giovedì 3 dicembre 2015

Capitolo Sei

** Note di Aly

Buongiorno a tutte! Stamattina non ho tantissime cose da dire, se non quelle banali di sempre.
Vi ringrazio tutte, dalla prima all'ultima: voi che leggete in silenzio, voi che aspettate con trepidazione l'aggiornamento, voi che recensite e mi lasciate il vostro pensiero. Siete meravigliose.
Oggi scopriamo molto di più, tanto di più.

In realtà questa volta non ho solo una frase preferita, ma un bel paragrafetto che ogni volta che mi capita di rileggerlo mi si stringe il cuore.
Il mio pezzo preferito del capitolo precedente è il seguente:
Dal capitolo 5 di Grido nel silenzio:

“E così eccomi di nuovo qui. Sono di nuovo al tuo fianco, di nuovo in un letto di ospedale. Tu non hai idea di quante volte io sia stato seduto al tuo fianco mentre dormivi profondamente controllato dai monitor. Non hai idea di quante volte volessi svegliarti scuotendoti e dirti che sei uno stupido, che… Dio!” Si passa una mano che trema sulle labbra e chiude gli occhi, stringendoli forte.
Non ho mai visto Jasper in una situazione del genere, non ho mai sentito Jasper parlare di Edward o parlare con lui, a parte quel breve intermezzo nella sala riunioni quando sono stata licenziata. Resto sconvolta a fissare la scena.
“Un piano più sopra c’è Rosalie, sai quanto voglio bene a mia sorella, eppure sono qui con te. Con te, maledizione. Mi farai morire di crepacuore un giorno, senza saperlo.”
Le parole sono dure ma calde, non è un uomo freddo, non sta parlando come se fosse un vecchio compagno di giochi perso per strada. C’è molto di più tra loro, come ho sempre immaginato.
“Starò qui, finché non ti svegli. Starò qui. Non sei solo, Edward. Non sei solo.” Gli occhi mi si inumidiscono e sento le lacrime premere e spingere per venire fuori. Ho visto molte scene da pianto in ospedale e fuori, ma questa mi tocca particolarmente. Jasper appoggia la mano su quella di Edward e la stringe appena mormorando ancora tenue “Non sei solo”.


Non ci sono molte spiegazioni su quello che ho riportato, tutte voi avete ben chiare le emozioni che scorrono lungo queste righe. L'ansia di Jasper, l'angoscia, la paura, il timore, l'affetto fraterno. E dall'altra parte c'è Bella, testimone di questo momento intimo e speciale, di un uomo che nonostante tutto è ancora lì a tenere la mano ad un amico, che decide di essere lì per lui, per non farlo sentire solo. Ci ho riflettuto a fondo e questo, purtroppo o per fortuna, è una cosa che mi caratterizza. Non importa quanto una persona a cui ho voluto un gran bene mi ferisce, quanto mi metta in un angolo, se poi sta male, se soffre, se è solo in un momento difficile io spesso metto da parte il mio orgoglio e mi siede accanto a lei... supportandola. Forse sbaglio, forse dovrei essere più dura, forse dovrei metterci una pietra sopra e basta, allontanandomi e evitando di rendermi così disponibile. Lo so. Eppure continuo a comportarmi così, continuo a essere ferita e a riprovarci infinite volte. Capita anche a voi?

Detto questo, vi lascio al capitolo, sicuramente più interessante delle mie riflessioni!
Buona giornata e, come sempre, buona lettura.
Aly **


 


“MAMMAAAAA!”


