sabato 7 gennaio 2017

Capitolo Quattordici

Ieri sera mi sono addormentata serena, senza nessuna angoscia o pentimento. Nella testa, prima di chiudere gli occhi e abbandonarmi al torpore del sonno, avevo la sequenza dei nostri baci, di Edward che mi sorrideva, che gemeva, si abbandonava a me.
E’ stato meraviglioso.
Stamattina il traffico non mi ha indisposta, non mi ha fatta arrabbiare, il ritardo con cui sono arrivata in ufficio non mi ha preoccupata, angosciata o resa antipatica. Ho salutato Alice di sfuggita e sono andata a rintanarmi nel mio ufficio. Immagino che ogni persona che mi incontra potrà notare, direttamente dal mio sorriso, che stamattina c’è qualcosa di strano. Spero solo che non facciano troppe domande. Angela sta giusto appoggiando la sua tazza di caffè, voltata verso di me, pronta per una raffica di domande quando il mio cellulare suona. Boss. Ridacchio tra me e me, senza destare troppi sospetti e mi scuso con Angela prima di uscire dall’ufficio.
“Pronto?”
“Buongiorno Bella!” Sorrido come una quattordicenne alla sua prima cotta mentre percorro il corridoio verso la terrazza in fondo agli uffici.
“Buongiorno anche a te. Come stai?”
“Bene, meravigliosamente bene. Tu? Ripensamenti?” Sussurra dopo un attimo.
“Nessuno. Sto benissimo.” Esco nel terrazzino coperto, nonostante sia freddo e non abbia con me la giacca; cerco di ripararmi addossandomi alla parete e stringendomi le braccia al corpo.
“Sei già in ufficio?” Lo sento sbadigliare e capisco che, nonostante tutto, non ha riposato abbastanza.
“Sono appena arrivata, e prima che mi rimproveri, sono in ritardo perché c’era una marea di traffico e mi sono svegliata tardi perché stanotte qualcuno è entrato nel mio appartamento, adducendo la scusa che ho delle labbra fottutamente perfette!” Ride dall’altra parte del telefono. E’ così maledettamente sexy e naturale ridere con lui.
“Devo essere geloso?”
“No, non credo. C’è Poppy a difendermi!” Sbadiglia ancora una volta e mi mordo la lingua per non chiedere se ha riposato stanotte.
“La tua cagnolina è particolarmente affettuosa e protettiva con te, ne sono felice. Posso stare tranquillo!”
“Ti preoccupi per me?”
“Sì.”
“Questa è nuova. Non molti si sono preoccupati per me negli ultimi anni…”
“Non dirlo a me. Tutte le attenzioni di Jasper sono così… irritanti.” Siccome lui non si è tirato indietro nel discorso… tento di fare la mia domanda.
“Hai dormito stanotte?”
“Un paio d’ore. Quando sono tornato a casa ero troppo… eccitato per dormire. E quando mi sono addormentato era l’alba. Jasper mi ha svegliato per le medicine prima di andare al lavoro e non mi sono più riaddormentato.”
“Niente incubi?” Sussurro.
“Niente incubi.” Sorrido felice che non siano stati quelli la causa della sua insonnia.
“Bene. Allora vedrò di stancarti abbastanza anche stasera, renderti molto eccitato per dormire, così non sognerai cose brutte e dormirai in pace e tranquillo per qualche ora.”
“Questa idea… suona molto allettante. Sapevo di doverti riprendere in squadra, Swan!”
Ci prendiamo un attimo per ridere insieme e poi si schiarisce la voce. Una punta di freddo mi fa rabbrividire e credo di battere i denti talmente forte che potrebbe sentirmi, ma non importa.
“Domani è sabato…”
“Lo so bene. E credo anche di non aver così tanto lavoro da portarmi a casa. Sono felice di aver fatto ore e ore di straordinari!”
“Hai impegni?”
“In realtà… no. Vorrei finire il bucato, stirare qualche camicia, pulire casa e prendermi del tempo per me. Non so quando mi ricapita di avere un sabato completamente libero!”
“Posso aiutarti?” Scoppio a ridere e una punta di calore mi scalda.
“Ti immagino proprio a stirare camice nella mia lavanderia! Non ci entri neanche, probabilmente! No, grazie Edward. È gentile da parte tua, ma fare la donna di casa, ogni tanto, mi rilassa.”
“Rimanda a domenica, passa la giornata con me.”
L’immagine di noi due stesi sul suo divano mi fa boccheggiare. Non posso passare tutta la giornata con Edward, non posso restare chiusa in casa con lui tutto il tempo.
