giovedì 19 novembre 2015

Capitolo Cinque

** Note di Aly

Buongiorno a tutte.
Vorrei passare oltre e non scrivere nulla nelle note, ma non è possibile, perchè non sarei io.
Decisamente queste giornate sono difficili, per molti. Ho pensato di pubblicare l'aggiornamento lunedì per allietare un po' le nostre menti e pensare a qualcosa di diverso da quello che sta accadendo attorno a noi... ma non l'ho fatto, ed ora un po' me ne pento. E' come se mi fossi fatta frenare da questo, è come se mi avessero, per qualche momento, impedito di pensare a cose belle della vita. E così è come se avessero vinto loro. Non farò della retorica e non scriverò di quanto sia stato difficile quella notte attaccata alla televisione, di quante lacrime represse ho dovuto mandare giù... credo che sia un po' il sentimento di ognuno di noi. Non solo per venerdì notte, ma per tutto quello che sta accadendo attorno a noi, che ci distrugge, in qualche modo, il futuro e le nostre libertà.
Avrei dovuto pubblicare lunedì, come forma di protesta, come libertà di fare ciò che mi piace, come diritto al divertimento... e invece me ne sono stata a riflettere... e non è uscito granchè, solo senso di impotenza.
Quindi oggi posto il capitolo, pentendomi di non averlo fatto prima e scusandomi con tutti voi. Quando succede una tragedia del genere è come se mi spegnessi per un po' ed ho bisogno di riprendermi, sono troppo sensibile alle volte.

Ora però andiamo avanti, guardiamo oltre, teniamoci saldi i nostri valori e le nostre libertà, i nostri diritti, i nostri piaceri... continuiamo a ridere, giocare, scherzare, leggere, cantare e ballare... abbiamo bisogno di felicità e di un pizzico di fantasia, tralasciamo per un attimo la cruda realtà che ci circonda e immergiamoci dentro a un libro, dentro a qualche storia... pensiamo ad altro. Perchè continuare a stare male, a riflettere, a piangere, ad aver paura non fa altro che indebolirci... e non dobbiamo lasciarli vincere.

In questo spero di aiutarvi con questo capitolo, anche se non è per niente divertente e forse non è il capitolo giusto dopo queste note, non importa, è solo fantasia, è solo una storia... che magari vi farà pensare ad altro e questo è il nostro obiettivo.

La mia frase preferita dello scorso capitolo è la seguente:
(Dal capitolo 4 di Grido nel silenzio)

Nessuno dei presenti sa chi io sia, nonostante le testate giornalistiche di prima pagina, nonostante i notiziari e il circo mediatico che è girato attorno alla mia vita per anni. Nessuno all’interno di questa sala riunioni può sapere che mio padre non ha fatto in tempo a insegnarmi nulla. Ma io sorrido e fingo, mento come sempre, perché è più facile far finta che non sia mai esistito il mio passato piuttosto che guardare in faccia la realtà e fare i conti con gli sguardi compassionevoli, ancora una volta.

La frase, ovviamente, si spiega da sola. Molte di voi avranno già in mente cosa possa essere successo a Bella, le dinamiche, i sentimenti, il dolore verrà tutto analizzato nei prossimi capitoli.
Perchè ho scelto questa frase?
Per molti motivi, come sempre. Ho immaginato come possa sentirsi una bambina a vedersi sul giornale senza capire chi ce l'ha sbattuta, da chi hanno ricevuto il permesso di manipolare così la sua vita, le sue emozioni, la sua storia. Il circo mediatico che ogni volta si leva su dopo una tragedia è quello che permette a gente lontana di capire, conoscere e ficcanasare, il più delle volte. Ma ci siamo mai fermati a pensare cosa provano i diretti interessati? Cosa sia per loro vedersi ogni mattina sul giornale?
Me lo sono chiesta più volte. E il "Non rispetto" per il dolore è ciò che mi fa stare peggio quando leggo qualche notizia.
Non vado troppo nel profondo, perchè se no vi tolgo la suspance dei prossimi capitoli, ma l'ultima frase dice molte cose.
Come si fa ad andare avanti? Davvero il tempo guarisce ogni ferita? Davvero tutto passa? Sì e no. Tutto passa, certo, sia i momenti belli che quelli brutti, ma resta sempre il ricordo in un angolo della tua mente. Da quello non puoi scappare. Non ti puoi nascondere. Puoi non pensarci, puoi non parlarne... ma sarà sempre lì, e quando meno te lo aspetti ritornerà fuori. E allora sorridi, fingi, menti... per prima cosa menti a te stessa. Ti dici che va tutto bene che... sei forte, per non piangere, abbatterti e ricominciare tutto da capo.
Ecco i miei motivi. Sono reali, come le mie emozioni e in qualche modo la storia è mia anche in questo.