I timpani mi fanno male, ero così vicina alla sua bocca che il grido mi è entrato dentro stordendomi. Le braccia non hanno più forza per tenerlo fermo, le gambe non mi reggono, la testa vortica in una strana confusione e il cuore sanguina, ancora una volta. Resto ferma, nonostante tutto, per fermare il corpo di Edward dall’agitarsi. Non è più solo una promessa ad un amico.
“Si sposti signorina, dobbiamo svegliarlo!”
Scuoto la testa ferma nella mia posizione. Jasper ha detto che non va assolutamente svegliato quando ha gli incubi ed io ascolto lui. Lo conosce, ho sentito le sue parole, me l’ha fatto promettere e io non lo sveglio.
“Signorina, si sposti le ho detto.” Mi spinge con il suo corpo per farmi spostare ma io non lo faccio; le gambe mi tremano ma non mi muovo.
“Edward, mi senti? Non sei solo. Ci sono io, non sei solo. Calmati. Shhh. Calmati.” Dai suoi occhi sgorgano lacrime che non so come fermare, dalle sue labbra ancora suoni e grida che mi spengono le energie. Ho fatto una promessa, è vero, ma non è solo questo, vederlo così mi annienta.
“Signorina si sposti!” Mi giro verso l’infermiera incenerendola con lo sguardo. Lei tenta di fare il suo lavoro e io devo impedirglielo, con la rabbia che sento dentro non lo vedo per niente difficile.
“Non mi sposto. Non si può sedare una persona due volte in un giorno, lo so bene. Lei vuole svegliarlo e il suo migliore amico mi ha assolutamente vietato di farlo quando ha gli incubi. Sono incubi, non è dolore. Si deve calmare senza essere svegliato, ora se mi aiutate a tenerlo fermo forse eviteremo che si fratturi qualcos’altro.” L’infermiera sbuffa ma gli tiene ferme le gambe, mentre l’altra cerca di tenere fermo il braccio ingessato. Io resto incollata sul suo busto.
“Shh. Va tutto bene. Sei qui con me. Non sei solo. Non sei solo. Mi senti Edward? Non sei solo. Calmati. Respira e sentimi. Non sei solo.” Ho visto Jasper ripeterglielo molte volte, credo che sia la cosa giusta da fare. Me ne convinco solamente quando sento il suo corpo adagiarsi e la sua bocca mormorare cose sconclusionate a bassa voce. Le lacrime scorrono ancora libere sul suo corpo. Appoggio la mia mano sulla sua e quando sente il mio tocco intreccia le mie dita con le sue. Non posso muovermi ora, sono inchiodata qui. Mi faccio passare dei fazzolettini dalle infermiere, gli asciugo il viso coperto di lacrime e gli bagno la bocca con un po’ di acqua. Mi aiutano a sistemarlo sotto le coperte che sono scivolate per colpa dei suoi movimenti e quando finalmente Edward è a posto mi siedo anche io. Sfinita. Ecco come mi sento. Stanca e senza difese. Rivivo la scena di poco fa un milione di volte nella mia testa, e milioni di volte sento quel grido infinito, straziante.

“MAMMAAAAA!”

Un grido che mi porta indietro nel tempo, che mi condanna, senza appello, a rivivere ogni istante passato. E’ come se non fossi mai andata avanti, come se non fosse mai stato sepolto, dimenticato, chiuso in un cassetto in fondo all’armadio della mia mente.
A rallentatore, in bianco e nero, mi passa davanti agli occhi la scena di un film tristissimo.
Un uomo che esce di corsa dalla macchina, lasciando la sua bambina sul sedile passeggero raccomandandole di non muoversi, per nessun motivo. L’uomo che corre disperatamente verso l’edificio che sta bruciando, da cui si vedono fiamme altissime e fumo nero. Poi l’uomo non si vede più per un’infinità di tempo. La bambina piange, urla da dentro la macchina, ha capito che il padre è corso ad aiutare le persone che sono dentro la casa, ma ha paura. L’uomo ricompare, portando tra le braccia una bambina e aiutando una donna a camminare. La bambina ha gli occhi spaventati, il viso coperto di fuliggine e le lacrime continuano a scendere copiosamente sul volto. Ha paura. Trema. Ha freddo. L’uomo le fa sedere sul marciapiede, chiama i soccorsi, si inginocchia a parlare con le persone che ha appena salvato e non lo vede. Non vede l’uomo incappucciato che si avvicina con un arma in mano. Quando si alza si volta verso la sua bambina dentro la macchina e le sorride, cercando di comunicarle che va tutto bene, ma la bambina urla, grida dentro l’auto, perché lei l’uomo nero l’ha visto. E quando il padre si volta, l’uomo nero muove le labbra, ma la bambina non sente alcun rumore, l’abitacolo è intriso delle sue lacrime e colmo delle sue grida. Vorrebbe scendere dalla macchina, gridare al padre di fare attenzione, di scappare, di correre via insieme a lei, ma è chiusa dentro e urla, si dispera finché un colpo, un rumore sordo, non esplode nell’aria spezzando ogni suono attorno per un secondo. Un secondo infinito.
Un secondo lungo una vita.
Il grido della bambina è forte, acuto, disperato, angoscioso.

“PAPAAAAAAAAA’!”

Ma l’uomo è immobile sull’asfalto, l’uomo nero è corso via mentre le sirene suonavano all’impazzata correndo ad aiutarli. La bambina sbatteva le mani sul vetro, voleva uscire, correre dal suo papà, ma nessuno riusciva a sentirla in mezzo a tutto quel frastuono. Solo l’amico di suo papà, corso con la volante per liberare il traffico, si accorse di lei. La fece scendere dall’auto per accompagnarla a casa, le diceva che era sconvolta, che doveva calmarsi, ma lei non ci riusciva. Voleva solo correre dal suo papà. Guardò l’uomo che la teneva chiusa tra le sue braccia e con un ruggito come quello di un leone si liberò, attraversò la strada di corsa, si inginocchiò vicino al corpo del suo papà e cominciò a chiamarlo, a scuoterlo disperatamente.
“Papà! Papà! Papà rispondimi. Sono io. Sono io papà! Non ho paura ma rispondimi! Guardami papà. Sono qui. Sono qui papà!”
Ma l’uomo non fece in tempo a risponderle o lei non riuscì a sentire. I medici l’allontanarono, trasportarono l’uomo in ambulanza e lei rimase lì, con le mani intrise del sangue di suo padre e le lacrime congelate sul volto.