“Edward…”
“Ci stai ripensando?” Una risatina mi scappa senza volerlo.
“No. Senti i miei timori non derivano dal fatto di ripensarci o di pentirmi. Okay? È solo che vorrei aspettare tu fossi in forze, guarito e senza impedimenti fisici. Ti affatichi ancora molto, le ferite ti fanno male. Questi sono gli unici motivi per cui ti dico di no per passare tutta la giornata con te. Però ho un’idea. Possiamo organizzare una cena a casa tua domani sera, arriverei qualche ora prima per cucinare qualcosa. Invitiamo gli altri e passiamo una serata tutti insieme. Che ne dici?”
“Non puoi venire a cena da me senza la truppa?”
“No, rischio di saltarti addosso e mandare in malora il tuo mese di riposo.” Dichiaro sincera e schietta.
“Sto bene. Davvero.” Dice con la voce arrochita.
“Certo, come no! Cena con la truppa o niente.”
“Va bene. Ora parliamo di lavoro. Novità per la produzione Newton?”
Parliamo per altri dieci minuti, lo aggiorno sugli appuntamenti di oggi, sulla produzione degli spot e mi elenca ciò che devo fare per lui. Poi ci salutiamo e ritorno alla mia scrivania. Il lavoro non mi è mai sembrato più gradevole di oggi, la fantasia galoppa, le idee arrivano a fiumi sorprendendomi. Nessuno riesce a deconcentrarmi, neanche le telefonate più lunghe e pallose. Sono una macchinetta. A pranzo io e Angela raduniamo i tirocinanti e raccogliamo le loro dispense, incaricandoli di nuovi progetti. Il pomeriggio invece è un po’ altalenante.
I messaggini che arrivano sul telefono mi tolgono la concentrazione e anche l’impegno, la voglia di attaccarmi allo smartphone e messaggiare come una quindicenne è invitante, ma devo resistere. Così rispondo di tanto in tanto, Edward mi chiede come va il lavoro, se ho mangiato, qual è il mio colore preferito e cose così. Nel momento in cui arriva a chiedermi se preferisco le mattonelle al parquet scoppio a ridere chiedendogli il motivo per cui vuole sapere tutto ciò.

“Perché così mi porto avanti. Mi sto annoiando, ho voglia di conoscerti ma sono sicuro che quando arriverai avrò solo voglia di baciarti e non parleremo molto. Portami la tua tesi!”

Mi deconcentra, dannazione. E’ talmente tenero che mi spiazza e, piuttosto che lavorare, sto qui a mandare messaggi e aspettare che mi risponda. Non posso permettermi il lusso di girarmi i pollici al lavoro, finché starà a casa l’ufficio lo mandiamo avanti in tre, e nessuno di noi è capo di questa azienda. Mancano poche ore, poi sarò libera di andare. Il pensiero di tornare in quella casa, da sola con lui, mi elettrizza da una parte, mentre dall’altra sono preoccupata. Non devono venirmi i dubbi adesso, no. Però… sì, sono preoccupata. E’ potenzialmente un disastro fin dall’inizio, perché continuare su questa strada se so già che non seguirà la retta via? Non sopportavo Edward durante le ore di lavoro, come posso pensare di costruirci una relazione?
E poi, lui la vuole una relazione o preferisce divertirsi un po’ al momento e poi piantarmi su due piedi?
No, non è il momento di farsi prendere da tutte queste paranoie. Avrò tutto il tempo del mondo quando sarò sotto le coperte. Ho deciso di provarci, giusto? Proviamoci.

“Ti porterò la tesi, ma ora per favore, ti prego, lasciami lavorare. Non riesco a pensare se continui a scrivermi!”
Mi risponde solo con uno smile che mi fa l’occhiolino e, anche se distratta il più delle volte dai miei pensieri, riesco a concludere la giornata finendo l’archiviazione di alcuni clienti. Non ho fatto poi molto, ma la colpa non è solo mia.
Salgo in macchina, imposto il navigatore con l’indirizzo di Edward, perché non ricordo la strada, e dopo essermi controllata il trucco in velocità mi immetto nel traffico dell’ora di punta. Ovviamente arrivo tre quarti d’ora più tardi e trovare parcheggio è un’agonia. Rimpiango mille volte il mio parcheggio sotterraneo e il portiere che tiene sempre un posto libero davanti al palazzo per le emergenze. Alla fine ho dovuto parcheggiare nella via laterale, dovendo farmi un bel pezzettino a piedi. Citofono e, ci scommetto grazie alla telecamera, mi apre senza neanche rispondermi. Salgo in ascensore con il cuore a mille. Cosa mi aspetto da questa serata? Già, cosa? Non ne ho idea. Ci ho pensato abbastanza, a lungo e profondamente, ma non sono ancora arrivata a fare dei progetti nella mia testa. Di sicuro non ho il tempo di farli in ascensore. Di una cosa sono sicura, però, non ci andrò a letto per numerosi motivi.
