sabato 7 gennaio 2017
Capitolo Dieci
Sono al lavoro da due ore quando squilla il cellulare e ci metto un po’ a decidere se rispondere o meno. Per fortuna è Rosalie che vuole complimentarsi per l’affare Newton concluso. Mi da delle dritte per come gestire la registrazione e mi dice con chi parlare in tipografia per i manifesti. Parliamo della sua salute e scopro che finalmente la lasciano andare a casa il giorno seguente. Poi arriva la domanda di turno, se ho sentito Edward. Il modo in cui me lo domanda nasconde poco il fatto che sembra già sapere, per cui mento. Insiste parecchie volte e alla fine mi dice che Angela le ha raccontato della telefonata di ieri e del suo comportamento. Mi prendo una pausa caffè uscendo nel piccolo poggiolo in fondo al corridoio, quello per i fumatori e le racconto delle belle parole della sera in cui ho firmato la mia riassunzione. Parole che sono state cancellate dalla telefonata di ieri.
“Non è solo il fatto che non mi abbia lasciato parlare o i mille messaggi della mattinata è proprio quello che ha detto. Mi ha delusa e ferita. L’altra sera era stato così convincente, solo per irretirmi. Ma sono cretina io a esserci cascata.”
“Bella non è vero! Devi avere un po’ di autostima in più, per carità! Edward le pensa davvero quelle cose, o non le avrebbe mai dette. Ormai hai capito com’è… è un attimo che il suo umore diventa cupo e burbero, io ci ho fatto l’abitudine.”
“Io non ho intenzione di andare avanti in questo modo. Non puoi essere tu il mio diretto superiore?”
“Edward è un asso nel suo mestiere. Sai bene che io mi occupo di aspetti leggermente diversi. Tu hai scelto la stessa specializzazione di Edward, siete sulla stessa lunghezza d’onda e vi completate come nessuno.”
“Certo, ci metteremo insieme, avremo otto bambini e una villa sulla spiaggia! Ma smettila!”
Lei ride dall’altra parte del telefono, un suono davvero poco sentito giungere da Rose.
“Se fosse vero vorrei vederlo. Edward è i bambini… ma soprattutto Edward sposato!”
“Rose torna da me! Non fantasticare su cavalli alati!”
“Perché ti ha ferita tanto quello che ti ha detto?”
“Perché lo stimo dannazione!” Mi sfugge con un tono un po’ troppo forte. “Lo stimo, è professionale, è determinato, invincibile in campo lavorativo. E’ un genio che ha molto da insegnarmi e mi trovo bene a lavorare al suo fianco. Anche quando ha la giornata peggiore di sempre. L’altra sera ci siamo scambiati le idee come due veri colleghi, lui era rilassato, giocherellone… eravamo in sintonia. Si stava bene. Bene davvero.” L’ultima frase la sussurro, sperando che Rosalie non la senta e sperando di non essermi lasciata sfuggire qualcosa di più. Ultimamente Edward ha affollato i miei pensieri più del dovuto e di certo non come capo.
“Oddio Bella! Ti piace Edward?” Appoggio la testa sulla ringhiera del terrazzino e sospiro. Merda. “Bella ci sei?”
“No, sto per buttarmi di sotto dal terrazzino fumatori!”
“Allora è davvero così!”
“No, non credo! Io… Non lo so, va bene?”
“Io credo invece che lo sai! E’ questo il motivo per cui ci sei rimasta così male per quello che ha detto, perché pensavi di contare qualcosa per lui e secondo te le sue parole ti dimostrano il contrario.”
Non le rispondo, non c’è molto da dire: ha ragione.
“Credo dovresti passare in ospedale e venire a sentire cos’ha da dire di persona, invece che ignorarlo.”
“Certo, poi vuoi anche che gli dica che mi sono presa una cotta colossale per lui, così perdo il lavoro e faccio una figura di merda? Esce con una tipa diversa ogni fine settimana Rose, mi ha detto chiaro e tondo che lui non si impegna… scopa e basta. Io non sono la tipa di una botta e via a cui lui è abituato.”
“Merda, la situazione è peggio di quanto credevo!”
“Già. Ora torno al lavoro, la mia pausa caffè si è dilatata di mezzora. Ti prego, tieni la bocca chiusa o metterò in disordine il tuo archivio.”
“Stronza!”
La saluto e torno al lavoro, ma sono così deconcentrata che non riesco a venire a capo di nulla. Così passo il mio tempo a fissare il computer e a chiedermi quanto ci impiega una mail ad arrivare al destinatario, come viene criptato l’oggetto della mail e cose del genere.
Il telefono mi distrae con la vibrazione e il nome di Edward lampeggia sullo schermo.
Non ti rispondo, stronzo.
Anche se hai la voce più bella del creato, resti sempre stronzo.
L’orologio mi informa che è ora di pranzo e che devo davvero mettere qualcosa sotto i denti o un ritmo del genere non lo sosterrò per molto. Io e Alice decidiamo di andare a pranzo con Emmett e Seth dall’altro lato della strada.
