martedì 6 ottobre 2015

Capitolo Uno

** Note di Aly

Buonasera a tutti/e!
Parlerò al femminile da qui in poi, per cui, se ci fosse qualche maschietto a leggere, non ve la prendete; è solo un modo per far prima a scrivere! Sorry.
Ho intenzione di portare avanti una nuova tradizione, che magari vi farà avvicinare di più alla storia, ve la farà commentare oppure vi farà allontanare ancora di più. Non ne ho idea. Vorrei che ogni volta che recensite la mia storia citaste la frase che vi è piaciuta di più, che vi è rimasta in testa, che vi ha fatto emozionare. Insomma, la frase che ha spiccato in mezzo alle altre. E facciamo anche quella che avete odiato di più! So che qualcuno di voi già lo faceva nelle precedenti recensioni, vorrei che diventasse una tradizione nostra, delle mie lettrici. Se vi va, ovviamente. Sentitevi pure libere di non commentare o di non citare alcunchè. Se invece voleste iniziare questa "cosa" io ne sarei più che felice. E' un modo per vedere cosa piace a voi, cosa non vi è piaciuto, cosa ho azzeccato e cosa invece vi ha dato fastidio. Ci conosciamo, e io cresco ancora un po'.
Bene... finita questa pappardella... parliamo della storia.
Sarà dura, difficile, e susciterà mooooltissime critiche. Vi pregherei di criticare con obiettività, senza dire semplicemente "Non mi piace la storia, quindi ti do la bandierina". Le critiche sono accettate, sono le benvenute, quando permettono all'autrice di crescere, nello stile e in maturità. Quindi sentitevi liberissime di criticare ogni capitolo, ma fatelo spiegando le vostre motivazioni e con criterio. Metto le mani avanti perchè sono una di quelle autrici a cui non piace sentirsi dire "Io avrei scritto così". Non perchè sono presuntuosa, ma perchè la storia è mia e i personaggi sono cresciuti con me, se mi scrivete "io avrei scritto così" pretendo una spiegazione fondata del perchè avreste cambiato qualcosa. Resto ferma nell'idea che siete libere di scrivere quello che volete ma tornate di qualche riga su, vorrei una motivazione valida.
Ho anche io qualche difetto!
Okay, quindi la storia sarà complessa, uno dei miei polpettoni insomma. All'inizio può sembrare lenta ma serve tutto un tempo di introduzione che ci farà capire i personaggi, forse, in futuro.
Quindi non abbiate fretta di voler scoprire, godetevi ciò che accade, avremo tempo per correre insieme e poi riposarci. Non so ancora quanti capitoli la comporranno, in questo momento sto scrivendo il settimo, sono molto meticolosa, cerco di correggermi da sola, ma se vedete qualche refuso o qualche errore fatemelo notare.
Le note stanno diventando più lunghe del capitolo! LOL
Non vi dirò come nasce la storia nella mia testa, non ancora per lo meno, vi lascio assaporare il primo capitolo, che effettivamente non dice un granché, ma è solo il primo di molti! HIHI
Vi auguro buona lettura.
Un abbraccio
Aly

Ps: qualcuno mi ha fatto notare che ci potrebbe essere un errore. Mi sto informando. Metterò la spiegazione e il mio Errata corrige nel prossimo capitolo, nel caso fosse un mio errore. Chiedo venia. 
**

 





Questa mattina non dovevo svegliarmi.
L’hanno detto tutti i giornali locali prevedendo il tempo nuvoloso, l’edizione delle sei e trenta del telegiornale con le informazioni sul traffico cittadino, il mio portiere, il mio cane e persino il poliziotto incontrato per strada. Sì, ma arriviamoci per gradi.

La macchina del caffè si è inceppata, ho cercato di sistemarla: ho smontato il filtro, ho rimesso la polvere del caffè, ho cambiato l’acqua, ho staccato la spina e l’ho
riattaccata più volte. Nisba. Niente. Caput. La macchina del caffè è morta. Nonostante mi sia svegliata con largo anticipo, proprio per fare colazione con calma, il caffè, che è la fonte primaria del mio sostentamento mattutino, devo prenderlo al bar. Ho indossato gli abiti da lavoro, ho calzato le mie scarpe con tacco dieci e, una volta afferrata borsa e chiavi dell’auto, sono scesa di sotto. Il portiere si era tagliato con il taglierino, per cosa lo stesse usando lo ignoro ancora adesso, mi ha fermata chiedendo aiuto, perché alla vista del sangue non si sentiva bene. Crocerossina che non sono altro mi sono fermata, tanto avevo tempo. Ho afferrato il kit del pronto intervento dall’armadietto, disinfettato la mano dell’uomo e applicato una garza con tanto di crema per i tagli. Poi sono scesa nel box a prendere l’auto. Ho percorso due soli, miseri, isolati prima che una coppia di poliziotti decisamente sfortunati ad essere di pattuglia alle prime ore del mattino, mi fermassero.
E da qui un lento, lentissimo declino.