“Che ci… fai tu qui?” La scena si interrompe, finalmente, grazie alla voce roca e disturbata di Edward. Mi volto verso di lui e riesco a sorridere appena.
“Ciao, come ti senti?” Non è passato molto da quando ha avuto l’incubo, probabilmente deve essersi svegliato perché agitandosi si è fatto male.
“Cosa ci fai… qui?” Mi guardo attorno non sapendo cosa rispondere e prendo un attimo di tempo. “Sei sorda forse? Cosa ci fai qui? Perché mi stai tenendo la mano. PERCHE’ SEI QUI?” Alla fine urla e mi spavento. Ho sempre odiato le persone che gridano, il rumore assordante mi fa paura, ho cercato di vincere tutto ciò, ho cercato di andare avanti e ce l’avevo fatta. Fino a poco fa. Le immagini che ho ripercorso, l’urlo disperato di Edward, mi hanno abbattuto le difese costruite in anni e anni di training autogeno. Respiro a fondo e provo a muovere le dita tra le sue per accarezzarlo. Lui si accorge del contatto e le stacca immediatamente, come se avesse preso la scossa. Sospiro dispiaciuta di aver perso quella presa, forse non faceva bene solo a lui.
“Tu e Rosalie avete avuto un incidente e-”
“So cos’è successo. Non so perché tu sei qui!”
“Ero con Jasper ieri sera, l’ho accompagnato in ospedale e gli ho dato il cambio quando è andato a riposare. I dottori hanno chiesto di restare a farti assistenza, nel caso avessi bisogno di qualcosa.” Mi guarda sprezzante.
“Non ho bisogno di niente, non ho bisogno di nessuno. Non ho bisogno di te o di Jasper. Non ho bisogno di nessuno. Firmerò le carte per le dimissioni appena il dottore passerà per la visita di routine. Me ne torno a casa.”
Annuisco e mi alzo dalla sedia per sgranchirmi le gambe, stranamente intorpidite. Metto via il computer dentro la borsa e prendo il maglione, inizio ad avere un po’ di freddo.
“Vattene.”
“Certo, me ne vado. Quando il dottore ti dirà che puoi uscire e che non hai bisogno di nessuno!” Non mi faccio certo comandare da lui qui dentro.
“Non hai nessun diritto di stare qui! Vattene da sola o chiamo qualcuno.”
“Le infermiere intendi? Caro, loro sono contente di avere me qui, perché ti agiti e ti muovi e i punti delle ferite saltano e se i punti saltano loro devono riportarti in sala operatoria, pulirti e anestetizzarti, ancora una volta. Se invece ci sono io qui loro ti controllano meno, sanno che ti tengo fermo, possono andare da altri pazienti. Se chiami le infermiere otterrai solo un rimprovero.”
“Tu mi terresti fermo? E come vediamo?” Dandomi dimostrazione di essere in grado di muoversi si aggrappa con il braccio sano alla spondina del letto e cerca di tirarsi su. Corro da lui spingendolo con una mano sulle spalle, ricade come un foglio privo di vita sul letto.
“Cullen, sei stanco, ferito, imbottito di farmaci e stai male. Non metterti a fare la prova di forza con me.”
“E’ solo perché mi sono appena svegliato!”
“No! E’ perché ti sei svegliato dopo un incubo che ti ha privato di ogni energia!” Mi lascio scappare. Mi chiudo la bocca con entrambe le mani e chiudo gli occhi. Il danno è fatto.
“Vattene!”
“Edward-”
“Vattene! E di’ a Jasper di non tornare!”
“Perché ti comporti così?”
“Vattene!”
“Non me ne vado! Piantala di fare tutte queste storie, mettiti calmo e riprendi a dormire oppure pensa a qualcosa, l’importante è che la finisci con tutta ‘sta tiritera perché mi hai rotto le palle. Okay? Sarai pure stato il mio capo ma ora sei un semplice paziente su un letto d’ospedale che ha bisogno di compagnia e cure. Cerca di collaborare o ti faccio legare al letto con le cinghie pur di non muoverti!”
“Ma chi diavolo pensi-”
“Non sono nessuno, hai ragione. Ma io sono dalla parte della ragione e tu del torto. Sei qui e hai me e Jasper che ci prendiamo cura di te, cerca di essere un minimo riconoscente!”
“Non vi devo niente.”
“A me certamente no. Su Jasper avrei qualche dubbio. Ma cocciuto come sei non lo ammetterai mai, quindi pazienza. Ora su, mettiti a dormire.”
“Non sei-”
“Non sono nessuno, lo so.” Esco dalla camera per prendermi un tea caldo alle macchinette, incontro le infermiere e le aggiorno su Edward e il fatto che si è svegliato. Quando torno indietro si è calmato e steso comodamente sul letto. Non mi rivolge la parola così riprendo il computer e mi siedo sulla sedia a fianco del suo letto. Incomincio a leggere da dove mi sono fermata, dentro ho ancora un miscuglio di emozioni che mi tormentano ma devo sedarle e metterle a tacere. Avrò tempo di prendermi cura di me stessa quando sarò a casa, sotto le coperte con il mio cuscino tra le braccia e gli occhi chiusi. Non mi rendo neppure conto di aver chiuso gli occhi e respirato a fondo. Me lo fa notare Edward.
“Non ti senti bene?” Apro gli occhi di scatto e scuoto la testa.
“E’ tutto okay.” Mormoro tornando a ignorarlo. Pare che vada bene così, e non sono nessuno per contraddirlo. Ma dopo altri due paragrafi torna a parlarmi.
“Cosa ti ha raccontato Jasper?”
Alzo lo sguardo su di lui con il sopracciglio inarcato.
“Riguardo a cosa?”
“Me. Riguardo a me.” Pare arrabbiato, disperato, rassegnato.
“Veramente nulla.”
“Impossibile. Tu sei una donna, hai visto, osservato e fatto domande. Cosa ti ha detto Jasper?” Come al solito mi fa incazzare e siccome non è una grande serata devo contare fino a venti prima di rispondere.
“Non so con che razza di donne hai a che fare tu, ma non sono un’impicciona perché non mi piace che la gente ficchi il naso negli affari miei. Jasper non mi ha detto nulla.”
“Sai dei miei incubi però.” Mormora guardandomi fissa negli occhi. Non ha paura di ammettere le sue debolezze ora?
“Sì. Lo so perché poco fa ne hai avuto uno tremendo, ti sei agitato, ti sei messo a urlare. Ho dovuto calmarti. So dei tuoi incubi perché Jasper non voleva lasciarti da solo e mi sono proposta di aiutarlo, ma dovevo sapere con cosa avevo a che fare. So solo questo.” Annuisce e abbassa lo sguardo sui suoi piedi. Poi lo rialza su di me. No, non teme ciò che gli posso dire.
“Ho detto qualcosa durante l’incubo?” Potrei mentirgli, dirgli di no e far finta di niente. Sono capace a mentire. Poi però rivedo quella bambina, ormai cresciuta, seduta sulla scomoda sedia di uno studio privato, di fronte a lei una simpatica donna che le sorride.


