare o stabiliamo
una guerra eterna tra me e te? Perché vorrei davvero sedermi, sono
stanco e ho bisogno di parlare con la tua padrona o i guai diventeranno
più grossi del previsto.» Poppy si volta verso di me, si assicura che
sia sicuro e poi si avvicina a prendere l’ultimo croccantino, lecca la
mano di Edward e appoggia la zampa destra sulla sua gamba.
«Ottima scelta Poppy!» Edward accarezza il pelo morbido della mia
cagnolina e lei, finalmente, cede e gli da il via libera. Edward non è
più un problema per lei.
«Bene, sembra che finalmente non rischierò più di mettere piede in
questa casa e vedermi attaccare da una cagnolina pelosa e morbidissima.
Poppy è un piacere coccolarti. Sei quasi meglio di un antidolorifico, ma
al momento credo che se non mi siedo sverrò sul pavimento!» Jasper si
alza di scatto e lo sorregge, lo aiuta a prendere posto su una sedia
attorno al tavolo e controlla le garze sotto la maglietta.
«Posso portarvi qualcosa da bere?»
«Un caffè per me.»
«Un bicchiere d’acqua.» Mi sciacquo le mani e poi porto a tutti e tre qualcosa da bere sul tavolo.
«Allora, cosa ci fate qui?»
«Edward voleva parlarti!» Sputa fuori Jasper di getto tra un sorso di
caffè e l’altro. L’altro grugnisce e si passa la mano sana tra i
capelli.
«Sei sempre un caro amico!»
«Prego. Grazie del caffè Bella. Vado in macchina ad aspettare, quando avete finito fammi un fischio!»
Esce da casa mia lasciando Edward a passarsi la mano tra i capelli, sembra molto confuso.
«E’ tardi, vorrei davvero sapere perché siete qui!»
«Non rispondevi al telefono, hai detto ad Angela di avere un impegno per
stasera ma non eri rintracciabile. Hai ignorato tutte le mie chiamate e
i miei messaggi. Mi sono preoccupato.»
«Perché?»
«Pensavo ti fosse successo qualcosa. Così ho chiamato Jasper.»
«Perché ti sei preoccupato?»
«Te l’ho già spiegato.»
«Edward te lo ripeto. E’ tardi, sono stanca e molto confusa. Non capisco
cosa diavolo ci fai a casa mia nel bel mezzo della notte e vorrei
davvero sapere perché sei qui. La verità.»
Distoglie lo sguardo da me e si guarda attorno. Scruta la mia casa
millimetro per millimetro, osserva la mobilia, le mie foto, il disordine
che ci circonda. Poi si ferma sul tavolino del salotto.
«Stavi lavorando?»
«Sì e mi sono addormentata. Sono molto stanca, puoi per favore rispondermi?»
«Non rispondevi, mi sono preoccupato che fosse successo qualcosa e avevo
questo maledetto tarlo in testa che mi diceva di venire a vedere se
stavi bene… e chiederti scusa.»
«Perché?»
«Perché ho capito le tue remore, ho capito i tuoi dubbi e credo di
capire perché te ne sei andata. Capisco ma non approvo. Non sono uno che
scappa di fronte ai problemi e avrei preferito che ne avessimo parlato.
Forse tutti questi malintesi non ci sarebbero stati. Non credi?» Mi
riempio un bicchiere d’acqua dalla caraffa e con il piede accarezzo
Poppy che è arrivata a porsi di fronte alla mia sedia. È venuto a
chiedere scusa, quando quella che dovrebbe scusarsi sono io.
«Credo che tu abbia ragione, sarei dovuta restare e parlare, di certo
non scappare in quel modo o almeno provare a parlarti da sola il giorno
dopo. Non l’ho fatto. Solitamente non scappo neanche io di fronte a una
difficoltà, ma con te… beh è tutto diverso. Questo lavoro per me è
troppo importante e non voglio rovinare di nuovo le cose!»
Mi guarda come se nella sua mente passassero milioni di immagini, come
se volesse dire una miriade di cose tutte nello stesso momento, ma
preferisce il silenzio. Mi osserva, scruta il mio volto, fissa i suoi
occhi nei miei e sorride alzando solo l’angolo della bocca.
«Quindi… abbiamo fatto pace?»
Scoppio a ridere per l’ingenuità di quella domanda e la tranquillità con la quale me l’ha posta.
«Sì, abbiamo fatto pace.»
«Bene, perché c’è altro di cui vorrei discutere.»
«Cioè?»
Con il piede sposta dolcemente Poppy sotto il tavolo e poi trascina la
sedia verso di lui con la mano libera. Si avvicina con il volto al mio, i
suoi occhi verdi e profondi incatenati ai miei, la sua mano sale piano
fino al mio collo, mi accarezza con il pollice dietro l’orecchio e
socchiudo gli occhi, inclinando la testa e lasciandogli il campo libero.
Sono completamente nelle sue mani, il suo tocco è micidiale.
«Non ho intenzione di smettere di baciarti!» Sorpresa mi raddrizzo di
scatto e lo guardo. Mi sorride, continua con la sua carezza magica e mi
sorride, semplicemente. E’ ancora più bello di sempre. Con quella
maglietta sportiva, i pantaloni della tuta calati sui fianchi, i capelli
spettinati e un velo di barba a coprirgli il volto. La mandibola
definita, le labbra che so essere morbide e quegli occhi così profondi.