Mentre mangiamo l’hamburger con verdure e riso bianco chiacchieriamo di quello che ci siamo persi in questi giorni e vengo a sapere che Seth sta davvero uscendo con una tipa.
“E quindi… chi è?” Chiede Alice curiosa.
“Non la conoscete.”
“Ovviamente!” Mi lascio scappare acida.
“Che vuoi dire?”
“Niente Seth, Bella non voleva dire niente!” Emmett mi lancia un’occhiataccia e Alice lo imita. Che diavolo ho detto di male?
“Oh, già… E’ per Angela vero?” Alzo le spalle e lo guardo dispiaciuta. Io ero un’accanita sostenitrice di quella dannata coppia. Lei ci ha girato attorno per mesi, lui l’ha sempre illusa con piccole uscite per un caffè o un gelato e poi… esce con un’altra. “La verità è che le ho chiesto di uscire due volte ma lei ha sempre rifiutato.” Tre paia di occhi lo osservano sorpresi.
“Come scusa?”
“Sì esatto, ripeti!”
“Le ultime volte che siamo usciti le ho chiesto se le andava di venire a cena con me. Ha detto che il lavoro era tanto in quel periodo, che la sera era sempre stanca e durante il week-end si occupava di tutte le faccende che in settimana non riusciva. Insomma l’ha tirata per le lunghe per poi arrivare a dirmi che non sarebbe consono uscire insieme perché lavoriamo insieme. Tutto qui. Quindi ho pensato di andare avanti.” L’argomento si sposta su Alice e poi sulla prossima pizzata a casa mia per evitare di soffermarci troppo su Seth, anche se tutti e tre siamo un po’ delusi.
Quando torno a casa mi prendo il tempo per fare una bella doccia rilassante con la mia stazione radio preferita in sottofondo. Mi sono fermata a comprare del pollo da fare con salsa barbecue e una quiche agli spinaci che mi ha insegnato nonna molto tempo fa. Finalmente ho un po’ di tempo per me, amo cucinare e gustare ciò che preparo, mi piacerebbe se ci fosse qualcuno a condividere con me questi momenti, ma sono sola al momento e va bene così. Poppy mi tiene compagnia scodinzolando in cucina, cercando di raccogliere qualsiasi cosa mi cade per terra e quando inforno la mia frittatina agli spinaci sorrido soddisfatta.
Mia nonna amava cucinare per tutti i suoi nipoti quando era Natale, il tavolo era sempre pieno di prelibatezze e la cucina sempre impeccabile. Diceva che il piano di lavoro doveva essere sempre pulito e poi mormorava qualcosa fra sé e sé e guardava la foto del nonno con aria spensierata. Solo anni più tardi, una serie infinita di libri erotici e qualche esperienza sessuale in più mi hanno fatto capire cosa intendesse la nonna. Peccato non avere un uomo al mio fianco per provare sulla mia pelle.
Mi servo un bicchiere di vino rosso, uno ogni tanto me lo concedo per coccolarmi, mi servo il pollo e la quiche e mi siedo a mangiare seduta sul divano. Un vizio che ho da quando vivo sola e che non mi toglie nessuno. Poppy sa stare al suo posto e per fortuna non viene ad annusare il mio piatto. Sto addentando l’ultimo boccone di quiche quando il cellulare squilla. Rispondo credendo sia urgente e, soprattutto, senza guardare il chiamante.
“Pronto?”
“Isabella, finalmente!”
“Oddio ancora tu!” Edward ridacchia dall’altra parte del telefono.
“Sì ancora io. Ti mando messaggi e non rispondi, ti chiamo e non rispondi, hai messo la deviazione nel telefono dell’ufficio chiedendo che non ti passassero le mie telefonate. Sei meno raggiungibile del presidente!”
“Cosa vuoi? Stavo finendo di cenare!”
“Pizza anche stasera?”
“Non che ti interessi ma no, ho cucinato io. Cosa vuoi?”
“Io ho avuto riso bianco e verdure con un sughetto strano, credo ci fosse qualche spezia che mi ha fatto venire la nausea. Cos’hai preparato?”
“Pollo alla salsa barbecue e una quiche di spinaci!”
“Sembra ottimo! Se ne avanza me ne porti un po’ per il pranzo di domani?”
“Cosa vuoi Edward?”
Prende un respiro profondo, forse il mio tono incazzato l’ha messo sulla strada giusta per concludere questa telefonata assurda.
“Voglio scusarmi. Scusarmi realmente. L’avrei fatto prima se solo avessi risposto al telefono una delle duecento volte in cui ho tentato di chiamarti. Non era una grande giornata ieri per me e non sono abituato a delegare. Solitamente faccio tutto io ed ho tutto sotto controllo, lasciarti portare a termine un affare come quello è stato molto difficile ma credimi… non avrei delegato a nessuno di diverso.”
“Ieri hai detto che era meglio se ci fosse stata Angela al mio posto. Quindi stai mentendo ora o hai mentito ieri?”
“Ero solo preso dall’ansia ieri. Cancella quello che ho detto.”