Quando arrivo sul pianerottolo la porta di casa è aperta e appoggiato con una spalla allo stipite c’è il padrone di casa. Bellissimo e sorridente. Indossa una maglietta a maniche corte nera, un paio di pantaloni della tuta grigio ed è scalzo, ricordo che nel suo appartamento fa molto caldo.
«Ehi, bellezza. Ci hai messo una vita ad arrivare!» Sghignazzo come una ragazzina.
«E’ l’ora di punta, che ti aspettavi? Per trovare parcheggio ho girato quattro volte tutto l’isolato. Penso di odiare questo quartiere!» Con la mano sana mi afferra il polso e mi tira a sé. Appoggia la fronte alla mia e sorride dolcemente.
«Pensavo che per la smania di vedermi saresti uscita prima, evitando il traffico cittadino.»
«Sono dovuta restare in ufficio fino all’orario solito per combinare qualcosa di buono. Sono stata distratta tutto il giorno e ho fatto poco niente. Spero che il capo non si arrabbi.» Il braccio sano scivola attorno al mio fianco e il pollice inizia a carezzarmi circolarmente la schiena.
«Hai un capo molto cattivo?» Mormora sorridendo.
«Dipende dai giorni. Alle volte è così stronzo che può licenziarti per un solo misero ritardo!» Scoppia a ridere allontanandosi dalla mia faccia e scuotendo la testa. E’ così bello.
«Sono certo che ci stia lavorando e che non si arrabbierà con te per oggi.»
«Lo spero. Perché ho anche messo in disordine tutto il suo prezioso archivio!» Dico mordendomi il labbro. Vedo orrore nei suoi occhi, anche se cerca di mascherarlo addolcendo un po’ l’espressione del viso e quando non riesce proprio a chiudere la bocca scoppio a ridere io. «Sto scherzando. Puoi richiudere la bocca, capo.» Un sospiro di sollievo esce dalle sue labbra e si avvicina ancora di più a me, fino a far scontrare le nostre labbra. Animata dalla lunga attesa di una giornata intera senza i suoi baci, rispondo con foga. Le mie mani si stringono tra i suoi capelli, tirandoli appena e portandolo ancora più vicino. Le nostre labbra si modellano, le lingue si intrecciano, si assaggiano, si accarezzano e i denti si scontrano per la fretta di questo bacio. Mi sento trascinare dentro casa e nonostante gli occhi chiusi riconosco il muro dell’ingresso quando mi ci appoggia e si piega su di me, senza mai staccare le labbra dalle mie.
«Sei perfida!» Mi dice dopo avermi morso il labbro inferiore dolcemente.
Sorrido e ricambio il favore facendolo gemere. La sua mano sale dal fianco fino al profilo del seno, con il pollice mi accarezza la curva numerose volte mandandomi al manicomio. E’ frustrante anche se è meraviglioso. L’elettricità che si avverte tra i nostri corpi mi farebbe esplodere in poco tempo, ne sono sicura; eppure lui si limita a quelle carezze così indecise, così faticosamente tollerabili. Vorrei che stringesse tra le sue mani il mio seno, che pizzicasse i miei capezzoli, che li tirasse, li mordesse… Mi stacco violentemente dal bacio spalmandomi sulla parete più di quanto lo sia già. Mi guarda con il fiatone, confuso e spaesato.
«Fermiamoci.» La via che avevano intrapreso i miei pensieri mi fa paura. Che mi ero detta prima? Non ci sarei andata a letto. Anche se sono certa che se avessimo continuato, lì saremmo finiti.
«Perché?» Mi chiede con sguardo languido.
«Perché mi hai promesso cena e chiacchiere ed è quello che faremo stasera. In più… non ho intenzione di venire a letto con te.»
«No?» Mi guarda stupito.
«Non oggi. No.» Un’espressione birichina si disegna sul volto e si avvicina ancora a me, appoggiando il suo corpo eccitato sul mio e riprendendo a baciarmi come prima. Questa volta, più deciso, porta la sua mano a stringere il mio seno, proprio come avevo immaginato prima di fermarlo. Il reggiseno mi infastidisce, odio non sentire il suo palmo caldo, la sua pelle a contatto con la mia. Mi accorgo di avere le gambe spalancate e la gonna salita di molto solo quando sento Edward spingere il bacino sul mio. Grazie ai tacchi la sua erezione preme appena sotto l’ombelico. Sono così piccola in confronto a lui.