Vi lascio al capitolo, ho parlato anche troppo.
Grazie a tutte per continuare la lettura.

Buona lettura e, come sempre, buona giornata.
Aly**



 

Ho perso il conto dei giorni che sono passati dalla riunione alla Cullenhale, la caffetteria non è stata più luogo di incontri con i miei ex capi, per fortuna, ma di tanto in tanto Emmett e gli altri passavano a farmi visita durante la pausa pranzo. Ci voleva del tempo per arrivare fin lì, ma non gli importava granché. A me importava. Non volevo che perdessero il posto per la mia compagnia, potevamo vederci la sera nel mio appartamento, come al solito. Ma nonostante tutte le mie sfuriate non mi hanno mai presa in considerazione.
Andrà bene così.
Dicevo, non so quanti giorni siano passati da quel pomeriggio, ma Rosalie si è fatta dare il mio numero di cellulare da Jasper e di tanto in tanto mi aggiornava su certi progetti, mi chiamava per sapere come avrei pensato io una certa campagna o che paio di scarpe preferivo sotto un determinato vestito. Non so che diavolo le prendesse, ma passavamo ore al telefono finito il mio turno alla caffetteria. Non mi dispiaceva, però. Ho scoperto che Rosalie Hale è una persona meravigliosa, sotto la scorza dura che utilizza per proteggersi.
Così la prima volta che ne ho avuto l’occasione l’ho invitata a casa mia, in una di quelle serate in compagnia di una pizza, amici, gelato e tante birre.
Ha storto il naso quando le ho detto che ci sarebbero stati alcuni dei suoi dipendenti, ma ho giocato la carta di Jasper e del fatto che stava cercando di fare colpo su Alice e lei non doveva perderselo. Ho vinto quella partita e la sera dopo si è presentata con una torta di cioccolato fondente e mandorle, penso di averla amata in quel momento. Nel gruppo si era formato un certo imbarazzo, nessuno di loro si aspettava di incontrare il proprio capo in una serata tra amici; più volte ho ignorato le occhiatacce di Alice e di Emmett, ma quando Rosalie si è cacciata le scarpe e si è sciolta i capelli, appoggiando i piedi sulla sedia di Emmett e bevendo la birra direttamente dalla bottiglia tutto è stato più semplice. Non si è parlato di lavoro, ma di viaggi, di esperienze, di avventure passate. E’ stato meraviglioso ridere e stare in compagnia con loro, mi sentivo soddisfatta di aver messo in piedi un bel gruppo di persone accanto a me. Quella sera Jasper aveva fatto di tutto per farsi notare da Alice, le si era seduto di fianco, aveva più volte sfiorato il suo braccio prendendo le cose sul tavolo, aveva involontariamente fatto cadere la forchetta per poi recuperarla appoggiando il viso sul braccio di Alice nel piegarsi. Mosse che notavamo tutti ma che evitavamo di contestare o prendere in giro. Emmett era concentrato a guardare i piedi di Rosalie sulla sua sedia, Angela osservava Seth mentre mandava messaggini a qualcuno, io parlavo con Rosalie di un viaggio in Italia.
Alla fine della serata Alice era rossa come un pomodoro per l’eccitazione trattenuta, la conosco bene, Jasper è scappato a causa di una chiamata urgente, Emmett ha riaccompagnato Angela e Seth a casa, dato che passava per la strada dove abitavano e Rosalie è rimasta ad aiutarmi a sistemare. E’ andata via alle due e mezza ringraziandomi per quella splendida cena.