“Non credo sia possibile…”
“Perché?” Perché mi piaci e non ti fidi di me, mi consideri un’inetta e mi hai ferita. Ecco perché. Vorrei che non chiamassi più, che non mandassi più messaggi e, possibilmente, che uscissi dalla mia vita perché questa cosa ha del potenziale da far male, male sul serio. Prendo un respiro profondo e provo ad articolare un’altra frase che non mi smascheri.
“Perché ci sono rimasta di merda Edward. Le parole di ieri hanno cancellato tutto l’incoraggiamento e la gratificazione che ho provato l’altra sera quando mi hai delegato questo affare. E la sera prima ancora. Sei un grandissimo stronzo, pensavo che avessi smesso di comportarti da idiota e invece non sei cambiato per niente. Il lavoro per me è importante, se credi che sia il burattino da maneggiare come vuoi e poi trattare male scordatelo, ad un certo punto ti accorgerai che ho tagliato i fili.”
Segue un enorme momento di silenzio nel quale carico la lavastoviglie e mi fermo ad aspettare la sua risposta, che non arriva. Lo sento solo respirare e niente di più.
“Okay.” Dice schiarendosi la voce numerose volte. “Okay. Hai… hai ragione. Ci sentiamo.” Non aspetta che dica qualcosa io, mette giù e la linea si interrompe. Perfetto, l’ho offeso. Questa storia pare infinita. Quando finirà?
Mi metto a guardare la televisione ma qualcosa mi distrae, un pensiero. Non riesco a far finta di niente. Non mi piace l’idea che si sia offeso. Maledizione.
Con rabbia afferro il telefono e chiamo l’ultimo numero. Risponde dopo tre squilli e la sua voce mi fa immediatamente sentire meglio.
“Che c’è Isabella?” Sì, anche se irritata mi sento meglio.
“Nonostante io mi sia sentita ferita non dovevo trattarti così, mi dispiace. Immagino quanta fiducia ci sia voluta per delegarmi un affare così importante. Scusami.”
“Non importa, hai detto solo la verità. Sono sempre il solito stronzo idiota che dice cazzate. Non è cambiato nulla. Buonanotte!”
“Ehi non metterai giù anche questa volta. Sto cercando di scusarmi io!”
“Anche io ci ho tentato, ma dato che non mi perdoni non vedo perché continuare a parlare!”
“Okay, forse potrei perdonarti!” Se mi portassi fuori a cena, mi dichiarassi il tuo amore e passassi la notte con me sul mio meraviglioso letto. No, basterebbe anche qualcosa in meno.
“Non so se mi interessa ancora!”
“Wow, giochiamo come i bambini adesso?”
“E’ divertente, a dir la verità, non mi capitava da secoli… anzi forse non mi è mai successo!” Sussurra.
“Cioè?”
“Non mi sono mai sentito rilassato con una donna tanto da scherzarci. Non ho mai flirtato o giocato come…” Tossisce e mi si illumina la lampadina.
“Merda.”
“E’ una situazione imbarazzante…” Mormora e faccio fatica a sentirlo. “E’ anche per questo che mi capita di dire stronzate come quelle di ieri. Non so come comportarmi in questi casi.”
“Merda!”
“Sai dire solo questo? Perché io credo di avere una crisi di panico.”
“Edward è tutto okay, voglio dire… ovviamente è… strano sì, ma è okay. Non credi?”
“Non so più nulla. E odio Jasper per averti messo nella mia camera di ospedale quella notte!”
“Credo che sia un pensiero comune!”
“Fantastico. Ehm… quindi… Beh io dovrei dormire e…” E’ chiaramente una scusa. Non dorme molto e quando lo fa si sveglia con gli incubi. Lo sa che io ne sono a conoscenza.
“Non ne parliamo?”
“Di cosa?”
“Di questo… facciamo finta di niente? Ci comporteremo come due idioti infantili che ignorano questa… cosa tra loro e che si lanceranno occhiatine durante le riunioni o si faranno ammattire a vicenda con stronzate varie?”
“Bella, davvero non ho idea di come muovermi in questa situazione, non so neanche se hai capito di che si tratta.”
“Ti faccio ridere.”
“Sì, mi fai divertire.” Risponde con un sospiro.
“E ti faccio incazzare.”
“Come una belva.”
“Ma… ti faccio anche rilassare.”
“Non ci è mai riuscito nessuno.”
“Beh forse non capisco davvero cosa tutto questo voglia dire.” Guardo un punto indistinto nel muro, sono confusa e preoccupata.
“Non ho mai avuto un’amica, oltre a Rosalie. Lei però la conosco da quando siamo piccoli e abbiamo sempre avuto un rapporto bellicoso. Non è solo questo. Con te è come se… come se avessi qualcosa da condividere. Mi piace la tua compagnia, mi sento leggero a passare del tempo con te. Non ho mai avuto un’amica è tutto così… strano.”
“Dovresti frequentare donne migliori.” Mormoro stupita. Per me è sempre stato semplice conoscere persone nuove, farmi degli amici, poi nel tempo e lungo la strada ne ho lasciato qualcuno da parte, ma la mia vita è ricca di amici e di persone che mi vogliono bene.