Anche le mie mani viaggiano, non se ne stanno certo ferme. Hanno già saggiato e palpato ogni centimetro delle sue spalle, scendendo sulla schiena ed ora si stanno affacciando al lato B perfetto. Adoravo guardarlo camminare fuori dalla sala riunioni, per i corridoi della società o mentre guardava fuori dalla finestra del palazzo; il suo sedere dovrebbe essere inserito all’interno dei siti patrimonio dell’Unesco.
Quando le mie dita stringono il suo sedere, spingendolo verso di me la sua bocca si stacca dalla mia, un gemito roco abbandona le sue labbra e, con gli occhi ancora chiusi, ansima rumorosamente. Non avrei mai pensato che i gemiti di un uomo potessero essere così eccitanti, i ragazzi con cui sono stata erano piuttosto imbarazzanti. Edward invece mi incendia. Sento le sue dita abbandonare il mio seno per scendere lungo il mio ventre e poi ancora più giù, sulle cosce ormai libere dal tessuto della gonna. Quando le sue dita accarezzano la parte nuda della mia gamba spalanca gli occhi nei miei, deglutisce con difficoltà e richiude gli occhi gettando in avanti la testa, appoggiandosi alla mia spalla. La mano sale, fino ad arrivare al mio sedere, coperto solo in parte da uno slippino rosa antico di seta. Il tessuto sotto le sue dita lo stuzzica ancora di più, con un dito ne percorre la cucitura morbida, avanti e indietro, senza mai esagerare. Il suo membro si ingrossa e dopo una pulsazione che sento benissimo anche attraverso i vestiti, Edward si decide. Passa un dito al di sotto della cucitura, scende per tutto il bordo fino ad arrivare alla mia intimità. Dopo avermi accarezzata lentamente le labbra esterne, accorgendosi di quanto sia bagnata torna indietro con un grugnito. Si allontana con il bacino dal mio corpo e lentamente mi sistema la gonna sui fianchi, inducendomi a chiudere le gambe e a spezzare l’incantesimo.
Porca miseria! Ero un incendio che divampava furiosamente, ed ora ha gettato una secchiata di acqua gelida su di me. Perché si è fermato? Lo guardo confusa, ma lui ha ancora gli occhi chiusi e cerca di riprendere fiato, ad un passo da me e con i pantaloni della tuta che poco coprono la sua erezione.
Il suo petto si alza e si abbassa velocemente, il braccio ingessato è sempre stato appoggiato lungo il suo fianco, i capelli sono un caos ingovernabile, la fronte madida di sudore e le guance rosse si adattano perfettamente al rossore e al gonfiore delle sue labbra dopo i nostri focosi baci.
«Hai ripreso il controllo?» Chiedo dopo altri tre lunghissimi minuti di silenzio, quando noto che il suo petto ha ripreso un ritmo regolare.
«Non del tutto.» Apre gli occhi e mi sorride dolcemente. Wow, cambio di scena. «Andiamo a mangiare. Ho fatto preparare qualcosa dalla mia governante, spero ti piaccia.» Mi tende la mano libera e io la accetto volentieri. Il suo pollice accarezza il mio dolcemente e questo tocco, irrimediabilmente, mi porta a quello che è successo pochi minuti fa, attaccati a quel muro dietro alle mie spalle. Mi incendio di nuovo e il respiro si velocizza. Senza neanche guardarmi sale gli scalini che lo portano in cucina e appoggiandosi al bancone, separando la sua mano dalla mia, sbuffa.
«Ti prego, calmati. Non mi aiuti in questo modo.»
«Non ho fatto nulla.»
«Sì invece. Non credere che io non ci stia pensando.»
«A cosa?» Completamente frastornata mi avvicino di un passo, vorrei mettermi tra le sue gambe e riprendere a dove abbiamo lasciato pochi minuti fa ma lui, con la mano libera, ferma la mia avanzata.
«Ti prego no.»
«Che succede?»
«Dobbiamo darci una calmata.» Sgrano gli occhi ancora più confusa di prima.
«Eri tu quello che mi ha spalmata al muro pochi minuti fa, mi ha palpeggiata a eccitata fino all’inverosimile. Ne sono sicura, non c’è nessun altro in questa casa, quindi eri tu.»