Non potevo assolutamente non replicare, eravamo stati troppo bene. La settimana seguente li ho invitati nuovamente. Non ci sono state repliche questa volta, Rosalie ha portato una nuova torta, Emmett le birre, Angela e Alice il gelato e Jasper le pizze. Seth un gioco di società. Abbiamo riso fino allo sfinimento giocando a monopoli, nessuno si rendeva conto che le ore passavano, fino a quando il telefono di Jasper non squillò tra le nostre risate. Un’altra emergenza. Continuare in quel momento sarebbe stato impossibile, era Jazz quello che stava perdendo e che, di conseguenza, faceva il burlone. Sistemammo tutto e organizzammo la serata per la settimana seguente.
Il lunedì Rosalie mi chiamò chiedendomi di visionare la posta elettronica e di farle sapere qualche idea per il mercoledì, perché aveva troppo lavoro e non sapeva dove iniziare con questo nuovo cliente. Aveva scansionato ogni documento e gli appunti presi durante il primo briefing con gli amministratori della società e me li aveva spediti. L’idea giunse martedì sera mentre lavavo i piatti, lasciai tutto nel lavello e mi misi a disegnare qualche schizzo e a tracciare una mappa di idee.
Il mercoledì sera dovevamo vederci a casa mia, avevamo anticipato l’orario in modo che potessimo finire la partita a monopoli prima che Jasper fosse chiamato per qualche emergenza. Arrivarono tutti, tranne Rosalie che aveva scritto di avere una riunione che si sarebbe protratta per una mezzora in più. Quando però l’attesa divenne di due ore scongelammo le pizze senza di lei.
Stavo tagliando le fette con la rotella quando il cellulare di Jasper iniziò a suonare.
“Non è possibile!” Urlò Emmett.
“Infatti” Gli diede man forte Seth.
“Dillo che non vuoi stare qui, così non ti invitiamo!” Scherzò Angela. Alice stava zitta e mordicchiava la sua fetta di pizza, io mi ero bloccata. Non so perché ma avevo uno strano presentimento.
“Sì? Sì, sono l’agente Hale. Certo, mi dica.” L’espressione del suo volto la diceva lunga. Non era una semplice emergenza. Avevo ragione. Il sesto senso per i guai l’ho sempre avuto, fin da quando ero piccola e mamma entrava in camera mia con quello sguardo furente ed io correvo per scappare dalla sua ira. “Certo. Certo. Ho capito. Arrivo subito!” Mise in tasca il telefono, prese il giubbino dalla sedia e mi guardò dritta negli occhi, ignorando tutti gli altri.
“Non è lavoro, vero?” Mormorai a bassa voce.
“No, Rosalie e Edward hanno avuto un incidente con l’auto che li accompagnava. Devo andare in ospedale. James è sul luogo dell’incidente e mi ha fatto chiamare dai soccorsi, ovviamente non mi possono dire nulla per telefono. Mia madre e mio padre sono già stati chiamati ma… io…”
“Certo Jasper, ti capiamo. Vai e facci sapere!” Alice gli aveva messo una mano sul braccio guardandolo dolcemente.
“Vengo con te.” Dico di fretta. “Dammi un minuto che infilo le scarpe e prendo la borsa.” Corro in camera da letto, saluto affettuosamente Poppy con una carezza sulla testa e infilo al volo le converse. Prendo la borsa, la giacca e torno in salotto. Jasper si è seduto mentre Angela gli versa un bicchiere d’acqua.
“Guido io, puoi prendere l’auto domani o quando sarà. Ragazzi voi finite di cenare e quando uscite chiudete la porta a chiave, Alice ha il doppione.”
“Fateci sapere.”