“Lo sogno ancora dottoressa, lo sogno ogni notte. Mio fratello dice che ho smesso di urlare, ma conosco i suoi occhi, mente, finge, come mia madre. Tutti fingono con me, hanno paura di parlarmi, di dirmi la verità. Hanno paura per me. Ma io non ho paura. Finché lo vedo sarà sempre con me. Ho ragione dottoressa?”
“No Isabella, no. Se lo sogni va bene, ma gli incubi devono finire. Devi fare un patto con tuo fratello, deve dirti la verità.”
“L’ho fatto, ma lui mente. Mente sempre. E io lo odio così tanto.”


Sospiro e lo guardo negli occhi sbattendoli per cacciare l’immagine dalla testa.
“Sì, hai detto qualcosa. Hai urlato la parola mamma, il resto non l’ho capito.” Chiude gli occhi e sospira, poi scuote la testa e stringe le labbra.
“Merda!” Si lascia scappare.
“Non è un problema. La mia bocca è più cucita della tua, non lo dirò a nessuno.”
“Come no! E io ti credo. Sarebbe la vendetta perfetta, non credi? Ti vendichi del tuo ex capo che ti ha licenziata per un ritardo.”
“In realtà mi hai licenziata per la mia boccaccia, la mia inettitudine professionale, la mia testardaggine, indisponenza-”
“Okay piantala! Mi ricordo cosa ho detto.”
“D’accordo allora riprendimi a lavorare!” Mi guarda e scoppia a ridere. Ride davvero. E’ la prima volta che lo vedo ridere così e dovrei esserne felice ma subito il viso si traduce in una smorfia di dolore. “Fai piano e non ridere. Le ferite sull’addome e sul fianco sono ancora fresche. Ho fatto tanto per tenerti fermo prima, ora non rovinare tutto o ti mando il conto del mio fisioterapista!”
“E tu non farmi ridere!”
“E’ bello riuscire a farti ridere, oltre che a farti incazzare!”
“Sì, per quello hai una dote innata!” Mi sorride e non posso fare a meno di ricambiare. Poi torniamo seri e lui si schiarisce la voce. “Senti, per prima io-”.
“Non continuare. Non ne ho bisogno, davvero. Sono scuse inutili. Ti capisco perfettamente. Anche io odierei qualcuno che è costretto a farmi da balia, ma mi sono offerta, ed è inutile che mi guardi così, sono pazza! Mi sono offerta io per aiutare Jasper, davvero!”
“Come sta Rosalie?”
“E’ acciaccata, ha una gamba ingessata e una ferita alla testa, ma sta bene. Si riprenderà. Di certo non potete lavorare ora. Angela ha preso in mano tutto quanto. Se la sta cavando bene. Per lo meno il primo giorno è andato tutto secondo i piani.”
“Dovrò chiamarla per organizzare le cose, la prossima settimana devo tornare in ufficio per-”. Scoppio a ridere e scuoto la testa.
“Senti ma sai dove ti trovi? Sei in ospedale bello. Ti hanno ricucito in tre parti praticamente e tu pensi a tornare al lavoro! Sei completamente frastornato dai medicinali, non ti reggi in piedi, hai bisogno del sondino per fare pipì e vuoi lavorare. Ne hai per un mese e mezzo qui.”
“Devo tornare al lavoro!”
“Angela e Emmett se la caveranno. Non preoccuparti di questo e pensa ad altro!”
“Non ho altro a cui pensare, il lavoro è tutto per me.”
“Nessuna donna? Che ne so… magari una biondona tutta tette a cui piace strofinarsi su di te con quel suo miniabito attillato che appena si muove mette in mostra ogni briciolo di pelle che ha?” Mi guarda confuso e poi scuote la testa.
“Quando mi hai visto?”
“Oddio allora è vero!” Metto una mano davanti alla bocca spalancata.
“Quando?” Ringhia.
“Non ricordo bene. Un sabato sera comunque. E’ la tua donna?”
“E’ una che mi scopo.”
“Viva la finezza!”
“E’ quello che è per me. Non illudo nessuno.”
“Giusto!” Poi mi viene in mente una cosa e scoppio a ridere. Mi chiede cosa io abbia e quando mi calmo alzo il volto, gli sorrido ammiccante e poi gli faccio l’occhiolino. “Per il chirurgo che ti ha operato e per il medico che ti segue io sono la tua fidanzata!” Riprendo a ridere della sua faccia sconvolta e non riesco a fermarmi. “Non volevano parlare delle tue condizioni né con me né con Jasper. Lui ha dovuto usare il suo distintivo ed io ho inventato la prima scusa che mi è venuta in mente. Ho pensato che quando l’avresti saputo ti saresti incazzato così tanto da tirare giù il soffitto, ma vedo che la stai prendendo con filosofia!”
