I
giorni che seguono quella telefonata sono frenetici. Appuntamenti su
appuntamenti, nuovi potenziali clienti, telefonate, preventivi e, sopra
ogni cosa, casini di Irina da sistemare. Il telefono è diventato il mio
migliore amico, il block-notes il fidato compagno di ogni mia giornata.
Il computer è sempre fisso nella scrivania dell’ufficio di Angela, posto
che mi ha vista ben poco.
Angela si è spinta a farsi carico di ogni progetto e appuntamento di
Rosalie, lasciandomi la patata bollente di Cullen. Edward mi ha
tormentata di e-mail aggiungendo nuove mansioni, nuovi incarichi, nuove
telefonate da compiere. Lunedì sera sono tornata a casa alle dieci e
mezzo, ho riscaldato una tazza di caffè della mattina nel microonde, una
scatola di biscotti ed ho continuato a lavorare seduta sul divano.
Martedì sono uscita dall’ufficio insieme ad Angela alle undici. Inutile
dire che Irina era già a casa dalle cinque del pomeriggio e che Alice
aveva ricevuto l’ordine da Edward di restare in ufficio fino alle sette e
mezzo, almeno. Stamattina, conscia che non sarei riuscita a tornare a
casa per cambiarmi, ho preso una borsa con qualcosa di comodo per
stasera. Jasper mi ha scritto verso mezzogiorno dandomi l’indirizzo
della casa di Edward e l’orario in cui farci trovare lì. Ho inoltrato il
messaggio ai miei compagni di serata e per finire a un orario decente
ho ripreso a lavorare immediatamente, saltando la pausa pranzo per il
terzo giorno consecutivo.
Sono ancora impegnata in una telefonata che sembra non finire più quando
Emmett entra nel nostro ufficio già con il cappotto addosso e la
valigetta tra le mani. Metto in attesa il cliente un minuto ad un cenno
del mio amico.
«Vado a prendere le pizze e poi ci incontriamo da Cullen, accompagno anche Alice e Seth, Angela ce la fa a venire con te?»
Guardo la sua scrivania vuota, è ad un appuntamento con un cliente
iniziato più di due ore fa, dovrebbe terminare, ma ancora non se ne vede
traccia.
«Non so se viene. Domenica ha detto che ha un impegno.»
«Domenica l’ha detto perché Seth è stato stupido a parlare della sua ragazza. Ora ex, a quanto pare.»
«Si sono lasciati?»
«Hai una telefonata in sospeso, Bella. I dettagli stasera a cena. Porta
Angela, passo a prendere le pizze!» Mentre sta uscendo lo blocco
chiamando il suo nome.
«Per Edward prendi una pizza al salame piccante e olive!» Emmett mi
guarda con un sorrisetto ironico e, per ignorare le sue probabili
domande, torno alla telefonata cacciandolo con un gesto della mano.
Finalmente dopo altri venti minuti riesco a liberarmi. Spengo il
computer, il telefono è in modalità notturna e posso tirare un sospiro
di sollievo. Anche questa giornata di duro e infinito lavoro è
terminata. Prendo la borsa da sotto la scrivania e mi fiondo in bagno
per cambiarmi. Indosso i miei jeans a vita bassa, il mio maglioncino
leggero e le mie converse. Tolgo le lenti a contatto e metto gli
occhiali da sfigata, solo perché mi bruciano gli occhi e stasera voglio
essere rilassata. Quando esco dal bagno incontro Angela che sta uscendo
dalla sala riunioni con il cliente, mi sorride e confusa mi indica con
la testa. Eh, so che non è propriamente l’abbigliamento da ufficio. Mi
dileguo nel nostro ufficio, prendo il cappotto e la borsa e la aspetto.
«Dove stai andando?» Mi chiede dopo aver accompagnato il cliente.
«Da Edward, ti ricordi della pizzata?»
«Oh, già!»
«Dai, prendi la borsa e vieni anche tu!»
«No, ho da fare!»
«Angy… per favore!» Lei sospira e si lascia cadere sulla sedia, a peso morto. «Che succede?»
«Lunedì Seth mi ha detto che domenica ha chiuso con quella ragazza, che
mentre l’accompagnava si è reso conto che non è lei che vuole e non la
voleva illudere.»
