lunedì 2 novembre 2015

Capitolo Quattro




Quando la sveglia suona sul mio comodino, sto già bevendo il caffè. L’adrenalina, l’ansia e l’agitazione per questa giornata è alle stelle. Ieri sera avevo preparato la borsa per non dimenticare nulla, neppure un appunto, ma appena sveglia ho ricontrollato che ci fosse ogni cosa.
Ho finito la colazione, ho messo il solito lucida labbra con un po’ di mascara e ho indossato pantaloni neri e t-shirt bianca, la divisa del lavoro. Ieri era giorno di chiusura quindi ne ho approfittato per fare il bucato.
Finalmente non so più di fritto ma di sapone e pulito, durerà gran poco ma per lo meno nessuno potrà dire che puzzo come la cucina di un fast-food.
Chiudo l’armadietto con il lucchetto e nascondo la chiave dentro la tasca dei miei pantaloni, non sono così scrupolosa solitamente, ma all’interno di quelle lamiere ci sono soldi a palate e progetti che valgono migliaia di dollari. Informazioni sbagliate nelle mani sbagliate e potrei ritrovarmi in mezzo a un processo legale che non finisce più. No, grazie.
L’ora di pranzo arriva puntuale con tutti i suoi studenti frettolosi e con manager che passano per un semplice caffè da portar via, segretarie indaffarate e piene di mansioni si districano tra i clienti con tazze di caffè e sacchetti del pranzo da portare in ufficio. La solita mattinata e la solita pausa pranzo. Quando il campanello sopra la porta suona per l’ennesima volta sono pronta a strapparmi ogni capello dalla testa e licenziarmi, ma ho solo questo lavoro e deve andarmi bene. E’ solo lunedì e la settimana è ancora così lunga che mi spaventa. Non alzo neanche gli occhi dai caffè che sto preparando, Bruce penserà a far sedere i nuovi clienti.
“Isabella, chiedono di te al tavolo sei.” Deve essere Rosalie, nessuno qui dentro sa ancora come mi chiamo, al di fuori di Bruce e del cuoco. Copro i caffè da portar via per l’ultima segretaria rimasta nel locale e mi lavo le mani prima di raggiungere Rosalie. Quando alzo gli occhi sul tavolo, però, resto spiacevolmente delusa. Non aveva parlato di un briefing. Aveva detto che avremmo parlato io e lei, non io, lei e Cullen. Evito di andare a prendere le dispense dentro l’armadietto, magari sono solo venuti a pranzare qui perché si trovavano da queste parti, magari non è qui per questo, lui non lo sa e vorrà dirmi di vederci più tardi. Spero solo non sia un’imboscata.
“Salve, volete ordinare?” Mi stampo in faccia il sorriso migliore che riesco, anche se è platealmente falso. Edward alza gli occhi di scatto su di me e poi lancia un’occhiataccia alla sua socia che alza le spalle e gli occhi nello stesso momento.
“Isabella, per favore portami un sandwich vegetariano, con l’aggiunta di una fetta di formaggio, un frappè al cioccolato, un caffè nero e un bicchiere di vino bianco fermo. Tu Edward cosa prendi?”
“Un hamburger con insalata, non condita, senza pepe e senza mais. Maionese. Un bicchiere di rosso, non frizzante.”
“Nessun dolce, Edward?” Rosalie ridacchia mentre si sistema la coda di cavallo già perfetta.
“No, nessun dolce” Dice a denti stretti il mio ex capo. Segno le ordinazioni, prendo una caraffa d’acqua, i due bicchieri di vino e li porto per primi al tavolo, mi volto di fretta, prima che possano fermarmi con qualsiasi domanda e cambio tavolo. Devo ringraziare che ci sia ancora qualche cliente, anche se questo vuol dire che prima della fine del turno non potrò mangiare nulla. E’ stata un’ottima idea quella di bere un caffè verso le undici.