Mi brucia con un’occhiata delle sue e ridacchio appena, poi torno a dare attenzione al mio computer ignorando lui. Forse dovrei continuare a fare conversazione, oppure alzarmi e lasciarlo solo nella sua stanza per un po’, giusto finché non si riaddormenta, ma non saprei dove andare e non ho neanche tanta voglia di alzarmi. Tutti i suoi pugni iniziano a farsi sentire.
“Ascolta Isabella… Vorrei che quello che è successo qui dentro non uscisse fuori da questa stanza. Nessuno deve sapere… nessuno!” Alzo lo sguardo su di lui dopo aver sentito il mio nome, ma non mi guarda preferendo invece osservare un punto non ben definito sul muro dall’altra parte della stanza.
“Ti ho già detto che ho la bocca cucita. Non ti fidi?”
“Ho imparato a non fidarmi della gente tanto tempo fa. Non avercela, non sei tu è solo…”
“Lo so. Ti capisco.” Annuisce e poi chiude gli occhi, probabilmente per non dover parlare oltre. Torno al mio libro e leggo una frase sola prima di rialzare lo sguardo su di lui. E’ fermo ancora in quella posizione e mi chiedo cosa debba aver passato per essere in questa situazione. Non si fida di nessuno. Non ha nessuno al suo fianco. Non ha una donna, non ha amici, tratta tutti come se fossero delle pezze da piedi ed è più velenoso di una vipera. Eppure è un genio nel suo campo, professionalmente potrebbe essere uno dei migliori in circolazione, potrebbe scalare il successo anche senza l’aiuto di nessuno, ed è un uomo davvero attraente. Ma nessuno deve stare solo. Nessuno, l’ho imparato a mie spese.
“Dovresti parlare con Jasper.” Mi lascio scappare osservandolo mentre spalanca gli occhi verso di me. “Sì, dovresti prenderti del tempo per parlare con lui, per ricucire tutto quello che c’era un tempo, per sfogarti, per avere qualcuno al tuo fianco, un amico. Dovresti farlo.”
“Tu non sai nulla, non puoi dirmi cosa è meglio per me.”
“Tu credi io non sappia nulla, ma quello che so mi basta per capire che siamo della stessa pasta, con un passato in comune, con lo stesso carattere. Solo che io ho cambiato rotta prima di te. Devi parlare con Jasper, frequentarlo fuori dal lavoro e riprendere l’amicizia con lui. Secondo me diventeresti meno stronzo!”
“Non sai cosa dici. Jasper mi ha mollato nel bel mezzo del mio tormento anni fa. Non ho bisogno di lui.”
Lo scruto ancora un po’ e poi scuoto la testa, convinta di ciò che sto facendo, di quello che dico.
“No, tu non sai cosa stai facendo. Jasper non ti ha per niente lasciato in disparte. Si è allontanato perché non gli piaceva la persona che sei diventato ma… Beh non spetta me a dirtelo. Parlaci, dovresti davvero parlarci.”
“No, ora tu mi dici cosa sai!” Ringhia incazzato.
“So solo che è rimasto qui tutto il tempo a tenerti la mano, mentre sua sorella è nello stesso ospedale solo un piano più su. So che ha ripetuto all’infinito che non sei solo, che lui c’è e c’è sempre stato. E so che non è la prima volta che finisci in ospedale e che lui è con te.”
“Come lo sai?” La rabbia e lo stupore si alternano sul suo volto.
“L’ho capito. Il dottore ha detto che hai un qualcosa a livello di una vecchia cicatrice, devono approfondire le analisi, Jasper sembrava saperlo e non era per niente sorpreso. Poi siamo saliti qui, si è messo a piangere come una femminuccia e ti ha stretto la mano tutto il tempo. Ha detto che un giorno lo farai morire di crepacuore senza neanche saperlo e che è ancora una volta al tuo fianco mentre tu stai male. Quindi… ho dedotto che sia successo altro.”
“Una donna astuta!” Mormora sarcastico guardando altrove. “Ma questi sono fatti nostri.”
“Certo. Io ti consiglio solo di parlare con lui e ritrovare il vostro rapporto. Perderlo è stata una delle cazzate più grandi che potessi fare.”
“No, ne ho fatte ben altre. Questo mi ha permesso di salvare lui da una brutta strada.”
“Tu credi, ma penso che sia sempre stato al tuo fianco anche se non lo sapevi. Questi però, come mi hai fatto notare, non sono fatti miei. Ora cerca di dormire.”