Guido Jasper fino al garage sotterraneo e lo spingo sul sedile passeggero. Non mi aspettavo che fosse così sconvolto, con tutti gli incidenti e le emergenze che vede ogni giorno. Certo, si tratta di sua sorella, ma vederlo così mi spaventa. Temo un crollo e io non so come affrontarlo. Non so neppure perché mi sono offerta per andare con lui.
“Jasper, vedrai che Rosalie sta bene. Non ti hanno voluto dire nulla al telefono per la privacy. Sai come funzionano queste cose. Starà bene, magari ha qualche graffio, ma niente di serio, vedrai.”
“Sì, sì…” Non è convinto, non posso fare molto per distrarlo. Mi da le indicazioni per l’ospedale in cui hanno portato Rosalie e Edward e seguo la strada per qualche minuto in silenzio.
“I familiari di Edward sono stati chiamati?”
“No.” Sussurra appoggiando la testa al finestrino, ora molto più scosso. “No.” Ripete.
“Okay, posso chiamarli io una volta arrivati in ospedale. Non è un problema.” Supero un semaforo e mi lamento internamente del traffico serale.
“No.” Dice di nuovo e poi si schiarisce la voce. “Edward non ha nessuno.” Mi volto a guardarlo con gli occhi sgranati. Per poco evito di tamponare la macchina di fronte.
“Non ha… nessuno?” Devo deglutire e spezzare la frase, perché non riesco a pronunciarla.
“Nessuno. Non dirgli nulla quando lo vedrai, non… non chiedergli niente. Non cambiare atteggiamento, non compatirlo, non… Lascia solo stare. Lui non ne parla mai. Non lo sa nessuno di quelli che conosce ora. Lui non ha nessuno.”
“Va bene, d’accordo. Allora chi starà con lui?”
“Io.” Deglutisce e guarda fuori dal finestrino. Lui non vorrebbe stare con Edward, lui vuole essere al fianco della sorella.
“Posso stare io con Edward, ho fatto volontariato in ospedale quando avevo ventidue anni, non è un problema. So che vuoi stare con Rosalie.”
Quando parcheggio Jasper aspetta qualche secondo prima di scendere dall’auto e prima di parlare.
“Voglio stare con Rosalie, ma devo e voglio stare vicino a Edward. Nonostante tutto… Sarà difficile gestirlo stasera o domani.”
Non dico nulla, mi assicuro di chiudere l’auto e mi avvio, seguendolo, dentro l’ospedale. Chiede informazioni e ci fanno accomodare nell’area urgenze del pronto soccorso. Incontro e conosco i genitori di Jasper, ci aggiornano sulle condizioni di Rosalie, ma nessuno sa nulla di Edward. Rosalie è entrata in condizioni critiche, sta subendo un intervento e solo quando sarà finito ci daranno notizie.
Mi siedo di fianco alla madre di Jasper e le stringo una mano, so cosa prova in questo momento e so cosa vuol dire per lei trovarsi qui. Indipendentemente da ciò che ogni famiglia ha vissuto, questo è un luogo che ti annienta e sono minuti, ore, che ti lasciano il segno per sempre. Jasper ha tirato fuori il distintivo e ha chiesto informazioni su Edward a un’infermiera, anche lui è sotto intervento. Non ci resta che aspettare e sperare.
Dopo un’ora ricevo un messaggio da Alice che dice di aver sistemato la cucina, aver dato da mangiare a Poppy e aver chiuso la porta con doppia mandata. La ringrazio e le dico che c’è solo da aspettare.
Jasper cammina avanti e indietro, consumando le suole delle scarpe e il pavimento del pronto soccorso. Suo padre stringe sua madre in un abbraccio e lei trema. Mi tolgo la giacca appoggiandogliela sulle spalle e vado a prendere qualcosa di caldo per tutti. Al bar dell’ospedale incontro James, il collega di Jasper.
“Ehi, Isabella vero?”
“Sì, tu sei James invece.”
“Cosa ci fai qui?”
“Jasper era da me quando l’ospedale l’ha chiamato, l’ho accompagnato. Sono venuta a prendere qualcosa di caldo per i suoi genitori e per lui.”
“State insieme?”
Mi guarda con un sopracciglio alzato. Gli sembrano domande da fare? La barista mi chiede cosa voglio e ordino, evitando di rispondere alla domanda di James.
“Scusa, so che non è il momento adatto per questa domanda. E’ che… Niente. Non ho nulla in contrario se sei la sua ragazza ma, per favore, stagli vicino. Sembra un ragazzone ma è facile ferirlo e perderlo per strada.” Le sue parole mi fanno girare di scatto con il porta bicchieri di cartone tra le mani.
“Non sono la sua ragazza James, sono solo un’amica. Rosalie è mia amica e non ho intenzione di lasciarlo da solo ad affrontare tutto ciò. Non sono la sua ragazza, ma se tu sei suo amico dovresti essere di là con noi, invece che accusare me di voler ferirlo.” Me ne vado, lasciandolo da solo a riflettere. Porgo i bicchieri alla famiglia Hale e sorseggio il mio caffè macchiato, mentre osservo la figura di James entrare nel pronto soccorso e abbracciare il suo collega. Si scambiano qualche parola sussurrata, probabilmente inerente all’incidente e capisco solo che l’autista è morto sul colpo. Deve essere stato davvero un brutto incidente.