“Patente e libretto, signorina.”
Convinta delle mie azioni afferro il libretto di circolazione porgendoglielo, mentre cerco con una mano il portafoglio in cui tengo la patente di guida. Portafoglio che non c’è all’interno della borsa. Impallidisco di colpo e mi metto a frugare come una disperata. Niente. Non c’è traccia del mio grandissimo portafoglio pieno dei miei documenti, scontrini e monetine per il caffè. Spero solo di averlo lasciato a casa e non da qualche altra parte.
“La patente, signorina!”
Mi volto verso l’agente, corrucciata e dispiaciuta, sperando che il mio labbro tremolante mi salvi dal ritiro del mezzo.
“Mi dispiace, in questo momento non ce l’ho!”
“Come non ce l’ha? Guida senza patente?”
“No, assolutamente no! E’ che stamattina è successo un guaio con la macchina del caffè, ieri sera devo aver tirato fuori il portafoglio per inserire i contanti e devo averlo lasciato sul comò a casa. Stamattina non ho bevuto il mio caffè, sono uscita di casa ed ho dovuto soccorrere il portiere perché si è tagliato e quindi… Quindi ho scordato il portafoglio a casa. Sempre che non abbia perso il portafoglio da qualche parte. Allora dovrei fare una denuncia, non è vero?”
“Se ritiene che qualcuno le abbia rubato il portafoglio o che l’abbia accidentalmente perso sì, deve sporgere denuncia. E’ questo il caso?”
“Non lo so. Devo tornare a casa e controllare ovunque. Porca miseria, mi sono scordata di dar da mangiare a Poppy!”
“Chi è Poppy?” L’agente mi guarda con il sopracciglio alzato.
“Il mio cane! Accidenti. Dov’è il telefono?” Frugo di nuovo nella borsa alla ricerca del mio smartphone e appena lo trovo faccio partire una telefonata.
“Signorina non abbiamo tutta la giornata, noi!”
“Neanche io, ma il mio cane a casa da solo non è di sicuro in grado di prepararsi un piatto di pasta. Non crede?”
“E quindi ha intenzione di… chiamarlo e dirgli di andarsi a comprare un hamburger?”
“E’ simpatico, come ha detto che si chiama?”
“Non l’ho detto, veramente. Sono l’agente Hale.”
“Hale, questo cognome non mi è nuovo. Sono sicura di averlo già sentito… ma dove?”
“Signorina, chi sta chiamando?”
“Pronto Antonietta, sono Bella, ho scordato di dar da mangiare a Poppy, puoi per favore salire a casa e riempirgli la ciotola con i croccantini e anche con dell’acqua? Sì, grazie. Oh e fammi un favore, guarda se trovi anche il mio portafoglio lì in giro. Credo di averlo scordato. Certo, grazie. A stasera!”
“Bene, non ha chiamato direttamente il suo cane, quindi non è da dichiarare psicologicamente instabile. Ora può scendere dall’auto?”
“Cosa?”
“Ho detto, può scendere dall’auto?”
“Veramente avrei una certa fretta, ero in anticipo questa mattina, a dir la verità, ma la macchinetta del caffè rotta e il portiere ferito mi hanno tolto tempo. Volevo comprare una tazza di caffè da Starbucks ma ho lasciato i soldi a casa, quindi devo accontentarmi di quello dell’ufficio, che fa veramente schifo, soprattutto quando viene fatto dal mio collega del numero nove. Poi lei mi ha fermato, mi ha tenuta qui numerosi minuti preziosi, non trovo il portafoglio ed ho anche scordato di dar da mangiare a Poppy, devo assolutamente andare al lavoro.”
“Si rifiuta di seguirci alla centrale signorina?”
“Senta agente Hale, io sono in regola. Vede? Assicurazione: pagata. Bollo: pagato. Libretto: in regola. Manutenzione: regolare ogni tre mesi come da legge. Faccio cambiare le lampadine prima che si brucino. E’ tutto in regola, la patente è regolare. Controlli pure nei vostri archivi. Isabella Marie Swan, nata il tredici settembre millenovecentoottanta a Forks, stato di Washington.”
L’agente segna i miei dati ma non è convinto a lasciarmi andare, lo capisco da come sbuffa e alza lo sguardo su di me.
“Vorrei davvero fosse così semplice, ma lei sta guidando questo mezzo senza patente. Non posso lasciarla andare, mi capisce? Non sarei professionale!”
Sbuffo e maledico tutte le macchinette del caffè, i portieri e i taglierini, e anche tutti gli agenti di polizia, sì, anche loro.
Stacco le chiavi dal cruscotto dell’auto, prendo la borsa e mi assicuro di chiudere l’auto.
“Va bene, d’accordo! Se devo seguirvi andiamo. Prima risolviamo questa questione, prima posso andare al lavoro.”
“Deve parcheggiare l’auto in uno dei parcheggi, o qui le sarà rimossa!”
Sbuffo risalendo in auto. Nella mia testa milioni di parolacce pronte a venir fuori a raffica, come proiettili sparati da una mitraglietta. Una volta sistemata l’auto seguo l’agente Hale alla volante, mi fa accomodare nel sedile posteriore e poi si accomoda come passeggero davanti.
“Signorina Swan le presento il mio collega Hunt. James lei è la signorina Swan. Viaggiava senza patente!”
“La patente ce l’ho. Devo solo trovare il portafoglio!” Incrocio le braccia sul petto e sbuffo.
Che giornata di merda.