“Sì, e vorrei… insomma…”
“Non capisco.”
“E’ così brutto essere mia amica?” Chiede sussurrando.
“Dipende dalla giornata.” Lo sento sorridere dall’altra parte del telefono. “A parte gli scherzi, Edward sei il mio capo, mi hai licenziata, mi hai riassunta e… insomma ho bisogno di pensarci e di vedere le cose da lontano. Odio essere ferita.”
“Lo capisco e mi dispiace, davvero.”
“Sì, lo so. Ti manderò delle mail se ho bisogno di qualcosa per il lavoro.”
“Buonanotte Bella…”
“Buonanotte Edward.”
Fisso il telefono in trance.
Non riesco a capacitarmi di ciò che è successo. Dico davvero. Il mio capo non ha mai avuto un’amica e si trova bene con me. Posso essere amica del mio capo? Posso essere amica di un uomo che sogno nel mio letto tre volte su quattro? E’ possibile essere amica di un uomo che ti ha licenziato già una volta? Fisso ancora il telefono e resto sbalordita quando si illumina segnando un messaggio.
Edward: “Per quel che vale, hai fatto un ottimo lavoro con Newton. Brava.”
Decido di non rispondere, ma leggo il messaggio almeno una decina di volte.
Il lavoro del giorno dopo sembra infinito, ma ringrazio il cielo che sia venerdì, questo mi assicura un week-end di relax o quasi, per lo meno. Il computer è intasato di e-mail con richiesta di appuntamento da parte di probabili clienti, o di richiesta di aggiornamento da quelli che sono in corso d’opera. Irina le gira tutte a me e ad Angela. A metà giornata non sappiamo più gestirci perché rispondiamo alla stessa persona in due. I telefoni squillano chiedendoci chiarimenti e siamo costrette a trovare una soluzione nell’immediato. Mi trasferisco nel suo ufficio, nella seconda scrivania con il portatile e tutte le mie dispense. Irina sa che deve trasferire le chiamate all’ufficio di Angela e non più al mio cubicolo. Quando arrivano le sette sono ancora chiusa nell’ufficio con Angela che parla al telefono con qualcuno troppo insistente. Non vedo l’ora di tornarmene a casa e infilarmi sotto le coperte con Poppy ma ne avremo per un’altra ora se non di più.
“Signore, come le ho ripetuto più volte, non è possibile parlare con il signor Cullen. Per ogni questione lavorativa deve parlare con me o con Isabella Swan.”
Al mio nome alzo la testa e sgrano gli occhi. Che? Da quando?
Irina entra in ufficio con il cappotto tra le mani e la sua borsa.
“Se abbiamo finito io andrei.”
“Veramente io ed Angela abbiamo bisogno che tu rimanga qui un’altra ora, i telefoni restano accesi e se dovesse arrivare qualche telefonata…” Le mostro il disordine sulle nostre scrivanie.
“Isabella avrei un appuntamento, so che Alice è ancora qui da qualche parte, potreste chiedere a lei.” Strabuzzo gli occhi per la seconda volta.
“Okay, okay, vai pure!” Angela risponde per me mandandola via con la mano. Finalmente ha concluso la telefonata.
“Perché l’hai mandata via?”
“Edward ha detto di assecondarla, quando ritorna la licenzierà.”
“Oh porca vacca!”
“Già, ieri ne ha combinata un’altra delle sue.” Sbuffa e scioglie i capelli. “Ha inviato PER SBAGLIO un preventivo con uno zero in meno a un cliente. La fortuna vuole che l’abbia mandata per conoscenza anche a Edward, il quale non ha una beata fava da fare e si mette a spulciare le mail ogni dieci secondi. Si è accorto dell’errore ed ha chiamato il contatto del cliente per un errata corrige. Mi ha fatto mandare la mail nuova con il preventivo ed ha stabilito che qualsiasi mail o comunicazione di questa portata rientra da ieri nelle mie mansioni. Mie e tue a dir la verità. Ti ha nominata sua assistente personale.”
Se non fossi seduta cadrei per terra.
“Che?”
“Non chiedere. Ma apprezzo che l’abbia fatto, anzi sono decisamente più contenta ora che posso dividermi le responsabilità con te. Emmett come sai è la mente del team idea, non si occupa delle mansioni burocratiche. Seth è in amministrazione e bilancio e non si occupa di marketing, Jacob e Mark hanno il loro bel da fare. A proposito Edward e Rosalie hanno deciso che saranno Jacob e Vincent a occuparsi della parte di produzione, noi daremo solo un’occhiata alle stampe di prova e alla pellicola di intermezzo.”
“Credo di essermi persa qualcosa.”
“Non è importante. Dovresti ricevere una mail da parte di Edward con tutte le tue nuove mansioni e giornalmente ti aggiornerà su quello di cui ti devi occupare.”
Perfetto, mi ha promossa a sua assistente personale. Ora tutto si complica.
“E tutti i tirocinanti?”