«Lo so bene.»
«E quindi ora dici che ci dobbiamo calmare?»
«Sì, è meglio così.»
«Perché?»
«Perché tu non vuoi fare sesso stasera e anche se ti sembro uno stronzo patentato all’accademia degli stronzi bastardi, ti assicuro che rispetto questa decisione e la condivido.» La sua ammissione mi blocca il respiro e quando noto la sua espressione corrucciata sorrido appena.
«Accademia degli stronzi bastardi, eh?»
«Non dirmi che non ci hai mai pensato!» Sorride anche lui e la sua postura si ammorbidisce un po’.
«In effetti mi chiedevo in quale università ti eri laureato per essere un capo così stronzo. Sì!» Mi sorride alzando di poco l’angolo destro delle labbra, un sorriso così speciale che mi scalda. Mi avvicino e il suo volto si fa preoccupato, incurante del rischio mi avvicino ancora, fino a posizionarmi esattamente dove volevo. Porto le mani tra i suoi capelli, mi alzo sulle punte dei tacchi e avvicino la sua bocca alla mia.
«Bella…»
«Shhh. Ho detto che non verrò a letto con te. Nessuno però ci obbliga a tenere le mani a posto, no?» Neanche avessi pigiato il bottone per l’espulsione dalla navicella, Edward mi bacia, mi morde le labbra, succhia la mia lingua e ingoia i miei gemiti. Ricordandomi solo in quel momento che ancora non è guarito del tutto mi stacco appena, gli prendo la mano sana come ha fatto lui poco prima e lo guido, nuovamente, giù dalle scale della cucina fino al divano. Si siede e mi trascina su di lui, cerco di spostarmi ma scuote la testa. «Ti farò male.»
«Non me ne farai. Smettila di preoccuparti per me e baciami.» Cerco di non appoggiarmi troppo al suo corpo e di pesare solamente sulle mie ginocchia, ma quando la sua mano torna ad esplorare il mio sedere le gambe traballano e devo appoggiarmi alle sue spalle con le mani. La gonna è diventata ormai una cintura, le mie mutandine sono esposte alla sua vista e le mie cosce, per niente perfette o muscolose, sono libere alla sua visuale. Ho sempre cercato di nascondermi, ora non mi interessa poi molto.
Edward sposta la mano lungo la cucitura del mio intimo, passando lentamente sul davanti e, come poco fa attaccati al muro, infila un dito al di sotto della cucitura, arrivando con movimenti frustranti e lenti come una lumaca fino al mio centro caldo e bagnato.
«Dio mio!» Geme nella mia bocca aumentando la focosità del bacio. Come se fosse possibile bruciare ancora di più. I suoi fianchi si alzano per incontrare il mio centro attraverso i vestiti, animata dal suo lato selvaggio e impaziente le mie dita lo accarezzano attraverso il pantalone della tuta. E’ duro, grande e sprigiona un calore pazzesco. Con l’unghia premo mentre faccio scorrere il dito su e giù, fino a stringere nella mano i suoi testicoli. Lo sento gemere più forte, un verso roco sulle mie labbra così eccitante da spingermi a volerlo sentire ancora. Mi sposto appena, staccando così le nostre labbra. Aggancio i pantaloni della tuta e i boxer al di sotto con le mie mani e, neanche a dirglielo, alza il bacino con uno sforzo che gli disegna un’espressione di dolore sul volto, permettendomi di tirargli i calzoni fino alla caviglia. Li toglie muovendo appena le gambe, mentre con la mano libera aggancia i miei slip. Un bagliore oscuro e selvaggio gli passa nelle iridi verdi e vorrei tanto sapere a cosa sta pensando, ma non ne ho il tempo. Sento le sue dita spingermi giù l’intimo e impaziente mi alzo in piedi. Sono ancora sul divano, ai lati delle sue gambe, con il bacino alzato di fronte a lui. Gli offro la vista completa. Le autoreggenti sulle cosce, la camicetta sbottonata, i capelli arruffati, la gonna tirata su e, dopo aver sfilato le mutandine, anche la mia vulva liscia e libera. Mi guarda come se volesse mangiarmi. Sono in piedi, ai lati delle sue gambe, le mie cosce lievemente separate di fronte ai suoi occhi e la sua mano sulla mia coscia.