Non siamo ancora arrivati alla centrale quando il cellulare inizia a squillare. Riconosco la suoneria assegnata alla segretaria del mio capo ed ignoro la chiamata. Decisamente non ho bisogno di questo, adesso. Dovrei avvisare Angela, dirle che sono in ritardo, ma può aspettare dieci minuti.
La seconda volta che squilla il telefono l’agente Hunt sta parcheggiando in un posto delimitato per le volanti, ma riconosco la suoneria assegnata ad Angela, la mia referente. Vorrei rispondere, ma stiamo entrando nello stabile, quindi ignoro la chiamata. Guardo l’orologio sulla parete. Dove sono finiti i miei quindici minuti di anticipo?
Sono in ritardo di mezzora, non ho bevuto il caffè e probabilmente verrò sbattuta fuori dal programma di tirocinio oggi stesso. Che senso ha rispondere al telefono? E’ meglio rimandare l’ora della condanna.
Entriamo all’interno della centrale e seguo l’agente Hale fino ad un ufficio, mi fa accomodare su una sedia di fronte a una scrivania piena di carte e cartelline.
“Resti qui signorina Swan, io e il collega arriveremo subito. Vuole qualcosa nel frattempo? Acqua, tea, caffè?”
“Un caffè per cortesia, nero con due zollette di zucchero. Grazie.”
Nell’attesa il cellulare all’interno della borsa continua a squillare, prima la mia referente e poi la segretaria del capo. Sbuffo e guardo fuori dalle grandi finestre con le grate. Questa mattina è iniziata proprio da schifo, spero solo non peggiori ulteriormente.
“Allora, vediamo cosa abbiamo qui!”
La voce che mi riscuote dai miei pensieri la conosco, mi volto e resto stupita.
“Robert McNeil? Sei proprio tu?”
“Piccola Swan!”
Mi alzo di scatto per abbracciarlo, come da piccola le sue braccia mi inglobano e mi racchiudono tutta. L’agente Hale si schiarisce la voce di fianco a noi.
“Vedo che non sono necessarie le presentazioni. Signorina Swan, ecco il suo caffè.”
“Jasper, Isabella e io ci conosciamo da moltissimo tempo. Portava il pannolone la prima volta che venne in ufficio!”
“E menomale che non c’erano problemi con lei, signorina Swan!” Mi dice sarcastico.
“No, che hai capito. Lavoravo con suo padre un tempo. Io mi sono trasferito quando Isabella aveva sedici anni. Ma è impossibile non riconoscerti, piccola. Raccontami di tua madre, come sta?”
“Sta bene, sta meravigliosamente bene! Ha avuto qualche cedimento un paio d’anni fa, ma si è ripresa alla grande. Vive poco fuori New York ed ha conosciuto un uomo, Phil qualcosa. Allena una squadra di basket in un liceo e lei l’ha seguito a casa sua. Sta bene.”
“L’ho chiamata a Natale, l’ultima volta. Mi sembrava felice.” La sentiva ancora.
“Lo è. Lo è.”
“Bene, sono contento. Ora, buon Dio, vuoi spiegarmi il motivo per cui sei qui accompagnata da due agenti?”
“Stamattina sono uscita di casa senza portafoglio, quando i tuoi agenti mi hanno fermata guidavo con la patente all’interno del portafoglio che è non so dove.”
“L’avete portata qui?” Chiede guardando l’agente Hale che alza le spalle in risposta. “Jasper, ti sto chiedendo perché non avete fatto un controllo in loco e non hai lasciato andare la signorina Swan con la richiesta di presentarsi in seguito a mostrare la sua patente di guida.”
“Capo io…” Se fossi una cittadina come tutte le altre, probabilmente, ora riderei dell’agente Hale e mi strofinerei le mani soddisfatta. Ma non sono così, porca miseria.
“Robert, l’agente Hale è stato professionale, paziente e ha seguito il protocollo. Non è un problema essere venuta fin qui, davvero. Sono convinta che mi spetta una multa per aver guidato senza aver portato la patente con me, perché non compili il verbale?”
“Isabella!”
“Oh andiamo. Sono Isabella ma sono cresciuta, sono adulta e devo prendermi le mie responsabilità.”
“So che hai la patente. Ricordo quando tua madre diceva che sfasciavi ogni aiuola nel giardino al rientro da scuola!” Ridiamo per qualche secondo, coinvolgendo anche Hale.
“Scrivi quel verbale, o mi vedo costretta a parlare con un tuo superiore!”
“Questa sarebbe la prima volta che capita!” Sbotta Jasper ridendo.
“Isabella è una persona molto particolare!”
“Lo vedo!”
Sto per rispondere quando il cellulare squilla e questa volta la suoneria è diversa. E’ terrorizzante, proprio come la persona che chiama. Afferro velocemente il telefono dalla borsa e trascino la cornetta verde per rispondere. Trattengo il fiato.