Quando il cuoco trilla che sono pronte le ordinazioni di Rosalie e Edward li servo, ma Rose mi ferma e mi invita a sedermi con loro.
“Non posso, sto lavorando!”
“Dobbiamo discutere di quella cosa, ricordi? Prenditi una pausa!” Mi mordo il labbro leggermente e annuisco. Avviso Bruce che sono arrivate quelle persone con cui devo parlare assolutamente di una cosa importante, glielo avevo accennato la mattina e mi ha detto che posso recuperare stasera stando un’ora in più. Tra la pausa pranzo, la pausa caffè e l’extra che mi ha concesso ho la bellezza di due ore. Dovrei farcela a esporre tutto. Tiro fuori dall’armadietto la borsa e rubo qualche biscotto e una tazza di caffè prima di sedermi al tavolo con i miei ex capi.
“Non abbiamo mai mangiato con i tirocinanti, oggi hai intenzione di andare contro corrente Rose?”
“Perché no? In più lei non fa più parte del nostro staff!”
“Lo so bene!”
“Ottimo, perché devi sapere anche un’altra cosa. Ho suddiviso i tuoi lavori tra me, Angela, Emmett e Isabella.” A Cullen va di traverso la carne ed è costretto a bere un sorso d’acqua per non soffocare.
“Hai fatto cosa?”
“Non sei riuscito a fare granché in queste settimane. Avevamo bisogno di mandare avanti i lavori e necessitavo di persone competenti e fidate.”
“E sei venuta da lei?” Ignoro il dolore di questa frecciatina perché se dovessi prendermela ogni volta che qualcuno tenta di offendermi mi sarei già chiusa in casa.
“Sì, perché nonostante ciò che pensi tu era la più valida di quel branco di idioti che continui a sobbarcare di lavoro per nulla!”
“Quanto l’hai pagata?”
“Il giusto perché facesse il lavoro in poco tempo e fuori dalle sue mansioni!”
Edward si volta verso di me con rabbia.
“Quanto ti ha pagata?”
“Parla con me ora, non ti deve interessare. Non li perdi tu i soldi, li guadagni e basta se ha fatto un buon lavoro. Quindi ora stai zitto, finisci la tua bistecca e ascoltiamo le sue idee.”
Immaginavo che lo stomaco mi si chiudesse ancora di più, non consideravo, però, l’idea che fosse talmente stretto da non farci scendere neppure una goccia di caffè.
“Avanti Isabella, inizia, sentiamo quali splendide idee hai avuto a cui non potevamo arrivare noi!” Il sarcasmo con cui si rivolge Cullen mi imbarazza ancora di più e devo prendermi un attimo di tempo per racimolare le idee. Una volta che rientro in possesso della calma e della mia sicurezza apro la prima dispensa: Newton.
“Newton offre abbigliamento di vario genere, sportivo, casual, casual elegante e per tutte le età. Ci ha chiesto di concentrarci sullo spot per l’abbigliamento da bambino, l’assortimento è quasi simile a quello di un adulto ma dalla sua parte ha l’economicità rispetto ad altri marchi registrati. Non è ovviamente merce dei grandi magazzini e non è abbigliamento di alta sartoria, si colloca nel mezzo ed è appetibile per diverse fasce di prezzo. Ho sviluppato due idee. Quella principale, un po’ rischiosa ma sicuramente di grande impatto è quella che vede protagonisti tre bambini diversi che fanno shopping con le loro mamme all’interno dei magazzini Newton e che si perdono. Iniziano a cambiarsi d’abito numerose volte mentre corrono da un reparto all’altro. Si divertono e quando tornano alle casse dalle loro madri indossano ciò che più amano, tre look diversi dalla testa ai piedi. Le mamme sorridono e le cassiere se la ridono. Lo slogan l’ho solo abbozzato per ora, ne devo parlare con Newton perché sinceramente non mi piace quello che mi ha dato. Devo pensarne uno di nuovo. Qualcosa come “Persino i bambini amano scegliere i vestiti da Newton, è così divertente!” Ma come ho detto, devo ancora studiarlo a fondo. Mi sono concentrata per avere una seconda alternativa meno rischiosa.”