«Dio, credo di essere in paradiso!» Abbandona la testa sulla spalliera del divano e mi osserva. Sto per scendere nella posizione di prima ma lui mi ferma stringendo le dita sulla mia coscia. «Ti prego, resta così ancora un attimo. Credo sia la cosa più eccitante della mia vita.» Scoppio a ridere e scuoto la testa. «Non ridere piccola, rischio di venire senza che mi tocchi. Non è mai successo neanche quando ero un ragazzino.» Cerca di fermarmi dal ridere, ma le sue parole rendono la mia risata più forte. «Dio, cosa sei.» Il suo braccio sano si spinge fino al mio sedere, stringendolo mi invita ad abbassarmi su di lui. La sua bocca si schianta sulla mia, il bacio è ingestibile, passionale. E’ fuoco che brucia. Un’esplosione di eccitazione e di ormoni che in tutta la mia vita non ho mai provato. Il calore dei nostri corpi è pazzesco, sudiamo senza neanche muoverci. Temo che gli abiti possano prendere fuoco, ma sono certa che in questo appartamento ci sia un estintore da qualche parte.
I versi che mi escono dalla bocca non li riconosco neppure io, sono così eccitata che se dovesse toccarmi esploderei immediatamente. Invece, prima di prendersi cura di me, prende la mia mano e la porta sul suo pene.
«Accarezzalo così e basta, fammi riprendere un attimo. Credo che se ti toccassi potrei venire immediatamente.» Rido tra un bacio e l’altro e per punizione mi morde il labbro più forte delle altre volte. Pensa di punirmi, ma il suo gesto aggiunge benzina al fuoco che mi sta investendo. Me ne frego di ciò che mi ha detto e chiudo la sua durezza nel mio pugno, mentre con l’altra mano stringo i testicoli nel palmo. «Cazzo! Cazzo! Cazzo!» Getta la testa indietro ad occhi chiusi mentre la mia mano inizia a muoversi con ritmo dolce e lento. So che lo fa impazzire. Lo capisco da come è rigido, teso, impaziente. La sua mano atterra veloce sul mio clitoride, senza nessuna remora, spinge il dito più in basso e si bagna dei miei umori, ansima più forte perdendo tempo ad ammirare la mia eccitazione, poi risale e spinge con il medio sul mio bottoncino ormai gonfio e duro.
Non so se sono io ad ansimare così violentemente quando inizia a torturarmi o se è lui a farlo, so solo che ad un certo punto lui ha la testa gettata all’indietro, teso e rigido come una corda di violino ed io ho appoggiato la testa sulla sua spalla, cercando di non appoggiarmi al suo corpo con tutto il peso e tentando di restare ferma e non muovere il bacino più di così. So che vorrebbe tenermi ferma, ma con il braccio ingessato è un casino, provo a non muovermi, a non cercare più contatto di quello che le sue dita fanno alla mia vagina. Dio, vorrei che andasse più veloce, che premesse di più, che mi facesse esplodere per poi leccarmi e bere dal mio corpo.
Mi tengo con una mano alla spalliera del divano, vicino alla sua testa e con l’altra aumento il ritmo sul suo pene. Su e giù, su e giù, su e giù.
Lo sento pulsare nel mio palmo e i suoi fianchi si inarcano, cercando di più. Il movimento delle sue dita diventa frenetico e scostante, non riesce a tenere la concentrazione sul mio centro pulsante e sulle mie mani su di lui. E’ pazzesco. Ha gli occhi chiusi, la fronte imperlata di sudore, le labbra aperte e un’espressione di puro piacere che mi fa bagnare di più.
«Cazzo. Mi stai facendo impazzire. Vorrei resistere, davvero. Voglio farti venire, odio essere il primo. Mi stai uccidendo!» Gli mordicchio il collo, sotto l’orecchio e il movimento dei suoi fianchi si fa più frenetico, ancora con il pensiero che si possa fare male mi siedo sulle sue gambe a peso morto, in modo da limitare i suoi movimenti. Poi, presa da un’insana follia momentanea mi stacco da lui e raddrizzo le spalle. Scendo con la mia mano e intreccio le dita alle sue che si stanno prendendo cura di me. Spalanca gli occhi e mi osserva negli occhi per poi scendere con lo sguardo tra le mie gambe. Muovo le dita insieme alle sue, dettando un ritmo costante e perfetto per farmi esplodere. La mia iniziativa deve piacergli parecchio perché non stacca gli occhi dal mio centro e nella mia mano il suo cazzo diventa ancora più grosso, pulsa e si bagna dei primi fiotti pre-orgasmo. Inorgoglita stringo la presa, passando il pollice sulla vena principale e sulla punta ansimando forte.