«E non è quello che volevi?»
«Mi ha accompagnata a donare il midollo. Mi ha portata a casa. Mi ha
coccolata, mi ha viziata e prima di andare via mi ha baciata.»
Istintivamente sorrido, sono felice per lei.
«E’ un ottimo inizio.»
«No, è un’ottima complicazione!»
«Angela!»
«Senti… io non sono brava con queste cose!»
«Neanche io! Però lui ci sta provando spudoratamente, ti ha invitata
fuori, ti ha supportata in un momento difficile, ha lasciato quella
tizia e ti ha baciata. Datevi un’opportunità. Inizia a venire alla
pizzata stasera!» Sospira e chiude gli occhi, il capo appoggiato alla
sedia e le mani appoggiate stancamente alla scrivania.
«Mi piace tanto, non voglio rovinare le cose con lui…» Sussurra stanca. Come la capisco.
«Andiamo Angy, non farti abbattere così. Non rovini nulla, andrà come
deve andare e vedrai che tra qualche mese ti darai della stupida per
aver perso così tanto tempo. Seth è un bravo ragazzo, siamo un gruppo
unito e qualunque cosa succeda vi staremo vicini. Non rovinerai nulla!»
Sospirando si alza e afferra le sue cose alla rinfusa. Mi raggiunge in
silenzio e, sempre in silenzio, scendiamo verso il parcheggio e la mia
macchina.
«Passiamo a prendere un dolce, prima!» Sapendo che Rosalie non può
cucinare e che Alice è con Emmett, sicuramente non avremo nulla di
ipercalorico da sbocconcellare o in cui affogare la nostra stanchezza.
In pasticceria optiamo per dei cupcake e, conoscendo Emmett, ne
prendiamo due scatole con più gusti.
Guido fino all’indirizzo dell’appartamento di Edward e quando è il
momento di suonare il campanello lascio, con una scusa, che sia Angela a
farlo. L’ansia è alle stelle. Jasper risponde e ci apre il portone,
invitandoci a salire e a pigiare l’ultimo numero dell’ascensore. Quando
finiamo la corsa verso l’alto e usciamo sul pianerottolo troviamo
diverse porte chiuse attorno e solo una, in fondo a destra, socchiusa.
Ci dirigiamo lì e, con i palmi sudati, spingo la massiccia porta
blindata. I pavimenti di parquet chiaro e lucido risaltano le luci a
neon delle stanze. L’entrata è ampia e si intravede il salotto e le
immense vetrate. Angela chiede permesso, io resto in assoluto silenzio,
sbigottita dall’ansia che provo a trovarmi dentro questo appartamento.
«Vorrei tanto andarmene a casa.» Mormoro in modo che solo lei possa sentirmi.
«Cos’è che mi hai detto prima? Datevi una possibilità. Ecco, forse
dovresti ascoltare il tuo stesso consiglio!» La guardo stupita mentre si
toglie le scarpe e le lascia in entrata, chiude la porta e si sfila il
cappotto appendendolo dove si trovano tutti gli altri alla nostra
sinistra.
«Angela è ben diverso!»
«Hai ragione, ma non sarebbe una cosa tanto tragica se cedessi a qualche
impulso… ogni tanto!» Scuoto la testa e cerco di togliermi il cappotto
nonostante tenga le scatole di cupcake in mano.
«Sei fuori strada!»
«Oh, non credo proprio!» Mi strizza l’occhio e prende le scatole dalle
mie mani, facendomi cenno con la testa alle scarpe. Sì, anche io lo so
di doverle toglierle! Questo pavimento sembra immacolato. Jasper ci
raggiunge mentre sto appoggiando le scarpe vicino a quelle di Angela e a
quelle degli altri ospiti.
«Finalmente! Ci avete messo un sacco di tempo! Stiamo aspettando solo
voi, siamo in cucina!» Ci fa strada lungo l’entrata e quando svoltiamo
l’angolo a destra un meraviglioso open space mi ferma il respiro. I toni
chiari di tutto l’arredamento rendono l’appartamento luminosissimo, le
grandi vetrate tutto attorno permettono una visuale della città
meravigliosa. Le luci da qui sono suggestive, emozionanti, verrebbe
voglia di stare alla finestra ore ed ore solo per ammirare il paesaggio
circostante.