Prendo un sorso di caffè per bagnarmi la gola e mostro la seconda immagine.
“La seconda idea che vi propongo mi è venuta in mente un paio di sere fa, quindi è solo una bozza, un’idea buttata lì, semplice e facile da realizzare. Vista e rivista. Un bambino in primo piano a cui la mamma si diverte a cambiare l’abbigliamento più volte durante la giornata, per ogni occasione diversa. Lo slogan è la prima cosa che mi è nata. “Le mamme di oggi non hanno mai tempo, ma per un nuovo look Newton hanno sempre un minuto libero!” Come ho detto questo è meno rischioso, meno dispendioso, già visto simile in alcuni casi. Ma funziona, è sicuro.”
Rosalie mi guarda prendendo un sorso di vino bianco e mi fa cenno con la mano di andare avanti. Prendo un respiro profondo e mi addentro in quello che è il vero problema.
“Ora passiamo a ciò che ha messo un po’ in crisi tutta la mia settimana.” Mormoro cambiando dispensa e tirando fuori il blocco appunti dalla borsa. “Questa è l’azienda MilCros, è nata una decina di anni fa da Daniel Milèt e Gin Cros ed è leader nel settore degli utensili. Cacciaviti, trapani, cesoie, pinze e via dicendo. Il giro d’affari è così alto che ha promesso soldi a palate per uno spot e per una cartellonistica che sapesse rompere gli schemi e assicurargli nuovi profitti sempre maggiori. Il progetto era stato affidato a Vincent, il quale ha portato avanti un’idea per niente malvagia ma che a vostro parere mancava di spina dorsale. L’ho guardata, analizzata a fondo e mi sono chiesta: cosa cerca il cliente quando va in negozio e deve acquistare della strumentazione? Cosa lo colpisce dell’acquisto che sta per fare? E poi mi sono chiesta: perché l’azienda ci ha dato un così ampio raggio d’azione? Abbiamo carta bianca, potremmo valorizzare decine e decine di elementi positivi della azienda, eppure Vincent si è concentrato solo sul mostrare che questa società è azienda leader nel settore.”
“Il che non è sbagliato. E’ ciò che ci ha chiesto il cliente!” Mi interrompe Edward bevendo un sorso di vino.
“No. E’ proprio qui che sbagliamo. Il cliente ha chiesto di valorizzare l’azienda per incrementare i profitti. Stiamo parlando di una società ben avviata, con investitori di un certo livello e quotazione in borsa. Non ha bisogno di farsi conoscere. Non è una start-up. E’ una veterana che mette al servizio del cliente affidabilità, credibilità, assistenza post-acquisto e una vastità di prodotti che altre marche non possono, al momento, eguagliare. Lasciamo perdere la cartellonistica per un momento e concentriamoci sullo spot. E’ un’azienda che ha già uno slogan, dobbiamo solo creare un impatto visivo di massa. Dobbiamo fare in modo che l’uomo di tutti i giorni entri in un negozio e domandi attrezzature MilCros.”
“Se fosse stato così semplice non avremmo aspettato così tanto a proporlo al cliente.”
“Lasciala finire!”
“Prendiamo una famiglia standard. Due figli, madre e padre. Lui torna a casa dal lavoro dopo essere stato numerose ore in banca e la moglie ha un tubo che perde in cucina, i figli hanno staccato una mensola e l’hanno rotta. Sul tavolino del salotto trova uno di quegli opuscoli che arrivano a casa dei negozi, quelli con i coupon. E sulla copertina la foto di un set di cacciaviti in offerta della MilCros. L’uomo si reca di corsa nel negozio e chiede la strumentazione di cui ha bisogno, nel reparto in cui ci sono gli strumenti più difficili da utilizzare un addetto della MilCros chiede all’uomo se necessita di aiuto. L’uomo esce soddisfatto dal negozio, il sacchetto pieno di utensili e vola a casa dalla famiglia a sistemare ciò che è rotto. Lui che fa pubblicità positiva con i colleghi nel luogo di lavoro.”