I miei fianchi si muovono governati dalla voglia di avere di più, dal bisogno di venire e trovare appagamento, i suoi occhi sono incollati alle nostre dita intrecciate su di me e i suoi gemiti a bocca aperta mi dicono che sto facendo la cosa giusta. Poco dopo si abbandona sul divano, gli occhi chiusi e l’espressione più tesa che mai.
«Sto per venire. Cazzo!» Ansimo forte. Cerco di respirare, ma non entra più aria nei polmoni, sono completamente concentrata sul piacere che sto provando. Le gambe mi si irrigidiscono, le nostre dita intrecciate compiono magie su di me, mentre con la mano su di lui continuo un movimento deciso.
Ma nel momento in cui il piacere diventa immenso, le gambe mi tremano e la sensazione di un’esplosione nel ventre si avvicina, la mano sul suo cazzo perde colpi e cerco di aggiustare il tiro ma Edward geme più forte, un ringhio roco e profondo che mi fa spalancare gli occhi su di lui. Sembra che stia impazzendo dal piacere. Non ho mai visto un uomo godere così per delle carezze.
«Sì, sì, sì! Cazzo! Così!» La furia gli fa alzare il bacino dal divano nonostante ci sia io seduta sopra. Il piacere è così forte e indescrivibile che il mio orgasmo scoppia furioso, mentre la mia mano si riempie del suo seme. «Sì, Cazzo. Sì!» Il suo ringhio è animalesco, profondo, roco e spezzato dal respiro agitato. Io ero senza fiato e mi sono limitata ad ansimare e ansimare e ansimare. Mi appoggio con la fronte sulla sua spalla e separo le mie dita dalle sue facendo ricadere il braccio sul mio fianco. Sono sfinita. Eppure appena sento le sue dita accarezzarmi le labbra esterne della mia vagina, spalmare i miei umori e giocare con lei come se fosse di sua proprietà, mi eccito di nuovo. Respiro affannosamente cercando di riprendermi e so che devo allontanarmi per riuscirci, ma non ne ho il tempo. Due dita entrano dentro di me facilitate dal mio orgasmo, lentamente arrivano in profondità e stimolano le mie pareti facendomi gemere ancora.
«Tirati su, voglio vederti.» Lo accontento, sedendomi dritta sulle sue gambe. Il suo membro appoggiato stancamente sulla sua pancia, ancora coperta dalla maglietta, ormai da lavare. Gli occhi lucidi per il piacere e l’espressione completamente soddisfatta sul volto. Le dita dentro di me si muovono più decise su e giù e poco dopo riesco a percepire di nuovo quella sensazione alla bocca dello stomaco, che scende inesorabilmente lungo il ventre e scarica la sua potenza su tutto il corpo. Pazzesco.
«Vieni, voglio sentirti venire. Voglio guardarti mentre vieni. Cazzo sei perfetta. Mi stringi così bene. Ti sento così bagnata. Ho una voglia matta di assaggiarti e poi spingermi dentro di te con forza fino a sentirti gridare il mio nome. Vieni.»
Le sue parole aumentano la scarica elettrica che percorre il mio corpo e i brividi mi coprono la pelle di puntini, esplodo nel secondo orgasmo gettando la testa all’indietro e stringendo le sue dita dentro di me. Grido, senza sapere cosa esattamente, ma lui pare soddisfatto perché mi trascina addosso a lui, un attimo dopo, e si impossessa della mia bocca.
«Meravigliosa. Sei meravigliosa.» Chiude gli occhi e mi tiene stretta a se mentre appoggia la sua mano, sporca di me, sulla mia coscia nuda. Restiamo fermi a calmarci per qualche minuto, poi decidiamo di darci una ripulita e di rivestirci. Mezzora dopo siamo seduti in cucina a mangiare pollo fritto e verdure in pastella, con sorrisi mozzafiato sul volto.
Chiacchieriamo della giornata, della sua governante e del cibo che preferiamo; parliamo dei nostri ristoranti preferiti, dei fast food che abbiamo provato, delle schifezze che ci è capitato di mangiare. Argomenti soft e tranquilli, soprattutto dopo quello che è capitato in salotto, che in quanto a intensità ci ha lasciati entrambi perplessi e senza fiato. Io dalla mia ho che è parecchio tempo che non facevo nulla, lui immagino sia l’astinenza forzata a cui è stato sottoposto da quando ha avuto l’incidente. Non ne parliamo, né affrontiamo argomenti più seri come il nostro rapporto. Vuole essere aggiornato su qualche caso al lavoro, sui tirocinanti e su Irina, ma non si comporta da capo, più da amico o da fidanzato, ascoltando e partecipando alla discussione sempre senza smettere di sorridere. E’ magnifico stare con lui quando ha la giornata buona come oggi e pensare di avergliela migliorata con l’orgasmo di prima mi ha reso davvero felice. Quando guardo l’orologio mi accorgo che è quasi mezzanotte e che è ora di tornare a casa per me. Sistemo la tavola e la cucina, preferendo lasciarlo riposare sulla sedia, non senza insistere. Sarebbe un perfetto padrone di casa se non dovesse stare a riposo. Quando mi accompagna alla porta mi tende una mano con il palmo aperto e mi tocca guardarlo in confusione.