Dopo altre due ore infinite un chirurgo esce da quelle maledette porte dell’area d’urgenza e ci aggiorna. Rosalie sta bene. Ha una gamba rotta che hanno operato e ingessato, due costole rotte, delle escoriazioni sul braccio per via di alcuni vetri che l’hanno ferita e una brutta ferita alla testa che hanno ricucito. Hanno fatto la tac per riscontrare possibili traumi interni ma, per fortuna, non ve ne è traccia. I genitori chiedono se la possono vedere e gli viene detto di aspettare che la portano in reparto, nella camera assegnata a lei. Jasper invece chiede di Edward. Il chirurgo dice che dovrà aspettare il suo collega e ci saluta.
I coniugi Hale vengono indirizzati al reparto in cui stanno portando Rosalie, mentre Jasper resta in pronto soccorso ad aspettare notizie di Edward. James se n’è andato subito dopo aver saputo di Rosalie, dovrà coprire il turno di Jasper domattina.
“Non serve che stai qui, Isabella. Puoi tornare a casa, sono le tre della mattina. E tu non puoi prenderti giorni di riposo.”
“Non preoccuparti. Aspetterò con te e quando è ora andrò al lavoro da qui direttamente.”
“Perché lo fai?”
“Perché sei mio amico, perché ti voglio bene e perché ne voglio a Rosalie. Non ti lascio da solo.”
“Non sto aspettando Rosalie, non sono qui solo per Rosalie. Lo sai che sto aspettando notizie di Edward. L’uomo che ti ha rovinato la carriera e che tu non sopporti. Perché aspetti con me?”
“Perché non voglio lasciarti solo, perché a volte stare soli fa proprio schifo e perché odio il fatto che Edward sarà da solo quando si sveglierà, perché tu vorrai stare con Rosalie e poi dovrai tornare al lavoro.”
“Chiunque altro se ne fregherebbe.” Mormora.
“Io non sono chiunque. Ho fatto la volontaria in ospedale per un anno e mezzo.” Anche se stiamo condividendo questa nottata assurda e tragica ancora non me la sento di raccontare un pezzo di me. Non ce la faccio proprio.
“I tuoi segreti prima o poi verranno fuori, lo sai vero?”
“Non sarò io ad aprire quei cassetti.” Sussurro. Lui potrebbe già saperlo, in realtà, eppure non mi tratta diversamente né mi dice che lo sa.
“Ovviamente! Hai un bel po’ di cose in comune con Cullen, se non scorresse così tanto odio fra voi… potresti essere importante per lui.” Lo sa. Lo sa e vuole che sia io a parlare. Lo sa ma non mi spinge a parlare. Lo sa, ma non mi compatisce.
Sto per rispondergli ma un uomo vestito di verde esce dall’area urgenze e chiede dei parenti del signor Cullen. Io e Jasper gli andiamo incontro, ovviamente fa storie quando vede me e sono costretta a mentire.
“Sono la sua fidanzata. Isabella Swan.” E’ incerto, ci guarda come per soppesare i pro e i contro, ma alla fine controlla di nuovo il distintivo di Jasper e ci spiega.
“Il signor Cullen ha riportato una frattura al braccio destro, l’ortopedico ha sistemato l’osso fuoriuscito e ingessato, vi dirà lui stesso domattina quanto ci vorrà prima del prossimo controllo. Ciò che ci ha preoccupato in realtà sono state le ferite al fianco e allo stomaco. Dovrà stare a riposo per un mese, niente sforzi, niente piegamenti, nessun movimento brusco né attività fisica.” Mi guarda con un sopracciglio alzato. Attività fisica? “Di nessun genere.” Oh. Oh. Attività fisica. Di nessun genere. Sesso. “Abbiamo fatto delle tac e delle radiografie per escludere emorragie o fratture in altre parti del corpo. Abbiamo notato una massa all’altezza dei polmoni, dove è presente una vecchia cicatrice. Fra qualche giorno il medico effettuerà qualche esame approfondito.”
“Possiamo vederlo?”
“Lo stanno svegliando dall’anestesia al momento, fra mezzora lo porteremo in camera.”
“Ehm dottore…” Jasper tira da parte il dottore per potergli parlare in tranquillità ma sento ogni cosa che dice. “Il signor Cullen ha problemi con gli ospedali, quando si renderà conto di dove si trova potrebbe sembrare un pazzo. E’ stato in cura per anni con uno psicologo ma non hanno trovato una cura adatta né il bandolo della matassa. In più ha spesso incubi notturni che rievocano momenti del passato che lo impauriscono. Grida e si agita. Credo sia meglio tenerlo sedato finché le ferite non si stabilizzano.”
“Lei non è solo un poliziotto? Non dovrebbe essere la sua fidanzata a dirmi queste cose?” Mi lancia un’occhiata e io sconsolata abbasso gli occhi sulle mie scarpe.
“Conosco Edward da quando siamo bambini, era in macchina con mia sorella questa sera, lavorano insieme. La sua fidanzata non dorme con lui proprio per questi problemi, lui non vuole. E’ possibile tenerlo sedato?”
“Questa notte dormirà a causa dell’anestesia, domattina parlerò con il medico di reparto e farò scrivere nella sua cartella che al bisogno verrà sedato. E’ il caso che qualcuno resti con lui, nel caso dovesse agitarsi da solo nella stanza.”
“Certamente.”
Il dottore ci congeda con un cenno del capo e Jasper si avvicina a me. Mi guarda dispiaciuto e mormora un debole “Non dirlo a nessuno”, annuisco e lo seguo mentre chiede alle infermiere quale sarà la camera e il reparto di Edward.