«Edward, non sapevo avessi una casa così bella!» Sento Angela che parla
dietro di me, ma non riesco a muovermi. Il divano bianco di pelle è al
centro del salone, nell’angolo in fondo alla sala un pianoforte nero si
staglia in tutta la sua magnificenza, sulla parete sinistra che abbiamo
alle spalle un grande televisore è appeso in mezzo a due casse audio
pazzesche. Volto lo sguardo alla mia destra e due gradini aprono la
strada per la cucina. E’ rialzata, moderna e al centro un grande tavolo
bianco è già occupato da tutti i miei conoscenti. Due pareti alte dieci
centimetri più di me dividono il salotto dalla cucina, la parte a destra
alta la divide dall’ingresso e quella dietro, probabilmente, la divide
dal reparto notte.
Sono talmente appagata da quello che vedo, piacevolmente sorpresa, che
non riesco a muovere un solo passo e tutti se ne rendono conto.
Alice si schiarisce la voce e mi fa cenno di raggiungerli, mentre Angela
mi spinge con una mano sulla schiena. So che devo dire qualcosa ma…
sono senza parole.
«Buonasera a tutti!» Mormoro salendo i due scalini che mi fanno entrare
in quel paradiso. La cucina è immensa. Il piano è in legno chiaro, gli
elettrodomestici in acciaio, le sedie bianche e tutto è così armonioso e
luminoso. Angela prende posto accanto a Seth e Emmett, io mi devo
accontentare della sedia che mi porge Jasper, di fianco a Edward.
«Ci avete messo un sacco di tempo ad arrivare!» Brontola Rose.
«Sì, Bella ha voluto fermarsi a prendere il dolce!» Jasper mi da una
piccola gomitata sul fianco per schiodarmi dai miei pensieri e mi fa
cenno con gli occhi verso Edward. Con un sospiro che avrebbe potuto
spegnere un incendio in una foresta mi volto.
Edward fissa il tavolo davanti a sé, un cuscino dietro la schiena gli
permette di stare in una posizione più comoda; solo in quel momento mi
rendo conto di dove sono, con chi e tutto il resto. Indossa una
maglietta bianca a maniche corte, un paio di pantaloni della tuta neri
larghi, il volto corrucciato e i capelli disordinati. E’ bellissimo. E
io sono nei guai.
«Ciao, come ti senti?» Mormoro sporgendomi verso di lui mentre gli altri
chiacchierano tra loro. Si volta con un’espressione indecifrabile sul
volto.
«Sto bene. Ho solo un po’ di fame.» Annuisco proprio mentre Emmett apre i
cartoni delle pizze e le dispone, ad una ad una, di fronte a noi.
Edward la osserva stupito, poi alza gli occhi su Emmett che lo sta
scrutando.
«Ehi, se non ti piace devi prendertela con Bella! E’ lei che mi ha detto
di prendertela così!» Alza le mani sulla difensiva mentre si siede.
Edward si volta verso di me con gli occhi lucidi. Stasera è parecchio
strano.
«E’ solo una pizza.» Borbotto mentre taglio la mia a spicchi.
«No, non è solo una pizza. Grazie.» Comincio a mangiare, nonostante si
sia raffreddata per colpa del nostro ritardo, la pizza è davvero buona.
Sono già alla terza fetta quando mi accorgo che Edward non ha toccato la
sua. Gli lancio un’occhiata per vedere se sta bene e mi accorgo
dell’imbarazzo sul suo volto. Fissa la pizza senza alzare lo sguardo su
nessuno. Jasper è impegnato a parlare con Emmett, Rosalie parla di
vestiti con Alice e Angela e Seth sono chiusi nella loro bolla privata.
Nessuno ha pensato di tagliare la pizza al padrone di casa con un
braccio ingessato. Maledizione! Afferro coltello e forchetta e suddivido
la pizza a spicchi, poi mi alzo e frugo nei mobiletti alla ricerca di
un piatto con cui scaldargliela. Quando gli rimetto la pizza calda
davanti le guance sono ancora più rosse ed evita il mio sguardo.