“Troppo caotico. Difficile da realizzare, soprattutto in un minuto e mezzo.”
“In realtà i tempi non sono così stretti come si può pensare. Qualche piccolo secondo viene rubato all’uomo che rientra vestito di tutto punto con la cartellina in mano, la moglie lo raggiunge insieme ai figli e vengono mostrate le immagini in bianco e nero. La parte in negozio è più difficile da realizzare ma anche lì vengono rubati neanche venti secondi, il resto viene adoperato per mostrate l’uomo che utilizza gli utensili con facilità e che fa feedback positivo con il collega che gli chiede se ha guardato la partita di baseball del pomeriggio precedente, con il nostro uomo che dice di no perché ha sistemato con piacere i danni di casa.”
Edward scuote la testa, Rosalie invece sta in silenzio.
“E’ un azzardo ma piuttosto che mostrare la catena di montaggio e il controllo che fanno in azienda sui pezzi da vendere è meglio dimostrare ai potenziali clienti come possono essere utili gli stessi strumenti a persone semplici come loro.”
“E’ un’idea assurda.”
“No, per niente.” Si intromette Rosalie. “Ci stavo riflettendo e non è assolutamente male. Bisogna gestire i tempi e magari ci stiamo stretti ma può funzionare.”
“Rose che cazzo stai dicendo!”
“Pensaci Edward, è quello che serve. Non bisogna fermarsi a mostrare cosa fanno quelli della ditta, dobbiamo far vedere che cosa ogni uomo può fare con un cacciavite MilCros!”
“E’ un’assurdità!”
“Piantala di essere pessimista e ottuso. E’ un’idea che si può proporre al cliente nel momento in cui verrà alla riunione mercoledì. Cosa che di sicuro non puoi fare con l’idea di Vincent. Isabella, grazie. Entrambe le idee sono valide e coerenti con il cliente. Mi trovi d’accordo con te anche per Newton, meglio il rischio e la novità piuttosto che la sicurezza e la solita solfa.”
“Stai dicendo sul serio Rose? Ti fai dare consigli sul marketing da una ragazzina che ti serve il pranzo?” Il tavolo traballa sotto il suo pugno ed io scatto all’indietro spaventata.
“Puoi portarci il conto Isabella?” Dice pacata Rosalie ignorando l’accusa di Edward.
Mi alzo di scatto e mi dirigo alla casa regalando un sorriso debole a Bruce. Quando torno stanno ancora discutendo e non accennano a smettere. L’oggetto della discussione sono io e le mie scarse capacità di marketing secondo Cullen.
“Se fosse così brava come dici farebbe ancora parte del nostro staff, invece ti ha appena servito il pranzo in una caffetteria scadente!”
“Hai fatto lavori più umilianti per mantenerti durante gli studi, Edward. Dovresti solo tacere. Oltretutto sei stato tu a sbatterla fuori per un ritardo, se non fa parte dello staff è solo colpa tua. Ora tira fuori il portafoglio e paga, Isabella sta aspettando per tornare a lavorare.”
Sbuffa lasciando settanta dollari sul tavolo e andandosene subito dopo, non so dove sia abituato a mangiare ma decisamente sono troppi anche con la mancia. Restituisco venti dollari a Rosalie che mi guarda sorridendo.
“Non vuole ammettere che hai fatto un grande lavoro. Ci vediamo nel mio ufficio mercoledì alle cinque del pomeriggio, voglio che tu assista alla riunione con la MilCros e che mi aiuti a esporre la tua idea. Newton è un cliente di Edward purtroppo, spero solo che non getti al vento la tua idea!”