“Alcuni di loro stanno terminando il loro contratto, tre di loro finiscono la prossima settimana, Rosalie e Edward devono compilare la valutazione e leggere le varie tesi. Gli altri sono stati messi sotto l’ala di Emmett, tu sei l’unica che abbia preso la specializzazione di Edward, di conseguenza… Veramente credo ci sia un’altra motivazione. Sei un ottimo acquisto per la società Bella, Edward ne è consapevole e vuole valorizzare il tuo lavoro. Il ruolo di assistente ti garantisce di imparare molto di più.”
“Fantastico!” Il tono con cui mi esce il commento è disperato. Lavorare a stretto contatto con Edward era quello che volevo evitare. Essere l’assistente di Edward significa trasferirmi dal mio cubicolo all’ufficio confinante con il suo, avere un filo che ci lega al lavoro, presenziare ad ogni riunione, valutare e condurre insieme le stesse campagne pubblicitarie. E’ solo lavoro, certo, ma a stretto contatto con la persona che vorrei evitare in questo momento per milioni di motivi.
“Stai bene Bella?”
“Benissimo!” E’ tardi, sono stanca e solo ora, dopo una giornata sfinente, comprendo il motivo per cui le mail e le telefonate convergevano a me e Angela. Assistente. Mi ha nominata sua assistente prima che gli dicessi di tenersi a distanza, prima che rispondessi alla sua telefonata e prima di quella mezza e imbarazzante confessione.
“Benissimo” Ripeto meno convinta.
Sistemo le ultime carte sulla scrivania, mando le ultime mail come fossi un automa e poi stacco il pc e il telefono.
“Te ne vai?”
“Sono distrutta Angy e questa notizia mi ha sconvolta. Lavorerò da casa nel week-end.” Indosso la giacca e le scarpe alte che avevo tolto sotto la scrivania. “Senti, abbiamo organizzato per domenica sera una pizza a casa mia, sai per riprendere la tradizione. Che fai, ci vieni?”
“Mi piacerebbe ma… Seth verrà?”
Non me la sento di mentirle per cui annuisco solo con un cenno del capo.
“Allora direi proprio che passo.” Mi risiedo alla scrivania e sospiro forte.
“Angy ascolta, Seth ci ha raccontato come sono andate le cose. Io ti capisco, davvero. Comprendo i tuoi dubbi ma siete amici da molto tempo, lavorate nello stesso luogo di lavoro ma in ambiti diversi, non c’è conflitto di interessi, non c’è nessuna clausola che vi impedisce di uscire insieme sul contratto.”
“Non è solo questo!”
“Lo so bene. Però lui sta uscendo con questa ragazza perché non vuole rischiare di aspettarti in eterno, devi prendere una decisione e devi farlo ora. So che ami Seth, non è una semplice cotta, quindi sei proprio sicura che vuoi vederlo con un’altra?”
Lei fissa lo sguardo sulla scrivania e dopo pochi secondi scuote la testa.
“E allora riprenditelo. Corteggialo, fagli vedere cosa si perde, fagli capire che sei pronta per uscire con lui e provarci sul serio. Noi siamo dalla tua parte.”
“E se dovesse andare male?”
“Tu hai il tuo piano, lui è al suo, non vi vedete mai durante il lavoro, se non alle feste aziendali o ai meeting trimestrali. Sono sicura che saprete comportarvi da persone civili.”
“Domani sera verrà anche la sua nuova ragazza?”
“Non ne ho idea, spero di no, ma non posso assicurartelo. E anche se venisse, Angy devi esserci. Non è passato oltre dimenticandosi di te, quindi fagli vedere chi sei e giocatela.”
“Ci provo. Se me la sento vengo.” La saluto con un bacio sulla guancia e me ne torno a casa.
In vista della pizza di domani decido di non accompagnare Emmett e Alice in giro per locali ma di fermarmi a casa a lavorare un pochino e a rilassarmi. Edward mi spedisce una mail con le informazioni che Angela mi ha dato qualche ora prima, aggiungendo le varie mansioni che mi spettano da lunedì e alcuni dei lavori più urgenti e degli appuntamenti in agenda. Mi rammenta che Irina non ha più alcuna mansione se non quella di rispondere al telefono, deviare le telefonate e fare fotocopie e mi augura buon lavoro. Certo, buon lavoro. Come se non avessi pressioni e potessi fare tutto con tranquillità.
Sono indecisa se rispondergli sarcasticamente o lasciare perdere quando suonano alla porta. E’ strano che alle nove di sabato sera qualcuno venga a trovarmi, senza avvisare soprattutto. Guardo dallo spioncino e sbatto la testa alla porta.
“Se lo fai un’altra volta così forte credo che creerai un cratere sulla porta, Bella!”
“Jaspeeer! Che diavolo vuoi?”
“Ho portato cibo messicano e una bottiglia di vino, posso entrare?”
“No!”
“Vorrà dire che mangerò queste bontà seduto sul tuo zerbino!”
“Porca miseria, ti odio!” Apro la porta e mi scosto per farlo entrare. “Che sei venuto a fare?”
“Voglio fare pace con te!”
“Come se fosse possibile!”
“Senti Bella ero incazzato, ero proprio una belva. Non mi rendevo conto di averti ferito con quelle parole, mi dispiace okay?”