«La tesi, signorina, non credere che me ne sia dimenticato!» Sbuffo alzando gli occhi al cielo per fare un po’ di scena poi, borbottando qualcosa nel frattempo, tiro fuori un plico di fogli dalla valigetta e glielo passo. Lo appoggia al mobiletto in entrata e mi attira a sé prima che possa anche solo fiatare.
«Ci vediamo domani?» Mormora dopo avermi dato un bacio a stampo.
«Non lo so, ho bisogno di fare qualcosa a casa, tipo stirare, lavare, cambiare le lenzuola…»
«Non puoi farlo in un altro momento?»
«Fidati, il week-end passa in un lampo e quando mi sveglierò sarà di nuovo lunedì. Come ti ho detto possiamo fare qualcosa domani sera con gli altri, se ti va.»
«Ti prego… mi annoio!» Scoppio a ridere, senza offendermi.
«Quindi sono solo uno svago finché sei rintanato qui dentro?» Arriccia le labbra e con la mano sana mi pizzica il sedere.
«Cattiva ragazza!» Sorrido e lo bacio dolcemente.
«Cercherò di liberarmi domani sera. Ho bisogno anche di riempire il frigo e fare alcune commissioni. Ma per domani sera dovrei riuscire a passare.»
«Togli il condizionale, tesoro. Ci vediamo domani sera e niente scuse!» Lo bacio ancora. E’ strano non riuscire a staccarsi dalle sue labbra, dal suo corpo o dal suo profumo.
«Tu cerca di riposare, ti sei affaticato molto oggi.» Scoppia a ridere e mi stringe di più.
«E di chi è la colpa?»
«Tua. Sei tu ad aver iniziato. Mi hai spalmata addosso a quel muro e mi hai irrimediabilmente corrotta!» La sua risata non mi stancherò mai di ascoltarla. E’ meravigliosa.
«E’ perché tu sei così irrimediabilmente eccitante!» I suoi commenti mi eccitano, mi emozionano, mi fanno svolazzare libera e leggera.
«Devo andare.» Dico senza decidermi a smettere di baciarlo.
«L’hai già detto un po’ di volte, sì. Ho una camera per gli ospiti se volessi restare!»
«Non affrettiamo le cose.»
«E chi corre? Sei tu che continui a baciarmi.»
«Ti dispiace?»
«Assolutamente no!» Mi stringe e mi avvicina più a lui approfondendo il bacio. Quando la sua mano scende a palpeggiarmi il sedere è il momento di allontanarmi. Mi separo da lui con uno scatto, due passi di distanza dovrebbero bastare. Mi sorride birichino e china la testa di lato.
«Ora devo davvero andare, prima di fare qualcosa di sconsiderato come stenderti sul pavimento e abusare di te!» Scoppia a ridere, gettando la testa all’indietro e stupendomi. Se continua così mi innamorerò della sua risata.
«Ci vediamo domani. Avvisami quando sei a casa, è tardi e mi preoccupo!»
«Sì capo! Tu cerca di dormire, che ne so leggi la mia tesi, sono sicuro che sarà un tranquillante perfetto!» Scuote la testa ridacchiando e mi segue vicino alla porta, la apre per me poi si piega a lasciarmi un bacio sulla testa.
«Fai attenzione.»
«A domani.» Mormoro baciandogli la guancia e scappando come un razzo dentro l’ascensore. Sono certa che se avessi toccato di nuovo quelle labbra, non me ne sarei più andata. Mi sorride scuotendo la testa, appoggiato allo stipite della porta. Lo osservo fino a che le porte non si chiudono tra noi.
Wow, che seratina impegnativa! Sghignazzando percorro il marciapiede di fretta e una volta al sicuro nella mia auto blocco le portiere e parto verso il mio appartamento. Avviso Edward quando sono al caldo nel mio lettino e ovviamente, ottengo la risposta immediata. Mi addormento in fretta, nonostante i bellissimi ricordi di cui è piena la mia testa e che mi accompagneranno per un po’.

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