Mi rimetto a leggere.
In realtà faccio fatica a concentrarmi, mi sono sempre vantata di riuscire a estraniarmi dal mondo quando avevo un libro tra le mani ma in questa stanza, qui con lui, mi sento a disagio e non riesco a liberarmi del peso sulle spalle che sento. Non sono a mio agio. Non riesco a capire il senso della frase fino in fondo e devo tornare a leggerla una seconda volta. Di questo passo per finire il libro ci metterò secoli. Non mi è mai capitato. In quel momento il telefono mi vibra nella tasca. Chi diavolo è a quest’ora?
Jasper. Guardo verso Edward e lo trovo a osservare un punto fuori dalla finestra, okay è sveglio, posso rispondere.
“Pronto?”
“Ciao, come va?”
“Non dovresti essere a dormire tu?”
“La centrale mi ha chiamato per un’emergenza venti minuti fa. Sono sul posto di un incidente. Volevo sapere come stava andando con Edward.”
“Bene.”
“Bella, non raccontarmi stronzate!” Lancio un’occhiata verso l’allettato e lo scopro a fissarmi.
“Okay, ha avuto un incubo più di un’ora fa, non mi avevi detto che il tuo amico era l’uomo roccia dei fantastici quattro. Eravamo in tre a tenerlo fermo, ma pare tutto a posto.”
“Ora dorme?”
“No, mi sta fissando con uno sguardo incazzato perché ti sto raccontando i fatti suoi. E mi diverto un mondo a farlo incazzare ora che non è più il mio capo!” Ridacchio e Jasper sembra più tranquillo, mentre Edward si imbroncia.
“Vorrei non dovertelo chiedere.”
“Jasper, per favore… siamo amici, sai che puoi chiedermi ciò che vuoi.”
“Puoi stare con lui fino alle cinque? Poi io farò la notte.”
“Jasper, devo lavorare!”
“Ti pago la giornata che perdi, per favore!” Sciolgo i capelli dal fermaglio e ci passo in mezzo le mani. In che diavolo di situazione sono andata a impegolarmi. Cazzo! E’ fuori discussione, Bruce mi licenzia.
“Non posso dare un preavviso di due ore a Bruce, quello mi licenzia!”
“Per favore Bella!”
“Senti Jasper, te lo dico con il cuore, il tuo amico qui poco sopporta la mia presenza e non credo affatto che con questa notizia farà i salti di gioia. Non posso perdere anche questo lavoro!”
“Non avevi fatto la volontaria in ospedale?”
“Jasper, non ricattarmi. E’ stato tempo fa, è stato perché la mia psicologa mi ha obbligata e perché mi servivano crediti extra. Non entravo in ospedale da secoli prima di quella volta. Non ricattarmi. Perderei il lavoro.”
“Chiamo io Bruce, non perderai il lavoro. Grazie Bella! Devo andare, salutami Edward.”
“Jasper! Jasper non ti azzardare a-” Stacco l’orecchio dal telefono e osservo lo schermo. Ha messo giù. Mi ha incastrata e ha messo giù. Che stronzo. “Lo uccido. Lo strozzo con le mie mani. Lo faccio diventare un polpettone con tutta la divisa. Sto stronzo!”
“Che succede?”
Mi ero dimenticata, per un attimo, di essere in camera con Edward. E’ un destino infame quello che manovra la mia vita.
“Jasper non ha riposato, è stato chiamato dalla centrale per un’emergenza, di conseguenza mi ha chiesto di restare qui con te fino alle cinque, di pomeriggio.” Lo guardo mentre sul suo volto si disegnano le rughe di ira. “E’ inutile che ti incazzi. Mi ricatta, lo stronzo. Chiamerà lui Bruce con una scusa, spero più che valida, anche se sono certa che perderò il lavoro. Lo strozzo.”
“Perché lo fai?” Di nuovo questa domanda. Ma non posso dirgli che mi dispiace che sia solo, non posso dirgli che so questa cosa, che ho capito che non ha più una famiglia, che non ha amici e che è solo. Non posso. Gli ho detto che non so nulla, ho mentito per non doverlo sentire urlare. Ora non posso proprio dirgli la verità.
“Perché ho fatto la volontaria in ospedale a ventidue anni e ho sempre avuto quest’aria da crocerossina. Jasper sa premere nei punti giusti.”
“No, c’è dell’altro. E tu non mi stai raccontando la verità.” Scrollo le spalle e torno a dare attenzione al mio libro. Questa volta riesco a concentrarmi di più e riesco a leggere una ventina di pagine. Quando alzo gli occhi per vedere se Edward dorme lo trovo con gli occhi aperti sul soffitto.