Annuisco e la osservo mentre se ne va.
Non è andata come speravo, chissà cosa avrò mai fatto a Cullen?

Il martedì sera mi sono infilata sotto le coperte presto, in modo che nonostante il lavoro della giornata potessi arrivare all’incontro con Rosalie riposata e piena di energie. Nella mente continuavano a girare le immagini dello spot, di come lo volevo e di come l’avevo pensato. Solo il pensare che saremmo state io e Rosalie, senza Cullen, mi rasserenava un po’. Ma quando alle cinque ho bussato alla porta di Rosalie e sono entrata mi sono bloccata di colpo e la mia energia si è volatilizzata. Edward Cullen occupava una delle due sedie poste davanti alla scrivania, l’altra doveva essere per me.
“Prendi posto, Isabella. Abbiamo delle cose di cui discutere prima dell’arrivo degli amministratori delegati di MilCros.” Mi sono accomodata sulla sedia, ma lo sguardo di Cullen non mi faceva rilassare, sono rimasta tutto il tempo sulle spine e non ho spiccicato parola se non quando necessario per rispiegare la mia idea. Rosalie ha messo appunto qualche dettaglio, ha preso appunti e aggiunto note man mano che le cose le venivano in mente, io non sono stata capace neanche di passarmi una mano tra i capelli senza tremare.
“Vi lascio cinque minuti da soli, cercate di non scannarvi. Vado ad accogliere i clienti da Alice e vi raggiungo in sala riunioni, per cortesia, pensate nell’ottica della società.” Si sistema la camicia blu elettrico sopra la gonna nera e si chiude la porta alle spalle. Sospiro alzandomi dal mio posto e mi avvio, non ho intenzione di aspettare Cullen, farmi insultare e offendere ancora una volta. Quando tutto ciò sarà finito voglio scordarmi ogni momento passato con lui qui dentro.
“Allora, come vanno la tesi e il tirocinio?”
Non mi ero accorta che mi aveva seguita fin dentro la sala riunioni, e meno che mai mi sarei aspettata una domanda così inadeguata.
“In realtà è tutto fermo. Il tirocinio dovrò riprenderlo per intero, cambiare la tesi e cercare un nuovo relatore. Le società che collaborano con l’università non vogliono merce pezzata. Di conseguenza ho disdetto tutto e ritirato la domanda di laurea.” Non so se il tono freddo e risentito con cui l’ho detto l’abbia ferito, o se si penta delle sue azioni, credo principalmente la prima, credo che l’abbia accolta come una frecciatina, un’accusa. Ha un’espressione sorpresa e dispiaciuta. E fa bene a sentirsi in questo modo, è colpa sua se la mia carriera va a rotoli.
“Isabella…” Mormora iniziando una di quelle frasi che sembrano sentite e risentite per chiedere scusa. Per fortuna la porta della sala riunioni si apre in quel momento, interrompendolo.
“Prego, accomodatevi. Qui ci sono Edward Cullen, il mio socio e co-fondatore di Cullenhale e la signorina Swan, una nostra collaboratrice esterna che ha lavorato al progetto per il vostro spot. Tra poco la segretaria ci farà avere dei caffè e dell’acqua, c’è qualcosa che desiderate?”
Gli amministratori si siedono scuotendo il capo, tirano fuori le loro agendine di pelle, la loro penna stilografica e gli occhialini dalla borsa, io capito seduta alla destra di Edward, mentre Rosalie prende posto alla sua sinistra.
“Possiamo cominciare?”
Ad un loro cenno affermativo i miei due ex capi iniziano la spiegazione dello spot, i punti di forza e i punti critici da eliminare. Chiedono la disponibilità di un esperto da inserire all’interno dello spot e informazioni utili per la pubblicità. I clienti di fronte a noi appaiono perplessi e un po’ insicuri, titubano a dare la loro approvazione e continuano a bisbigliare tra loro senza renderci partecipi. Vorrei dire loro che è cattiva educazione ma probabilmente mi rinchiuderebbero in un manicomio, sarebbe effettivamente una pazzia.