“Non è okay.”
“Ti prego! Non voglio litigare con te. Sei la prima amica che ho dai tempi del liceo!”
“Te la sei fatta una domanda?”
“Okay mi merito di essere preso a calci nel sedere, però possiamo parlarne? Ho portato anche il vino rosso che preferisci!” Alza la bottiglia cercando di corrompermi e ci riesce. Prendiamo posto sul tavolo con le vaschette del cibo d’asporto e due bicchieri di vino a tenerci compagnia.
“Ho sentito che tu e Edward siete tornati a rapporti civili…” Inizio buttando lì l’argomento.
“C’è stata una dura battaglia prima, le parole che sono volate sono state difficili da digerire per entrambi.”
“So che gli hai raccontato la verità di come gli sei stato vicino per tutti questi anni.”
“Ti ha raccontato molte cose, è difficile che si confidi così.”
Faccio vagare lo sguardo per la stanza, in cerca di qualcosa su cui concentrarmi e fissarmi.
“Già…” Mormoro lievemente.
“Devi sapere che Edward ha avuto un periodo di ribellione durato un secolo. Fin dai tempi del liceo ogni sera era una sbronza. Alcune volte riusciva a tornare a casa e infilarsi a letto dopo aver rigettato l’anima, altre volte lo si trovava riverso su un’aiuola o nel giardino di qualche vicino. Non aveva amici, aveva tagliato i rapporti con tutti tranne che la gente con cui andava a sbronzarsi. Persone poco raccomandabili.”
“Avevo immaginato che avesse un passato da ribelle.”
“Non è solo quello. Il momento in cui ha preso la patente è stato il peggiore per le mie coronarie. Non sapevo mai dove trovarlo, non sapevo se sarebbe tornato a casa, non sapevo se stava bene. Gli amici che tanto si vantava di avere lo piantavano a metà serata ovunque fossero e lo lasciavano tornare in quelle condizioni da solo. Non aveva nessuno, l’unico numero in rubrica che rispondeva ogni volta ero io.”
In quel momento mi resi conto che lui non aveva nessun diritto di raccontarmi queste cose, era Edward a doverlo fare. Non dovevo sapere il passato di Cullen per voce di Jasper.
“Perché mi stai dicendo questo? Non sono fatti che mi riguardano.”
“Bella, non prendiamoci in giro.”
“Non sto affatto-”
“Ero con Rosalie ieri durante la telefonata.” Chiudo gli occhi per proteggermi dall’imbarazzo. “Ma non è questo ciò che conta. Ho bisogno di raccontarti questa cosa per arrivare al motivo per cui io e Edward abbiamo litigato.”
“Non ti racconterò qualcosa di me solo perché tu scopri i tuoi segreti.” Gli ricordo mentre cerco di far sparire il rossore dalle mie guance. Sento il suo sguardo su di me e dato che fa silenzio alzo appena lo sguardo, mi sta fulminando. Okay, ho capito il messaggio, ritira gli artigli agente.
“Cosa facevi quando ti chiamavano?”
“Correvo da lui. Ogni volta. Quando ancora non avevo la patente i miei genitori mi accompagnavano, Rosalie si arrabbiava perché diceva che era come avere un altro fratello casinista. Così sono stati tutti sereni e felici quando ho avuto anche io la mia macchina ed ho iniziato a passare le mie serate seguendolo. Gli anni del liceo sono stati i più difficili. Si è diplomato per il rotto della cuffia, nonostante fosse un genio. Quando si è iscritto al college siamo rimasti tutti sopresi. Io ho frequentato legge, ma mi sono ritirato per fare il corso di addestramento in polizia. Edward se la cavava bene. Riduceva i suoi momenti di sballo al venerdì e al sabato e io riuscivo a riposare almeno durante la settimana.”
“In sostanza sei stato il suo angelo custode per tutti questi anni?”
“Era talmente ubriaco che non ricordava nulla, gli parlavo ma la mattina non sapeva mai come aveva fatto a finire nel suo letto sano e salvo. Io dal canto mio mi preoccupavo sempre di sparire prima che si svegliasse.”
“Perché non rimanevi? Perché non parlavate?”
“Abbiamo litigato per mesi prima che lui decidesse di percorrere questa strada. E mi ha urlato addosso cose che ho cercato di dimenticare e che non voglio tirare fuori da quella dannata scatola. Ogni volta che lo guardavo mi tornavano in mente e mi veniva la nausea. Non sono cose che ti posso raccontare io, Bella.”
“Si tratta della sua famiglia, vero?” Non risponde e fissa il suo bicchiere di vino mentre se lo porta alle labbra.
“Quando ha terminato gli studi e ha avviato la società insieme a Rosalie il denaro gli ha dato alla testa, in un primo momento. Acquistava macchine forti che distruggeva dopo neppure una settimana, frequentava locali fino al mattino, spesso addormentandosi nel privè. Quando dovevano chiamare qualcuno dal suo cellulare, ero sempre io l’unico a rispondere.”