“Pronto?”
“Signorina Swan, perché diavolo non è ancora al lavoro?”
“Ho avuto un imprevisto, sono alla stazione di polizia e ne ho ancora per-“
“Non me ne frega un accidenti di cosa le sia successo. Il suo orario di lavoro cominciava un’ora fa. Devo dedurre che prende sottogamba questa occupazione! Sa, persone disposte a prendere il suo posto ne trovo a centinaia!”
“Lo immagino, signore. Non sto prendendo sottogamba la mia occupazione, per niente. Mi trovo impedita a raggiungere la sede di lavoro, al momento. Arriverò tra un’ora e recupererò l’orario all’uscita.”
“Non ha capito. O lei si fa trovare fra cinque minuti alla sua postazione o può tranquillamente cercare un’altra occupazione! Sono stato chiaro?” Abbaia al telefono con voce grave.
“Chiaro, signore!”

Sospiro infilando il telefono in borsa e cercando di farmi forza. Alzo gli occhi su Robert, di fronte a me, sorrido mestamente e gli faccio un cenno del capo verso il verbale tra le sue mani.
“Completalo. Devo andare a raccattare le mie cose in ufficio, sono appena stata licenziata!”
“Ma dove diavolo lavori?”
“Ha ragione, sono in ritardo di un’ora. Mi ha detto di essere lì in cinque minuti ma mi ci vuole più di mezzora per raggiungere la sede. Quindi mi ha consigliato di trovarmi un altro lavoro. Cosa che farò non appena riuscirò a recuperare le cose sulla mia scrivania.”
“Ci sono problemi sul lavoro, signorina Swan?”
“Agente Hale non si preoccupi. Il mio capo va a giornate. Ho scoperto da qualche mese che se siamo fortunati la mattina si alza con il piede giusto, ma la maggior parte delle volte è così arrabbiato che se la prende con chiunque.”
“Se ci sono pressioni di qualche tipo...”
“No, si figuri. Nell’ambito professionale è davvero il migliore. Il progetto di cui faccio parte, pardon, facevo parte, è uno dei migliori della città. Non so come ho fatto ad entrarci. Mancavano solo otto mesi alla fine del tirocinio, poi avrei avuto l’assunzione a tempo indeterminato o l’inserimento in altre sedi o settori. E’ un mio errore, devo pagarne le conseguenze.”
“L’accompagno io all’ufficio, signorina Swan!”
“Agente Hale, la ringrazio ma-“
“Niente ma Isabella. Jasper ti accompagnerà.” Strappa il verbale che aveva completato solo per metà e mi rivolge un sorriso tirato. Mi consegna un post-it in cui scrive qualcosa di fretta. “Questo è il mio indirizzo e il mio numero di telefono. Sono convinto che a mia moglie farà piacere averti a cena qualche volta, passa a trovarci!”
Lo saluto affettuosamente e poi mi dirigo verso la porta, preceduta dall’agente Hale.
“Ah Isabella, notizie di tuo fratello?”
Mi gelo all’istante e mi volto.
“No, nessuna.”
“Vuoi che…”
“NO!” Dico troppo in fretta. Passo una mano sul collo e poi sui capelli a lisciarli e sbuffo. “Robert apprezzo tutto ciò che hai fatto per me, per noi, in questi anni ma… Lascia stare Brian!”