“Lei signorina, lei non ha mai parlato durante questa ora e un quarto nella quale i suoi colleghi hanno esposto la vostra idea. Lei cosa ne pensa?”
Parlano con me, lo so bene, eppure non riesco a dire una parola. Resto fissa a guardarli come se non stessero parlando con me. E invece ci sono io al centro dei loro interessi, al momento. Ma come faccio a parlare? Sono stata tutto il tempo a osservare, memorizzare, sentirmi orgogliosa del mio lavoro. Ora ho il timore di rovinare tutto.
“Signorina Swan, non è vero?” Annuisco debole al richiamo del secondo amministratore. “Mi dica, se dovesse mai guardare uno spot come questo entrerebbe in una ferramenta per domandare uno dei nostri prodotti?”
Mi guardano tutti e più di ogni cosa sento lo sguardo bruciante di Cullen sul mio volto, vorrei girarmi e dirgli di smetterla di guardarmi in questo modo, ma non posso. Vorrei anche che la smettesse di respirare a fondo come se fossi al patibolo e lui non vedesse l’ora che mi facciano fuori. Vorrei non aver mai accettato l’offerta di Rosalie, non averlo mai tirato fuori dai casini e non trovarmi in questo luogo: la sala riunioni in cui sognavo di essere da un anno e due mesi. Che scherzo del destino!
“La signorina Swan non è certo il tipo di ragazza che entra in una ferramenta, signori. Non credo che abbia mai cambiato una lampadina nel suo appartamento o alla sua auto. Dobbiamo guardare oltre!”
Le parole di Cullen mi fanno salire una rabbia provata solo poche volte. Lui non sa un cazzo di me, come si permette? Mi giro verso di lui e dal suo sguardo serio capisco che crede davvero a quello che dice. Scoppio a ridere.
“Ovviamente il signor Cullen non mi conosce se non nell’ambito professionale e, devo ammetterlo, alcune volte pare non conoscermi neppure lì. Dovete scusarlo. E’ ovvio che io abbia cambiato le lampadine alla mia autovettura, come è normale che gestisca in autonomia le lampadine del mio appartamento!” Strizzo l’occhio al team di MilCros sorridendo e facendoli sorridere. “Dunque, non ho ancora avuto modo di entrare in una ferramenta, di recente, ma posso assicurarvi che mio padre nella sua cassetta degli attrezzi ha dei cacciaviti, una pinza e un tronchesino MilCros. Forse anche dell’altro, al momento non ricordo. Il design non è cambiato e ricordo perfettamente il manico nero puntellato con tre strisce arancioni nel mezzo dell’impugnatura!” Mi osservano quasi con orgoglio, mentre Cullen al mio fianco freme di rabbia. Ben ti sta, impiccione!
“Quindi pensa che lo spot funzionerà?”
“Vi dirò di più, quando mi è stato chiesto di contribuire a questo progetto ho ragionato come Vincent per qualche minuto, l’alternativa del nostro collega era insipida, puntava a mettere in mostra il vostro business e il vostro giro d’affari, perdendo di vista l’importanza della comunicazione spiccia e pratica. Nell’ideare questo spot mi sono domandata: un impiegato di banca che deve sistemare la mensola delle sue bambine per i loro peluche, se non sa cosa scegliere come farà a prendere la decisione su quale cacciavite è il migliore? Ecco come mi è venuta l’idea. Assumendo l’ipotesi di un banchiere che deve riparare le mensole alle sue bambine e che sceglie i vostri prodotti. Uno spot del genere indurrà persone che non ne sanno di fai da te ad avvicinarsi al vostro marchio e fidelizzerà i clienti già acquistati.”