“Mi hanno assegnato al distretto in cui sono adesso qualche anno fa e ho sempre accettato di fare i turni notturni del week-end, mi aiutava a non pensare a quello che faceva quel deficiente.” Scuote la testa espirando forte. “Il destino ha voluto che fossi io a giungere sui luoghi degli incidenti entrambe le volte.”
“Ora capisco le tue parole.”
“Lui non lo sapeva, era talmente ubriaco da non ricordare nulla. Quando era in ospedale riuscivo a stare con lui solo la notte, il momento più critico per gli incubi. Ho imparato a non svegliarlo, a calmarlo, a tenerlo fermo e poi sparire prima che si svegliasse.”
“Non ha mai sospettato niente?”
“No, quando gli ho raccontato di come mi prendevo cura di lui è rimasto sbigottito e poi, come sempre, mi ha urlato addosso.”
“Immaginavo.”
“Non sa come prendere l’affetto che le persone gli donano. Non l’ha imparato, non ha avuto l’occasione di… capire.”
“Questa non è una giustificazione Jasper. Insomma è adulto, è il momento di andare avanti, di lasciare il passato dov’è e colmare le mancanze…”
“E’ facile per te, non hai vissuto quello che ha passato Edward, non sai cosa sia stata la sua vita lui… E’ difficile, okay? L’unica sua forma di ringraziamento è sputarti addosso tutto il veleno che conserva dentro.”
Sbatto le mani sul tavolo incazzata.
“E’ facile per me? Davvero Jasper? Tu non sai un cazzo della mia vita!” Lo guardo negli occhi e scuoto la testa arrabbiata. Sistemo le stoviglie sporche e prendo un altro bicchiere di vino per calmarmi. “Non è facile per me, ma sono cresciuta. Sarei potuta essere come lui e invece ho scelto di cambiare, di essere umana, felice e serena. Quello che mi costa lo so solo io. Nessuno di voi sa niente di me ma non per questo vi tratto come delle persone inette, non per questo non sono grata se mi volete bene o mi state vicini!”
“Evidentemente tu hai avuto qualcuno accanto che ti ha insegnato tutto ciò. Lui no!”
“Aveva te, aveva la tua famiglia. Ha scelto lui di cambiare rotta.”
“Era solo un ragazzino, cosa doveva fare?”
“Lottare per sé. Come ho fatto io. Quando la mia vita è cambiata avevo solo otto anni. Otto anni Jasper. Cosa ne sapevo io di cosa era giusto o sbagliato a quell’età?”
“Avevi tuo fratello, tua madre… degli amici che ti volevano bene.”
Non ce la faccio a starlo ad ascoltare e alzo le braccia per fermarlo.
“Mio padre è stato ucciso davanti ai miei occhi Jasper. Davanti ai miei occhi. Avevo solo otto dannati anni! Ero una bambina!”
La foga con cui lo dico lo inchioda alla sedia, immobile come una statua.
“Credi davvero che l’affetto di una madre distrutta e disperata potesse aiutarmi? Credi che un fratello di qualche anno più grande sapesse cosa mi servisse per stare bene? Ho visto tredici psicologi diversi ed ognuno di loro ha cercato di farmi superare il trauma. Trauma lo chiamano. Sai cos’è il trauma? Una botta, una caduta, un incidente in auto da cui ne esci vivo. Un trauma potrebbe essere quello di scoprire che Babbo Natale non esiste. Per una bambina di otto anni quello non è un trauma. E’ un dolore persistente, una catastrofe, un disastro, è la fine di ogni felicità più pura. Mi sono ammalata, sono stata in ospedale per mesi, nessuno riusciva a capire cosa avessi. Mio fratello andava a scuola. Mia madre era distrutta e pensava a tenere su i suoi pezzi. Io restavo in ospedale da sola. Da sola Jasper. Avevo nove anni. Nove fottuti anni. Dici che è stato facile? Credi davvero che sia stato facile? Perché quello che tu chiami facile io lo chiamo impossibile.”
Il silenzio che segue mi mette nella prospettiva di capire che ho fatto uno sbaglio enorme. Ho aperto uno spiraglio sul mio passato, ho parlato di quel periodo che ho sempre cercato di tenere nascosto, e l’ho fatto con una persona che è appena entrata nella mia vita. Non so quanto tempo rimane in silenzio o perché lo fa, ma quando parla è calmo e tranquillo, come se cercasse di abbracciarmi con le parole.
“Ho sbagliato a parlare, non volevo dire che per te è stato facile. Ma tu avevi ancora parte della tua famiglia, Edward non aveva nessuno ed io ero soltanto un bambino, non potevo fare nulla per lui… se non cercare di stargli vicino.”
Annuisco capendo cosa vuole dire, ancora sconvolta per la mia confessione. Pulisco il tavolo in silenzio e riempio le ciotole di Poppy per distrarmi. Un passo falso e la gente custodisce i coltelli con cui ferirti. Un passo falso e concedi al tuo nemico di dissanguarti. Non l’ho mai permesso. Mai, fino ad ora.
“Robert mi ha chiesto come stai e se ci vediamo ogni tanto, mi ha detto di ricordarti la cena a casa sua. Non te l’ho mai detto perché ho notato come eviti ogni cosa che riguarda Robert o la sua famiglia.”