Quando lo portano nella camera Cullen sta dormendo, restiamo a osservare da fuori mentre le infermiere gli sistemano i tubicini, i monitor, le sonde e tutto il resto che consegue. Quando Jasper entra lo seguo, in silenzio. Prende posto sulla sedia a fianco del letto e sospira, sembra voglia parlare, ma le parole restano incastrate dentro la gola. Non oso farmi più vicina, Jasper sembra abbia davvero voglia di restare da solo con lui. Mi appoggio alla porta, ora chiusa, della stanza e cerco di non muovere nemmeno un muscolo per non distrarlo.
“E così eccomi di nuovo qui. Sono di nuovo al tuo fianco, di nuovo in un letto di ospedale. Tu non hai idea di quante volte io sia stato seduto al tuo fianco mentre dormivi profondamente controllato dai monitor. Non hai idea di quante volte volessi svegliarti scuotendoti e dirti che sei uno stupido, che… Dio!” Si passa una mano che trema sulle labbra e chiude gli occhi, stringendoli forte.
Non ho mai visto Jasper in una situazione del genere, non ho mai sentito Jasper parlare di Edward o parlare con lui, a parte quel breve intermezzo nella sala riunioni quando sono stata licenziata. Resto sconvolta a fissare la scena.
“Un piano più sopra c’è Rosalie, sai quanto voglio bene a mia sorella, eppure sono qui con te. Con te, maledizione. Mi farai morire di crepacuore un giorno, senza saperlo.”
Le parole sono dure ma calde, non è un uomo freddo, non sta parlando come se fosse un vecchio compagno di giochi perso per strada. C’è molto di più tra loro, come ho sempre immaginato.
“Starò qui, finché non ti svegli. Starò qui. Non sei solo, Edward. Non sei solo.” Gli occhi mi si inumidiscono e sento le lacrime premere e spingere per venire fuori. Ho visto molte scene da pianto in ospedale e fuori, ma questa mi tocca particolarmente. Jasper appoggia la mano su quella di Edward e la stringe appena mormorando ancora tenue “Non sei solo”.
Esco nel corridoio e mi siedo nella sala d’aspetto, c’è un distributore automatico di caffè, probabilmente farà più schifo di molti altri che ho provato, ma ho bisogno disperato di caffeina, tra tre quarti d’ora devo partire per andare al lavoro. Prendo anche delle barrette energetiche e un saccottino alle mele, un caffè in più per Jasper e torno in camera a passo lento. Appoggio sul comodino una barretta energetica e il caffè e poso una mano sulla spalla di Jazz.
“Tra poco devo essere al lavoro, passo da casa a cambiarmi prima. Ti ho preso un caffè forte e qualcosa da mangiare, dovresti assumere qualche caloria Jazz.”
“Hai sentito tutto, vero?”
“Non so di cosa parli.” Gli sorrido mesta e poi mi piego a baciargli la guancia. “Fammi un favore, mangia la barretta e bevi il caffè. Finito il turno verrò in ospedale a darti il cambio.”
“No. No. Preferirei che andassi a casa a riposarti. Io starò con Rosalie due ore oggi mentre i miei si riposano e poi tornerò qui e stanotte andrò a riposare, deve esserci qualcuno con Edward. Non posso lasciare i miei genitori. Non posso chiederglielo. Vorrei che stessi tu stanotte.”
“Certo. Posso farlo.”
“Non sarà facile. Si sveglierà, urlerà, si agiterà. Devi tenerlo fermo, devi chiedere i sedativi, devi…” Di nuovo si passa una mano sulle labbra e poi sui capelli. L’altra mano non lascia mai quella di Edward. “Non lasciarlo solo. Lui lo sente, se è da solo si agiterà.”
“Non lo lascerò solo. Mangia e bevi il caffè, a più tardi.”
Lascio l’ospedale di fretta, corro a casa a cambiarmi, esagero con il deodorante e con il profumo. Non ho il tempo di fare la doccia e vorrei non sentire addosso quell’odore freddo e chimico dell’ospedale. Vorrei non esserci entrata ancora una volta, vorrei solo che fosse un brutto incubo. Invece mi sono offerta di stare con Edward stanotte, ho accompagnato Jasper e mi sono offerta di stare con un uomo che non mi sopporta, che mi ha licenziato, che ha una bassa considerazione di me e che nel momento in cui mi vedrà darà di matto. Sono una masochista, ecco cosa sono. Una pazza masochista. Dovrei parlare con il mio psicologo. Sì, come se fosse ancora disponibile a riprendere la terapia dopo tutti questi anni.
Bruce mi guarda stralunato quando entro nella caffetteria con i capelli raccolti, gli occhiali e la faccia pallida.
“Che succede?”
“Niente, nottata da dimenticare!”
“Fatto baldoria?”
“No, attesa in pronto soccorso. Davvero non è niente, riesco a lavorare, a sorridere e a essere una brava cameriera, ho solo bisogno di caffè ora.”
Butto via il primo caffè della macchinetta, il secondo è sempre più buono perché la macchina si è scaldata. Bruce inizia a distribuire su un piatto i muffin che la pasticceria all’angolo ci ha portato. Io mentre bevo il caffè riempio le ciotole di bustine di zucchero.
La giornata prosegue, senza intoppi. Scrivo un paio di messaggi a Jasper che risponde laconico, tengo aggiornata Alice e lei tiene aggiornata me sulla Cullenhale. Pare che Angela abbia preso il comando al posto di Cullen e di Rosalie e che abbia iniziato a mettere in riga tutti. Angela in versione capo mi fa uno strano effetto, ma ce la può fare. Deve farcela. Tutti e due i responsabili sono fermi in un letto di ospedale.
Quando finalmente torno a casa sento la stanchezza fin dentro le ossa, devo riposare, la notte è ancora lunga. Ho avvisato Bruce che domani entrerò in servizio alle otto, gli ho spiegato che ho un’amica ricoverata in ospedale a cui bisogna fare assistenza e non ha famiglia. Ha storto il naso, mi ha guardata con circospezione e poi ha detto okay. Ho tutto il tempo di fare la notte al fianco di Cullen e arrivare in caffetteria. Mi preparo già il cambio in una borsa che lascio in macchina, preparo il portatile da tenere con me in ospedale e qualche merendina da mangiucchiare. Fanculo anche alla linea. Mi butto sotto la doccia e il getto caldo dell’acqua mi scioglie i nervi, ne avevo un bisogno disperato. Quando tocco il cuscino ho già un occhio mezzo chiuso. Imposto la sveglia e crollo addormentata.