“Suo padre le ha aggiustato le mensole con i nostri utensili?” Chiede uno di loro con un sorrisino.
“Ha fatto di meglio, mi ha insegnato come utilizzarli!” Gli strizzo l’occhio e ridiamo, tutti i presenti escluso Cullen.
Nessuno dei presenti sa chi io sia, nonostante le testate giornalistiche di prima pagina, nonostante i notiziari e il circo mediatico che è girato attorno alla mia vita per anni. Nessuno all’interno di questa sala riunioni può sapere che mio padre non ha fatto in tempo a insegnarmi nulla. Ma io sorrido e fingo, mento come sempre, perché è più facile far finta che non sia mai esistito il mio passato piuttosto che guardare in faccia la realtà e fare i conti con gli sguardi compassionevoli, ancora una volta.

Alla fine della riunione abbiamo il via libera per iniziare con lo spot, la cartellonistica e i volantini, il contratto è stato sottoscritto ed è stato staccato il primo assegno. Non ho mai osservato come si chiudeva una trattazione, ma sono felice di averne fatto parte oggi.
Saluto i clienti e raccolgo le mie cose, pronta ad andarmene il prima possibile. Rosalie mi da una stretta sulla spalla e mi ringrazia prima di rispondere al telefono fuori dalla sala riunioni. Resto chiusa nella sala, ancora una volta, da sola con Cullen.
“Oggi mi ha ricordato un buon motivo per averla licenziata!”
“Sì? E cosa di grazia?”
“La sua boccaccia, la sua impertinenza, la sua minima professionalità di fronte a un cliente, la sbadataggine, l’imbarazzo e il tentennamento.”
“Mi duole correggerla, signor Cullen, ma questi sono più che un buon motivo. Sono molti motivi e ben più gravi di un semplice ritardo, giustificato per altro.”
“Quindi concorda con me che sia stata la scelta giusta licenziarla.”
“Oh certo!” Torno indietro e appoggio le mani sulla scrivania, lo guardo dall’alto al basso solo perché è seduto, in realtà in piedi mi sovrasta di un paio di spanne. “Sono convinta che sia stata la scelta giusta quella di licenziarmi, perché sono indisponente, ritardataria, impertinente, chiacchierona, sbadata e poco professionale. Sono anche una ragazzina tutta imbarazzo e tentennamento. Ha ragione. Ma la prossima volta che avete un problema cercatevi un dipendente che stia alle vostre condizioni e che faccia il lavoro per cui è pagato invece che venire da me!”
Resta a guardarmi con un sorriso sarcastico e le braccia incrociate sul petto, convinto di avere la vittoria in mano.
“E’ stata Rosalie a chiamarla, per me lei è una fallita che non ha neppure portato a termine il suo tirocinio con tanto di tesi.” Non me ne frega un’accidenti dell’educazione che mi hanno impartito i miei genitori, è solo una questione di sopravvivenza giunti a questo punto.
“Una fallita che oggi le ha salvato il culo, signor Cullen. Se lo ricordi. Servirò anche caffè e pranzi in una caffetteria non adatta al suo stile di vita, ma ho frequentato questa società per un anno abbondante e oggi il cliente era soddisfatto della mia idea. La mia idea, signor Cullen. Non la sua. Più volte nel corso di questo periodo alla Cullenhale ho avuto a che fare con la sua professionalità ridotta al minimo, ma non l’ho certo segnalata a Rosalie, invece lei ha ben pensato di licenziarmi al primo sgarro. Ha perso così la stima di molti colleghi, della sua socia che si è affidata alla licenziata per terminare dei lavori che lei non riusciva a portare avanti, ha perso una valida collaboratrice e ha fatto fermare la mia carriera. Questo è un fallimento per la maggior parte delle persone, signor Cullen. Cosa ne pensa ora della mia boccaccia?”
Mi guarda furioso e si alza in piedi con i pugni stretti sui fianchi.