«Grazie» Mormora solamente prendendo con la mano libera una fetta e
portandosela alle labbra. Io continuo a mangiare la mia fredda, con la
mozzarella diventata ormai gommosa. Non ho neanche più fame, dentro ho
un mare di emozioni particolari e confuse che si agitano dentro.
Vedendo che tutti interagiscono gli uni con gli altri e che io e Edward
siamo gli unici messi in disparte mi sento in imbarazzo, è come se
fossimo noi all’interno di una bolla particolarmente isolata. Mi giro
verso Edward e gli sorrido complice.
«Allora, com’è stato tornare a casa?» Finisce l’ultimo boccone di pizza
che gli resta e si pulisce la mano e la bocca con il tovagliolo, come
faccio a trovarlo sexy anche in queste piccole cose non me lo spiego.
«E’ stato strano, soprattutto perché Jasper in sostanza vive qui da tre
giorni. E’ come avere una balia!» Storce il naso e io sorrido.
«Si impegna per non farti sentire solo…» Sussurro e lui annuisce,
sorridendo appena. E’ un sorriso consapevole, dolce, tenero e mi mostra
un lato di Edward che ancora non conoscevo. La gratitudine profonda. Ci
sono voluti anni ma alla fine ce l’ha fatta a capirlo.
«Hai un appartamento meraviglioso. La vista è mozzafiato e la luce
dell’arredamento è spettacolare. Sono rimasta stupita quando sono
entrata.» Do un’occhiata in giro e lui sorride, alzandosi lentamente
dalla sedia.
«Vieni…» Mi dice tendendomi la mano. Mi alzo e, senza capire perché,
intreccio le mie dita alle sue. «Ti mostro il resto dell’appartamento.»
Cammina piano, scende gli scalini con grande difficoltà e poi gira a
destra, costeggiando tutto il muro della cucina. Avevo ragione, dietro
c’è un altro corridoio dove sono presenti diverse porte.
La prima porta è un piccolo ufficio, all’interno due pareti sono piene
zeppe di libri ben ordinati in una libreria in legno scuro, un tappeto
enorme copre il parquet chiaro e la scrivania è direzionata verso la
finestra.
«Quando non lavoro in ufficio, questo è il posto dove creo.»
«E’ pazzesco.» Ero certa che su quei ripiani libri su cui avevo
studiato all’università noleggiandoli stavano a prendere polvere.
«Aspetta di vedere il resto!» Mi dice sorridendo. Chiude la porta e mi
dirige verso quella successiva, stringendomi le dita tra le sue. La
circolazione del sangue ha subito un’impennata. «Questa te la mostrerò
dopo.» Supera la porta e apre quella successiva, una graziosa camera
degli ospiti con una scrivania, una grande vetrata su mezza parete, un
grande letto matrimoniale e due poltroncine ai lati. Tutto bianco.
Chiude la porta e apre quella immediatamente attaccata. Il bagno. Ha una
doccia gigantesca, un lavabo squadrato e dei mobiletti lucidi. I
tappeti sono chiari su mattonelle chiare. E’ luminoso nonostante ci sia
solo una piccola finestra a quattro vetri.
«Credo di essermi innamorata del tuo appartamento. E questo mi ricorda
che tu non metterai mai piede in casa mia e che tutte le prossime serate
in cui è protagonista la pizza si svolgeranno in questo magnifico
appartamento!» Ridacchia e mi trascina fuori dal bagno.
«Ora ti mostro un’altra parte del mio appartamento, spero tu non soffra
di vertigini!» Apre una porticina e mi precede su per le scalette. Dopo
una ventina di scalini apre un’altra porta e subito l’aria fredda mi
gela la pelle. Siamo in terrazza, sopra un grattacielo, attorno a questo
piccolo pezzo di paradiso c’è una muratura che mi arriva al seno, ma la
magia di questo posto è pazzesca. Un piccolo patio è stato costruito
sopra una piscina, dell’edera ricopre le travi di legno rendendo tutto
molto ricercato e romantico. Un tavolino di marmo con delle panche
attorno è posto poco più in là e delle colonne con una strana struttura
sono poste a diversa distanza tra loro.
«Wow! Cos’è questa struttura?»
«Serve per quando nevica. Ho un telecomando che permette di chiudere
quasi tutta l’area con delle serrande. E’ la cosa che amo di più di
questo appartamento!»