“Non hai sonno?” Gli domando a voce bassa.
“Non ho mai dormito molto, da ieri notte ho dormito più del solito. E’ strano per me.”
“Non dormi perché gli incubi ti disturbano?” Scuote la testa e vedendo che non mi risponde torno a leggere. La concentrazione è di nuovo sparita. Ho la schiena che mi fa male, vorrei stendere le gambe e sento dolore ai fianchi. Maledizione.
In ospedale dovrebbero sempre mettere una sedia a sdraio invece che queste sedie di ferro scomode, chi fa assistenza ad un parente si distrugge la schiena stando seduto qui per più di due ore. Un parente. Io sono qui per uno che mi ha licenziato e di cui conosco ben poco. Perché diavolo sono qui?
“Non dormo da quando avevo undici anni. Ho iniziato ad avere gli incubi a quell’età e la paura di soffrire per i miei sogni mi ha sempre impedito di dormire. Mi stanco, mi distruggo ma riesco a riposare solo un paio di ore per notte, prima di svegliarmi. Odio gli incubi. Odio sognare.”
Ha solo sussurrato il suo discorso, ma lo sento perfettamente e le sue parole mi colpiscono. Ha ragione Jasper, abbiamo più cose in comune di quanto pensiamo.
“Il primo incubo era così reale, così tangibile che hanno dovuto sedarmi per un giorno intero.” Dice ancora. Non so perché si stia aprendo con me, non so neanche perché non lo fermo. Io non voglio sapere queste cose, non voglio ascoltarlo mentre mi racconta della sua vita. Non posso. Riapre vecchie ferite, vecchi cassetti ormai pieni di polvere che fanno male, fanno così male che sento già le lacrime salirmi agli occhi.
“Ecco perché non dormo. Non mi piace dormire. Odio sognare, odio svegliarmi sudato e agitato e odio rivivere il passato.”
Ti capisco, vorrei dire, so cosa vuol dire, gli direi. Invece fisso lo schermo di fronte a me quasi in trance.
“Il primo incubo l’ho avuto quando avevo otto anni. Mi sono svegliata urlando, ho svegliato mia madre e mio fratello che sono corsi da me pieni di paura. Hanno cercato di rassicurarmi, di tenermi al caldo perché battevo i denti, ma non capivano. Non capivano che non avevo freddo, ero terrorizzata. Avevo solo otto anni e rivedevo quella scena… Non importa. Avevo solo otto anni. Ogni notte tenevo gli occhi aperti, la luce accesa sul comodino e facevo di tutto per restare sveglia, anche se la stanchezza era tanta. Poi quando non ce la facevo più dormivo. Ma gli incubi venivano a trovarmi dopo poche ore e dovevo ricominciare tutto daccapo.”
Lo sento respirare a fatica.
“Perché sei qui?” Mormora ancora e io non so cosa rispondergli. Abbiamo detto più di quanto era necessario, so che neppure lui sa niente di me, ma se continuiamo con questo ritmo stanotte ci racconteremo tutto. E io non posso. Ma non voglio neppure essere una bugiarda.
“Perché nessuno deve stare solo Edward. Jasper mi ha detto che non hai nessuno, so come ci si sente, so cosa voglia dire. Qui nessuno deve stare solo. Ecco perché sono qui.”
“Ti ho distrutto la carriera.”
“Sì, l’hai fatto. Ma questo non vuol dire che io non abbia sbagliato. Ho imparato tempo fa che ognuno deve prendersi le proprie responsabilità, io l’ho fatto. Non ti porto rancore, forse sono un po’ arrabbiata ma non cambia il fatto che tu sia solo e che deve esserci qualcuno qui con te. Soprattutto durante i tuoi incubi.”
“Non voglio più dormire.”
“L’ho detto tante volte anche io. Poi però ho trovato la pace e riesco a riposare bene ogni notte. Per questo devi farti degli amici, devi ricominciare a frequentare Jasper, a sfogarti, dormirai meglio e gli incubi spariranno per un po’. Sarà tutto più semplice.”
“Niente lo è.”
“Lo sarà. Chiuderai tutto in un armadio, lo coprirai con un telo bianco e lo lascerai lì dentro per giorni, settimane, mesi. Poi saprai che è lì, ma è nascosto. Non ti tortureranno gli incubi per settimane e per interi mesi. Sarà più facile, sarà più semplice.”
“Lo credi davvero?”
“Lo so.” Mormoro distratta.