“Lei non sa niente di me, di questa società o di come io abbia fallito. Non le permetto di parlarmi in questo modo.”
“Cominci lei a portare rispetto. Sono sempre una persona, signor Cullen. E questa partita l’ho comunque vinta io. Addio!”
Non so come riesco a girargli le spalle e andarmene a testa alta senza fare gestacci che mi porterebbero dalla parte del torto. Quando esco dalla sala riunioni trovo Rosalie appoggiata al muro di fianco alla porta.
“Ma allora è un vizio dei fratelli Hale, quello di ascoltare le conversazioni altrui.”
“Mio fratello me l’ha insegnato quando ero più piccola. L’ho visto fare milioni di volte. Sai vero che devi andartene di qui prima che Edward ti faccia portare fuori di peso, non è vero?”
“Certo. Sto andando infatti. Non c’entro niente con questo posto, me ne sono resa conto pochi minuti fa.”
“Non è vero.” Mi scruta con occhio critico. “Non è vero Isabella. Hai carattere, hai stoffa, sai fare bene il tuo lavoro e sei professionale e determinata. Continua su questa strada e il mondo del marketing sarà ai tuoi piedi.”
“Non vedo come…” Mormoro lanciando un’occhiata al tizio dentro la sala riunioni da cui sono appena uscita. Un uomo che pensa di me tutto il contrario e che non mi ha mai stimata per la persona che sono, difficilmente potrò trovare altri che la pensino diversamente da lui. Soprattutto con un licenziamento dalla Cullenhale alle spalle.
“Ci sentiamo presto Isabella!” Mi lascia con una strizzata d’occhi e rientra nella sala per calmare Cullen.
Io torno a casa con calma e mi fermo al supermarket a due isolati per prendere del gelato e una pizza congelata. Questa sera ho voglia di restare da sola e coccolarmi. Anche se ho risposto a Edward ed ho alzato la voce ora mi sento ferita, umiliata e privata di ogni energia. Le conseguenze di queste ultime settimane mi pesano, mi incurvano le spalle e mi imbruttiscono. Lo diceva sempre mia madre a mio padre: “Charlie devi evitare di portarti sulle spalle tutto il peso dei problemi. Diventi gobbo e diventi brutto. Le vedi quelle rughe sulla pelle, quelle attorno agli occhi e attorno alla bocca? Devi smetterla di incupirti, diventi brutto.” Mio padre guardava mia madre con un sopracciglio alzato ogni volta e poi scoppiava a ridere. Ho sentito le stesse frasi per anni, senza capire davvero il significato di quelle parole. Poi mi è capitato di guardarmi allo specchio quando avevo quindici anni, ho sorpreso la prima ruga attorno agli occhi e mi sono ricordata di quanto i pensieri e i problemi facessero ringrinzire la pelle. Ho iniziato a frequentare un corso di yoga per rilassarmi, per lasciare i problemi fuori dal mio corpo e dalla mia mente per qualche ora. Ogni volta che vedevo una ruga sul mio viso facevo qualcosa di bello, qualcosa che mi facesse rilassare, che mi permettesse di non pensare a ciò che succedeva nella mia vita. Ho sempre avuto degli amici al mio fianco, quelli veri che c’erano sempre, bastava che alzassi il telefono e loro correvano da me, per me; poi, ad un certo punto, ho tagliato tutti i legami, sono scappata da quel passato troppo difficile da portare avanti, troppo pesante da trascinare. Ho cambiato città e ho cercato di cambiare vita. Eppure quel passato torna a bussare alla mia porta. Se solo avessi raccontato ad Alice o a Emmett ciò che è stato potrei chiamare loro, farmi stringere tra le loro braccia e dimenticare tutto. Ma ho preferito dare un taglio netto e quindi sono sola. Ho solo voglia di sedermi sul divano, coccolare Poppy e stare da sola ad autocommiserarmi.

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