«E’ magico. E’ bellissimo. Credo che potrei rubarti l’appartamento,
facciamo scambio per un po’? Giuro che poi faccio tutto quello che
vuoi!» Mi rendo conto di come interpreta la mia frase solo dall’occhiata
maliziosa che mi lancia e alzo gli occhi al cielo.
Rabbrividisco per l’aria gelida e lui mi tira verso le scalette.
«Scendiamo. C’è l’ultima stanza che voglio mostrarti!» So che si tratta
della sua camera da letto, manca solo quella. Il suo passo è rallentato e
mi chiedo dove abbia trovato la forza di stare in piedi per così tanto
tempo. Quando torniamo nel corridoio, il tepore dell’appartamento mi
scalda ma mai quanto il suo sguardo malizioso quando arriviamo davanti
alla porta che abbiamo saltato prima. La apre e mi trascina dentro.
Resto sbigottita di fronte a quello che vedo. Sulla parete alla mia
sinistra c’è una cabina armadio con porte scorrevoli, al centro un letto
king-size è posto di fronte alla grande e immensa vetrata, rialzato e
coperto di lenzuola scure. Dall’altra parte della stanza altre porte
scorrevoli chiare dividono la stanza da un bagno che intravedo e basta.
Un divano di pelle è posto in un angolo, di fronte alla vetrata
direzionato verso il letto. Un comò è proprio sulla parete alle nostre
spalle. Mi tira verso il bagno, un enorme doccia da un lato e una vasca
dall’altro, i sanitari e il lavabo in ceramica bianca. Sul mobile tutta
l’oggettistica da bagno di Edward.
«Allora, che ne dici?»
«Ti pago, posso dormirci una notte?»
«Mi paghi?» Mormora con voce roca. E ancora una volta mi rendo conto di
cosa ho detto e dell’allusione sessuale che ha colto. Merda.
Eppure il suo sguardo caldo non mi mette in soggezione, anzi, scalda il mio.
«Sì, ti pago…» Sussurro a mia volta. Il parquet chiaro, rende la stanza
luminosa, le luci della città la rendono magica. Le fantasie che nascono
immaginandolo mentre mi guarda stesa sul letto, mentre lui è seduto sul
divano di pelle nera… rende difficile concentrarmi su altro.
«Non è la prima volta che alludi a qualcosa del genere, Bella…»
«Me ne rendo conto.» Come mi rendo conto che ci stiamo avvicinando, che
le mie mani si appoggiano ai suoi fianchi mentre la sua mano scivola
sulla mia schiena. Siamo a contatto, le nostre cosce si toccano, il suo
bacino preme sul mio stomaco e il mio seno contro il suo stomaco.
«Dopo il soggiorno, questa è la camera che preferisco…» Mi lascio scappare con voce roca.
Si abbassa verso le mie labbra, mentre i nostri sguardi non si lasciano neppure un attimo.
«Credo che presto lo diventerà anche per me.» Dimentico tutto, dimentico
chi c’è di là in cucina, le voci chiassose dei miei amici, i cupcake e
la nostra posizione lavorativa. Mi lascio andare. Le sue labbra toccano
le mie dolcemente, le mie rispondono schiudendosi appena e giocando con
le sue; si cercano, si assaggiano, si modellano perfettamente le une con
le altre. E poi l’istinto mi dice di assaggiare il suo sapore. La mia
lingua saetta sulle sue labbra, le lecco, le assaporo e mentre mi godo
il momento mi rendo conto di come lui si sia irrigidito per un attimo.
Mi sto per staccare, decisa a lasciar cadere questo momento ma lui si
stringe di più a me, le dita della sua mano si stringono attorno al mio
maglione tirandolo appena, la sua lingua incontra la mia sulle sue
labbra. E intorno sembra scoppiare il delirio. Le sue labbra si muovono
sulle mie mentre le nostre lingue approfondiscono la loro conoscenza, mi
stringe con un braccio e gemo. Le emozioni sono troppo forti, mi devo
aggrappare a lui per non cadere ed è lì che succede. Geme, ma non di
piacere, di dolore. Ho stretto il fianco ferito e si è staccato di
slancio, accasciandosi.