«Edward…»
«Shh! Non dire nulla. Non cambierà nulla al lavoro, diamoci una
possibilità. Vediamo come va e se dovesse andare male ti prometto che il
lavoro non ne risentirà!» La mia espressione si fa sospettosa e mi
avvicina a lui ancora di più, fino a far scontrare lievemente le nostre
fronti. Devo sorreggermi alle sue spalle per non perdere l’equilibrio
precario sulla sedia.
«Non ti fidi di me. Lo leggo nei tuoi occhi e nella rigidezza del tuo corpo. Non ti fidi. Perché?»
«Edward la società è tua. Ovvio che non ne risentirai al lavoro. Dimmi
solo come farai ad affrontarmi ogni giorno se qualcosa va male? Già
entri in ufficio incazzato come una bestia sei giorni su cinque, mi hai
licenziata per un maledetto ritardo… se dovesse succedere qualcosa tra
noi, io sarei quella che ce ne rimette. Non potrei più lavorare per te,
con te, e sarebbe un luogo di lavoro ostile.»
Mi bacia il naso una, due, tre volte e poi mi bacia la fronte,
sospirando. Prende numerosi e profondi respiri prima di tornare ad
appoggiare la fronte sulla mia e chiudere gli occhi.
«Sarai responsabilità di Rosalie, il tuo supervisore sarà Angela e
prometto, te lo prometto Bella, sarò professionale. Diamoci una
possibilità.»
«Perché?» Ridacchia con la bocca quasi sulla mia. Ha già capito che sto cedendo.
«Perché hai delle labbra fottutamente perfette!» Rido anche io, ma vengo
interrotta dalla sua bocca. Le sue labbra aggrediscono le mie con
impeto, la sua lingua invade la mia bocca, mi spinge contro di lui e i
suoi denti mordono il mio labbro inferiore facendomi gemere. Poppy
abbaia sotto la tavola e devo staccarmi un secondo per intimarle il
silenzio. Poi mi catapulto di nuovo su quella bocca. Afferrando la mano
sana nella mia lo aiuto ad alzarsi e continuando a restare intrecciati
con le nostre bocche lo guido fino al divano.
«Qui staremo più comodi!» Lo invito a sedersi e lui prende posto,
lasciandomi lo spazio libero di fianco a lui. Mi inginocchio al suo
fianco per essere sicura di non cadergli addosso e riprendo da dove ci
eravamo interrotti.
«Odio queste cazzo di ferite! Siediti sulle mie gambe!» Scuoto la testa
portando le mie labbra sul suo collo, dietro l’orecchio e poi giù fino
al pomo d’Adamo che lecco e bacio. Traccio tutto un percorso mordendolo
lievemente sul collo, fino alla clavicola. L’odore della sua pelle mi
inebria e le mie mani non riescono a stare ferme. Mi stringo sulle sue
spalle, gli graffio il retro del collo, gli tiro i capelli e lui geme,
mormora il mio nome e ha gli occhi chiusi, in estasi.
Wow. Credo di non aver mai visto un uomo tanto perso come lui con solo dei baci.
«Siediti su di me.»
«Ti faccio male. Restiamo così. Puoi sentirmi lo stesso.» Mormoro.
Succhio la sua pelle, il punto vicino alla clavicola, lì dove è più
dolce, dove la sua pelle è così morbida e mentre mi accorgo di non
riuscire a staccarmi e di volerlo marchiare, geme e getta indietro la
testa frustrato. Prendo la sua mano sana e la appoggio sul mio fianco,
muovendola circolarmente, stringendogli le dita sulla mia pelle. Si
riscuote e finalmente riprende il controllo, per quanto è possibile. La
sua bocca cerca la mia mentre le sua mano sale sul mio seno, mi palpa,
mi tocca, lo stringe attraverso la maglia. Lo chiamo, lo sprono a fare
di più ma lui si limita a giocare con il mio seno, con i miei capezzoli
ormai duri. Mi fa gemere, mi fa rabbrividire e mi avvicino di più
passandogli le mani dietro il collo e spingendo la sua bocca ancora più
vicina alla mia. Quando ci stacchiamo per riprendere fiato appoggiamo le
fronti una all’altra.
«Wow. Penso di non aver pomiciato così neanche a quattordici anni.»
«A chi lo dici.»
Restiamo fermi, in silenzio, a goderci quei meravigliosi istanti, il fiatone e le guance arrossate.
«Devo andare.» Mormora accarezzandomi dietro l’orecchio.
«Sì, Jasper starà dormendo in macchina. È il caso che andiate.» Ma
nessuno dei due si muove. Dopo un altro tot di minuti imprecisati mi
alzo e lo aiuto a fare altrettanto. Lo accompagno alla porta. Si piega
su di me, mi bacia la fronte e poi il naso e di nuovo la bocca,
dolcemente, teneramente.
«Non pensare stanotte. Non riflettere. Non angosciarti. E’ stato
bellissimo, concentrati su questo. Vieni da me finito il lavoro?»
«Edward…» Sono tentata di dire sì ma i rischi di affrettare le cose sono tanti.
«Cazzo, stai già facendo marcia indietro!» Il suo sguardo perso mi stupisce. «E’ solo una cena. Promesso.»
«D’accordo.» Accetto dopo un attimo di esitazione. Mi bacia, sorridente, ancora una volta le sue labbra giocano con le mie.
«A domani. Buonanotte Bella. Ciao Poppy!» La mia cagnolina, ferma ancora
sotto il tavolo, abbaia in risposta e io chiamo l’ascensore per Edward.
«Buonanotte.» Mormoro quando le porte a vetri si chiudono tra me e lui.
Avverto Jasper con un sms e gli chiedo di avvisarmi quando sono a casa.
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