La sveglia suona, la spengo e mi alzo, consapevole che tra dieci minuti dovrò essere in macchina, occhi aperti e concentrazione al massimo. Mi sciacquo la faccia con l’acqua fredda, mi cambio e prendo un maglione in più se mi viene freddo. Gli ospedali ti muniscono di coperta se fai assistenza, ti passano la colazione volentieri, ma non sempre la coperta ti scalda come un maglione fatto a mano da tua nonna. Guardo la fotografia sopra la scrivania della mia camera, mando un bacio come sempre e poi sistemo le ciotole di Poppy. Prendo le borse e mi avvio nel garage. Le strade sono trafficate anche alle nove di sera, ci metto più di mezzora ad arrivare all’ospedale. Parcheggio vicino all’entrata, sono fortunata a trovare un posto libero, lascio la borsa con il cambio nel bagagliaio e porto il resto con me. Prima di salire passo in caffetteria a farmi riempire la tazza di caffè. Il mio thermos comodo e personalizzato che ho da quando frequentavo il college.
Passo da Rosalie e trovo già il papà.
“Come sta?” Mormoro dopo averlo salutato.
“Si è svegliata qualche ora fa lamentandosi del dolore alla gamba. Le hanno dato un po’ di antidolorifico ed è tornata a dormire.”
“Vedrà che si rimetterà.” Appoggio la mano sulla spalla e lui mi sorride dolcemente.
“Ne sono sicuro. Rosalie è molto forte. Ho sentito che stanotte farai la veglia a Edward. Lo conosci da molto?”
“No. Lavoravo per la Cullenhale fino a un mese fa circa, sono stata licenziata proprio da Edward. Ma non è importante. Le cose accadono e non possiamo tornare indietro. Jasper mi ha detto che… insomma Jasper vuole andare a riposare e io ero disponibile e…” Mi trovo a disagio, non so se i genitori di Jasper conoscono Edward come lo conosce lui, non so se sanno che è qui da solo, che non ha nessuno.
“Tranquilla, conosciamo Edward da quando aveva pochi mesi di vita. So tutto. Capisco perché sei qui e ti fa onore.”
“Oh.” Scuoto la testa, mi avvicino a Rosalie per salutarla con una carezza sul braccio e poi mi volto per andarmene. “Non si dovrebbe mai stare in ospedale da soli, ho fatto la volontaria per un anno, posso sopportare qualche nottata.”
Lo saluto e mi dirigo nella camera di Edward.
Come la scorsa notte Jasper è al suo fianco, la testa chinata sulle spondine del letto, la mano sopra quella dell’amico. Le spalle sono curve e il respiro è pesante, sta dormendo. Appoggio le mie cose nel tavolino di fianco alla finestra e mi avvicino piano a Jasper, sussurro il suo nome per svegliarlo, ma basta una sillaba e apre gli occhi.
“Oh, sei qui.”
“Sì, è il caso che tu vada a casa a riposare.”
“Tu hai fatto quello che ti ho detto?”
“Sì, ho con me qualcosa per affrontare la nottata sveglia, ho dormito appena sono arrivata a casa e ho anche avvisato il mio capo che domattina farò tardi. Non preoccuparti, ho tutto sotto controllo.”
“Bella…” Guarda prima me e poi Edward steso sul letto, immobile.
“Lo so Jasper. Lo so.  La mano sempre sulla sua e se si agita fermarlo con tutte le mie forze mentre chiamo per avere un sedativo. Me l’hai detto.”
“Non è solo questo. Stamattina si è svegliato poco dopo che sei andata via. Ha cominciato a urlare che voleva andarsene, ha iniziato ad agitarsi, non deve, le ferite non si sistemeranno mai. Rischia di farsi del male.” Lo osservo, mi sta dicendo cose che so già, perché lo ripete?
“Jasper-” Mi interrompe scuotendo la testa.
“Gli incubi sono brutti Bella, sono davvero brutti. Non svegliarlo, calmalo in qualche modo e se non ce la fai chiama qualcuno. Non svegliarlo, calmalo.” Lo guarda e gli stringe la mano più forte. Non li ho mai visti insieme fuori di qui, se non quando hanno litigato in sala riunioni, so che si conoscono da tempo, so che ne hanno passate tante insieme ma Jasper si comporta come un fratello e non come un amico. Resto sconvolta dall’amore fraterno che leggo nei suoi occhi, dalla curvatura delle sue spalle, dalla preoccupazione nella sua voce.