«Scusa…» Balbetto mentre lo accompagno a sedersi sul divano. «Mi
dispiace Edward, mi dispiace! Ti ho fatto tanto male?» Respira a fondo
con gli occhi chiusi, la mano stretta a pugno e la faccia sconvolta dal
dolore. Sono una stupida. «Posso fare qualcosa? Prendo del ghiaccio?
Vuoi un antidolorifico?» Non riesco a stare zitta, il senso di colpa è
fortissimo. Mentre continuo ad osservargli il volto sento le sue dita
scivolare sulla mia mano e stringerla.
«Non preoccuparti. Ora passa. Mi sono affaticato troppo.»
«No, è colpa mia.»
«Smettila.» Sofferente cerca di abbandonarsi allo schienale del divano,
lo aiuto posando un cuscino dietro la sua schiena. Sto qualche secondo
in silenzio, fino a che i suoi occhi si aprono e cercano i miei.
«Mi dispiace…» Mormoro lentamente. Scuote la testa, le dita che prima
stringevano la mia mano salgono sul braccio, fino alla spalla e al
collo, in una carezza sensuale. «Mi dispiace davvero.»
«Shh. Non è niente. Vieni qui.» Scuoto la testa e resto ferma nella mia
posizione. Il senso di colpa è forte anche per il bacio. L’imbarazzo
adesso scende su di me a ondate, sento le guance scaldarsi e le immagino
diventare due belle ciliegie mature.
«Edward…» Scuoto la testa in ansia. Come è stato possibile cedere così?
Come è possibile aver combinato un tale casino? Lavoriamo insieme, non
ci piacciamo neanche… o meglio io non piaccio a lui, perché mi ha
baciata? Magari è solo in astinenza e ha bisogno di sfogare qualche
istinto sessuale… ma perché proprio me?
«Isabella vedo del fumo uscire dalle tue orecchie. Smettila di angosciarti, non è successo niente.»
«Oh. Invece sì. Ci siamo baciati e questo è un bel problema! Un disastro.»
«Davvero?» Mi guarda sconvolto e annuisco solamente. «Strano, perché
pensavo di aver sentito un gemito da parte tua, un sussurro roco con il
mio nome mentre eri appoggiata a me e mi stringevi. Pensavo di averti
dato un bel bacio, mai nessuna si è lamentata dei miei baci… non pensavo
fosse stato un disastro!» Sbuffo.
«Non è stato un bacio disastroso ma… il bacio in sé è stato sbagliato!»
Ormai non calcolo neanche più la situazione delle mie guance bollenti.
«Dici?»
«Sì…» La sua mano sulla nuca mi avvicina al suo viso, la sua fronte si
appoggia sulla mia e il suo alito caldo si infrange sulle mie labbra.
Gli occhi chiusi e un sorriso malizioso sul volto.
«Strano, perché a me è sembrato giustissimo. Tanto giusto che non vedo
l’ora di rifarlo.» La voce roca termina con le labbra appoggiate alle
mie e come prima la mia lingua temeraria va incontro alla sua. Il sapore
della sua bocca, la morbidezza delle sue labbra e le dita che mi
tengono appoggiata a lui in questo bacio senza respiro è tutto un
miscuglio di sensazioni che mi fanno gemere più volte. Per evitare di
fargli male anche stavolta mi inginocchio al suo fianco, avvicinandomi
ancora di più e con le mani gli incornicio il volto per non perdere
neppure un secondo il contatto con le sue labbra.
«Bella…» Mormora tra un bacio e l’altro. «Se continuiamo… non so… non mi
fermo. Dio! Mordimi di nuovo!» Passo i denti sul suo labbro e succhio
appena per poi rilasciarlo più gonfio e rosso di prima. Mi bacia con più
passione e sento il suo corpo reagire, l’energia che sprigiona, la
voglia di tirarmi ancora più vicina. Invece mi stacco da lui. Appoggio
la fronte sulla sua e sospiro. Mi imita con gli occhi chiusi.
Solo in quel momento, mentre mi fermo a pensare per un attimo, mi rendo
conto che siamo nella sua camera da letto mentre gli altri sono ancora
in cucina, il dolce non è ancora stato scartato e noi ce ne stiamo qui a
baciarci. Sento le voci che arrivano dall’altra parte della casa, mi
domando come è stato possibile non ricordarsene fino ad ora.