“E’ stato lui a raccontarti ogni cosa?” Sussurro.
“Sì e no. Un giorno il mio turno prevedeva che restassi in ufficio con lui tra le scartoffie. Mi ha chiesto se sapevo come te la passassi, mi chiedeva spesso se ti avevo visto e cose varie. Quel giorno gli chiesi perché continuava a domandarlo e non ti chiamava. Disse che non lo faceva da un po’ perché tu avevi smesso di rispondergli.”
“E’ vero.”
“Ha detto anche che avevi tagliato tutti i rapporti con le persone che ti ricordavano tuo padre…”
“E così da bravo poliziotto sei andato a indagare.”
“Non subito. Prima della fine del turno Robert si è lasciato sfuggire un dettaglio. Ha detto che avevi lo stesso temperamento di tuo padre, che sei un’agente di polizia mancata e che tuo padre sarebbe stato fiero di te.” A quelle parole le mani iniziano a tremarmi e devo infilarle dentro le tasche della felpa per non mostrarle a Jasper. Gli occhi mi si inondano di lacrime pronte a scendere. Non devo piangere. Non devo piangere. Non devo piangere.
“Così ho cercato qualcosa in rete e sono rimasto sorpreso dalle notizie che mi si sono presentate davanti. Siti, giornali, riviste… qualsiasi cosa.”
“Già… però non me ne hai parlato.”
“No, speravo che lo facessi tu prima o poi. Invece hai sempre mantenuto il silenzio, lo fai ancora adesso a parte qualche piccola verità che ti esce quando sei arrabbiata o quando parli senza pensare troppo.”
“Non è qualcosa di cui voglio parlare. Non ho intenzione di aprire il mio cuore e quel cassetto ora, né con te. Mi sono lasciata andare troppo. In passato tutti parlavano, tutti mi indicavano e mi compativano. Mi trattavano con rispetto, con condiscendenza, si comportavano come se fossi fragile, da proteggere. Era una situazione che odiavo. La sensazione delle persone così oppressive, ossessive. Si dice che il tempo cancelli tutto quanto ma in realtà nella mente delle persone non va via nulla. E negli anni la situazione è peggiorata, o forse io sono diventata meno tollerante. Ho staccato da tutto ed ho cercato di ricominciare daccapo. Quello che dovrebbe fare Edward.”
“Edward non può andarsene da qui.”
“Dovrebbe.”
“Non può Bella. Non può.”
Mi schiarisco la voce tossicchiando.
“Così avete litigato ancora e tu te la sei presa con me.”
“Sì e non volevo, te lo giuro.”
“Ho capito… e ti perdono.”
“Apprezzo che tu abbia aperto gli occhi a Edward, per lo meno adesso riusciamo a stare nella stessa stanza senza scannarci a vicenda. Lunedì lo lasciano andare a casa!”
“Bene, sono felice per lui.”
“Avrà bisogno di aiuto. Non vuole un’infermiera che vada a lavarlo e curargli le ferite, dice che vuole farcela da solo. E’ cocciuto come un mulo.”
“Già, dovrai combattere parecchio!”
“Ti va di… cosa ne dici se una sera della prossima settimana organizziamo la pizzata a casa sua?”
Sgrano gli occhi.
“Sei pazzo?”
“Bella andiamo! Ha bisogno di avere qualcuno attorno. Porto anche Rosalie e possono venire anche Angela, Emmett, Seth e Alice.”
“Edward odierà ogni singolo momento!”
“Magari all’inizio, poi sarà divertente!”
“Non credo possa andare come idea. In più ricordati che è il nostro capo.”
“Anche Rosalie lo è… eppure l’hai invitata.”
Sospiro forte per fargli capire quanto poco mi piaccia questa situazione, lui mi guarda speranzoso.
“E va bene! Parlerò con i ragazzi e ti farò sapere.”
“Bene!”
“Spero per te che Edward non abbia la luna storta o riceverai un sacco di pedate nel sedere da tutti noi!” Ridacchia e si infila la giacca.
“Ora devo andare! Ti faccio sapere l’indirizzo, facciamo mercoledì?”
“Facciamo mercoledì! Jasper davvero, chiedi a Edward prima. Non vogliamo farlo arrabbiare!”
“Se ci sei tu andrà benissimo! Il tuo nome ultimamente lo rende più sopportabile!” Sorride con tutti i denti e mi viene voglia di picchiarlo.
“Smettila, cretino!”
Lo accompagno alla porta e lo saluto, ma prima che scenda da tutta la rampa lo fermo di nuovo.
“Domani sera noi facciamo una pizza a casa mia. Rosalie non può venire per cui non avevo invitato neppure te… oltretutto dopo quello che hai combinato con Alice… Se dovessi passare da queste parti e volessi fermarti a bere una birra sai che puoi farlo!” Mi strizza l’occhi e scompare dalla mia vista.
Spengo le luci dell’appartamento, mi sistemo sotto le coperte e prendo sonno.
Qualche ora più tardi mi sveglio di soprassalto, gli incubi sono tornati.
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