“Io…” Sono costretta a fermarmi, respirare e ricominciare. “Farò tutto quello che posso, ascolterò i tuoi consigli e cercherò di calmarlo. Non lo sveglio. Non si farà del male e gli farò dare dei sedativi. Tu vai a casa, calmati, riposati e fatti una doccia. Ci vediamo domattina e se ho bisogno ti chiamo.”
“Non so come mai sei qui. Non lo so.”
“Sì che lo sai, ma fai finta di niente.” Mi guarda negli occhi, mi fissa, mi scruta come se avessi sganciato una bomba, poi sospira e abbassa gli occhi sulla mano di Cullen.
“Lo so, ma vorrei che ti sentissi libera di parlarmene quando vuoi.”
“Non ne parlo mai.”
“Lo vedo. Lo so. Eppure… ti farebbe bene.” Alza gli occhi su di me. “Anche Edward è così, anche lui non parla mai, si tiene tutto dentro da anni, non si sfoga mai, non mi chiama mai, non… Dannazione!” Si passa una mano sugli occhi prima che possa sfuggirgli qualche lacrima, ma io la vedo, e mi ferisce tantissimo.
“Jasper…”
“No. No. E’ solo la stanchezza e la frustrazione. Non posso fare nulla per Edward, non mi vuole attorno a lui, nella sua vita, ci ho provato ma non mi ascolta, non mi parla, litighiamo e basta. Ma tu Bella, tu puoi parlarmi, puoi raccontarmi se ne hai voglia.”
“Sono scappata da una cittadina perché tutti sapevano, tutti parlavano, tutti mi guardavano Jasper. Sono scappata perché era troppo difficile essere quella ragazza. Ho costruito barriere che non voglio perdere, per favore, non abbatterle. Non c’è niente da dire. C’è solo da andare avanti ogni giorno.”
Annuisce, stringe la mano di Edward e raccoglie le sue cose. Mi saluta con un bacio sulla guancia ed un grazie prima di sparire.
Mi avvicino la sedia ancora di più al letto, prendo il portatile e prendo posto. Appoggio la mano sinistra su quella di Edward e inizio a scorrere i file nel computer. Leggerò qualche libro nell’attesa della mattina.
La mano di Edward è morbida sotto la mia, è calda, ma immobile. Vedere lui in questo letto è troppo, è strano; proprio Cullen che non si è mai fermato un attimo da quando ci siamo conosciuti, da quando ho iniziato a lavorare per lui. Eppure è qui, fermo, immobile, come se fosse una statua di sale. E’ strano, angosciante, ti fa pensare che potrebbe succedere a chiunque, che non importa chi tu sia, se è destino sarà il tuo turno.
Nonostante ci sia l’orologio sullo schermo del pc, sono talmente presa a leggere delle conquiste di questo uomo, protagonista del libro che non mi rendo conto di quanto tempo passa. Ad un certo punto sento la mano di Edward tremare sotto la mia. Appoggio il pc per terra, in velocità, e mi tengo pronta. Il braccio si alza come preso dalle convulsioni, e le spalle cominciano a tremare. Mormora suoni incomprensibili e faccio fatica a tenerlo fermo.
“Shhh. Calmati, calmati. Va tutto bene.” Dico a bassa voce. Tengo le mani sulle sue spalle, faccio una leggera pressione per tenerlo fermo, individuo il campanello e lo pigio in fretta, meglio chiamare per nulla che farlo quando sarà troppo tardi. Ho fatto una promessa a Jasper e intendo mantenerla.
Cullen si agita ancora, i suoni sono più forti, ma ancora incomprensibili; vorrei poterlo capire per riuscire a farlo calmare, per trovare un appiglio e parlargli del suo incubo, tranquillizzarlo, ma niente. Il braccio ingessato si muove, comincia a gemere forte, il corpo si agita, sembra voglia alzarsi in piedi e correre. Sento i passi delle infermiere che stanno arrivando, sento il dolore di tutti i suoi pugni sui fianchi, sulla pancia, ma non mi muovo, lo tengo fermo come posso, cercando di non fargli muovere il busto, la parte del suo corpo più critica. Ci riesco buttandomici sopra con tutto il peso, è davvero forte.
Quando le infermiere aprono la porta e un raggio di luce gli illumina il volto un grido squarcia il silenzio. Un grido forte, chiaro, che non avrei mai voluto udire.


“MAMMAAAAA!”

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