Poi apro gli occhi, guardo il volto sotto al mio, un uomo meraviglioso,
bello e sensuale, indebolito dalla vulnerabilità delle sue ferite, da
quello che ormai so sul suo conto. Ma anche l’uomo che è il mio capo, il
mio mentore e colui che mi ha licenziata e mi ha offesa più volte. Ho
baciato Edward Cullen ed ora sono nella merda. Come affronterò ogni
giorno di lavoro, da qui in avanti, con questa consapevolezza? Cosa
succederà da domani? Quanto mi ferirà uno come lui? Quanto sono disposta
a concedere a un uomo che so già mi farà provare un dolore impensabile?
Non sono una donna facile, non mi accontento delle briciole, non sono
neanche una che si fa calpestare. E sicuramente non sono la classica
donna a cui è abituato lui, quelle da una notte e via. Devo
allontanarmi, il più in fretta possibile, scappare a gambe levate dal
nemico, dalla tentazione; devo nascondermi e incatenarmi piuttosto che
cedere di nuovo.
E così faccio. Mi stacco, gelata dalle considerazioni appena fatte. Apre
gli occhi e mi guarda confuso, mentre mi alzo dal divano e arretro fino
alla porta della camera, scappando un secondo dopo, dando le spalle a
quello che è appena successo.
Passo davanti alla cucina e saluto tutti frettolosamente, Alice mi
insegue e cerca di farmi mille domande mentre infilo le scarpe di
fretta. Sto indossando il cappotto quando Edward ci raggiunge con uno
sguardo confuso e arrabbiato.
«Dove stai andando?»
«A casa.» Sbotto secca. Termino di vestirmi e lancio un’occhiata al padrone di casa che è decisamente fuori di sé.
«No, dobbiamo parlare.»
«Assolutamente no. Non stasera. Non con altre persone nel tuo
appartamento e sicuramente non di quello che è successo!» Chiudo
l’ultimo bottone del cappotto e mi volto verso Alice. «Portate a casa
voi Angy?» Lei annuisce e si dilegua in cucina mentre apro la porta.
«Vuoi aspettare un secondo?» Mi ferma appoggiando una mano sulla spalla,
rabbrividisco nonostante io abbia il cappotto. So che non è il freddo, è
il suo tocco.
«Edward devo andare a casa.»
«No, dobbiamo parlare. Resti qui e affronti il problema.»
«Stiamo facendo una figura di merda davanti a tutti, amici e colleghi. Sono tuoi dipendenti.»
«Beh, grazie per avermelo ricordato. Nel caso te lo fossi chiesta era
uno dei motivi per cui avevo il terrore di affrontare questa
maledettissima cena!» Frustrato toglie la mano dalla mia spalla e la
passa tra i capelli, poi guarda il muro alla sua sinistra e respira a
fondo. Come faccia a mantenere la calma è un mistero. Non l’ho mai visto
così controllato. Furioso sì, controllato mai.
«Devo andare Edward, è meglio così.» Apro la porta e me la chiudo alle
spalle, senza voltarmi, senza ripensamenti, senza rimpianti. Stasera
abbiamo fatto una cazzata.
Torno a casa con la mente piena delle immagini che si susseguono, nella
mia mente, senza sosta. La sua testa che si inclina, la fronte
appoggiata alla mia, il respiro caldo sulle mie labbra, il profumo della
sua pelle, i capelli morbidi che mi cadono sulla fronte e poi quelle
labbra. Quella bocca spettacolare appoggiata alla mia, il sapore della
sua lingua, i denti che mi mordevano il labbro, i suoi gemiti sommessi,
il respiro affannoso, la mano che mi spingeva di più verso di lui. Non
so come faccio a ritrovarmi a letto intatta, ho guidato distrattamente
per tutto il percorso. Mi spoglio e mi infilo a letto, non ho intenzione
di farmi la doccia fino a domani mattina, voglio essere coccolata dal
suo profumo e dalla sensazione, irreale, di lui addosso a me.
E’ solo un bacio. Solo un bacio. Non significa nulla. Solo un bacio.
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