Guardo ancora lo schermo davanti a me senza più parlare, nella mente solo l’immagine di una bambina seduta dentro una macchina mentre guarda l’ambulanza portare via suo padre. Le mani sono ancora sporche di sangue, le grida si espandono dentro l’auto, il pianto è così acuto e disperato che nessuno è in grado di fermarlo. L’amico di suo padre cerca di tenerla ferma ma lei vuole scappare, vuole correre dal suo papà.
La bambina è seduta su una sedia di ferro, i corridoi sono tutti bianchi, la gente passa velocemente, alcuni cercano di parlarle ma lei vuole solo la sua mamma. Il suo papà è dentro a qualche stanza, senza che lei possa vederlo, suo fratello è ancora a scuola, la sua mamma è al lavoro. Lei è ferma lì, immobile. Sente un grande freddo ma non vuole dire niente, vuole solo un abbraccio, vuole vedere suo papà correrle incontro e dirle quanto è bella, vuole sentire da sua mamma che andrà tutto bene, vuole intrecciare le dita di suo fratello con le sue.
La sua mamma arriva, gli occhi sono rossi, le guance sono piene di lacrime, stringe la mano di suo fratello mentre corrono lungo il corridoio bianco. La bambina non ce la fa ad alzarsi in piedi, le gambe sono così fredde. Un collega del suo papà si ferma a parlare con la mamma, il bambino corre incontro alla sorella, si siede al suo fianco e l’abbraccia forte. Le bacia la testa come faceva sempre il suo papà. La mamma si mette a piangere, singhiozza e grida nel silenzio di quel corridoio, la bambina chiude gli occhi forte, è così stanca di tutti quelle urla. L’amico del suo papà stringe la mamma e l’abbraccia, viene accompagnata alla sedia di fianco alla bambina, la prende in braccio e la stringe forte. L’abbraccio di suo fratello era più caldo, più consolatorio, più rassicurante. La mamma si sta aggrappando alla bambina per non cedere, ma non sa che la bambina non ha più forze, neanche per dire ciao. Poi il dottore esce da una porta a vetri opachi, la mamma la lascia seduta sulla sedia, corre dall’uomo con il camice verde, piange, piange tanto la sua mamma. Viene accompagnata in una stanza lontano da loro e torna solo dopo molto tempo. I due bambini si stringono la mano, il sangue sulle mani della bambina oramai è secco, ha bisogno di un bagno caldo ma non vuole allontanarsi dal suo papà.
“Ti voglio bene!” Dice piano suo fratello. “Sei stata forte. Sei stata brava. Fra poco andiamo a casa.” Ma quel poco che ha detto suo fratello si trasforma in un tempo indefinito. Quando l’amico di papà li accompagna a casa, la bambina si accorge che stanno andando dalla loro vicina. La mamma non è con loro. La mamma non torna a casa con loro. La bambina non ha fame, non mangia, ma la vicina di casa si prende cura di lei, le lava le mani, la faccia, le cambia i vestiti. E’ sempre stata una brava donna, una buona amica per la sua famiglia. Lei e suo fratello dormono vicini, nello stesso letto, ma la bambina non vuole chiudere gli occhi. Così suo fratello le canta una canzoncina, quella che suo papà le sussurrava ogni volta per farla addormentare. Si stringono forte, non si lasciano andare e quando la mattina aprono gli occhi sono ancora vicini, si sorreggono a vicenda, lui più grande di lei, lei più forte di lui.

Il cassetto dei ricordi è stato aperto, è stato forzato e la sua mente viaggia a velocità della luce. Vorrebbe che si fermassero le immagini, vorrebbe che si potesse cliccare sopra il tasto stop, ma è così difficile.
“Isabella, stai piangendo.”
Sì, lo so anche io, sto piangendo. Dopo tanto tempo le lacrime tornano sui miei occhi, lungo le mie guance. Piango, ancora una volta. Piango e non riesco a fermarmi. Mi asciugo le lacrime sulle guance con il maglione e cerco di respirare a fondo.
“E’ solo questo maledetto libro.” Sussurro non staccando gli occhi dallo schermo.
Ma lui lo sa, sospira un paio di volte per bloccare le domande che nascono nella sua gola. Lo sa che non è il libro, capisce che c’è ben altro. Lo sa perché abbiamo un passato in comune, qualcosa che è difficile da seppellire.

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