“Va bene Isabella, ci vediamo a cena, una di queste sere!”
Lo saluto con la mano e riprendo il cammino verso l’esterno, preceduta dall’agente Hale.

Quando entriamo in auto l’agente Hale mi chiede l’indirizzo della sede di lavoro e impallidisce quando glielo detto. Accende l’auto e percorre qualche chilometro prima di aprire la bocca.
“Non sono uno che ama chiacchierare, devo ammetterlo, però il fatto che tu e Robert vi conosceste mi ha lasciato esterrefatto.”
“Più o meno di aver scoperto che lavoro per Edward Cullen?”
“Di meno, lo ammetto.”
“Risponderò alla tua non domanda solo se mi permetti di darti del tu e se a tua volta risponderai alla mia.”
“Potrei far valere il mio ruolo, ma so che perderei. Hai il mio capo dalla tua parte!” Ridacchia.
“Mio padre era un poliziotto, lavorava a Port Angeles, una cittadina vicino a Forks. Non credo che conoscerai il luogo, in realtà, ma è pieno di boschi e radure, il posto migliore dove trafficare armi e droga senza nessuno tra i piedi. Più volte Robert e mio padre hanno collaborato con le unità speciali, essendo del luogo conoscevano monti, boschi e sentieri meglio di chiunque altro. Ho iniziato a frequentare la stazione di polizia quando mia madre ha iniziato a lavorare come segretaria in uno studio medico. Così ho conosciuto Robert e molti altri colleghi di mio padre.”
“Però poi vi siete persi di vista!”
“Sì, Robert ha chiesto il trasferimento, io ho finito il liceo, ho frequentato l’università e di conseguenza i rapporti sono stati sempre più freddi. Ci sentivamo per telefono, di tanto in tanto.”
“Capisco. E tuo padre?”
“Mio padre cosa?”
“Sarà felice di sapere che hai rivisto Robert dopo tutti questi anni, no?” Mi lancia un’occhiata di sfuggita, so cosa sta facendo. Cerca di farmi parlare con delle domande trabocchetto, ma con me non funzionano.
“Sì, credo che ne sarà felice!” Mormoro sorridendo appena e guardando fuori dal finestrino. D’un tratto mi riscuoto e mi volto verso di lui. “Ora dimmi perché sei rimasto sconvolto nell’aver scoperto che lavoro per Edward Cullen, o meglio lavoravo.”
“Io e Edward ci conosciamo da quando portavamo il pannolone, abbiamo frequentato tutte le scuole insieme, anche il liceo. La sua famiglia è stata la mia famiglia per qualche tempo e viceversa, poi le cose sono cambiate velocemente e Edward è cambiato insieme a tutto l’ambiente circostante. Non lo riconoscevo più e non avevo voglia di stare in sua compagnia, anche se non l’ho mai abbandonato. C’erano giorni buoni e giorni meno buoni. Comunque andava non mi piaceva la persona che aveva deciso di diventare. Le nostre strade si sono divise dopo il college. Anche se, da coglione quale sono, continuo a interessarmi alla sua vita.”
“Capisco. Quindi sei rimasto sorpreso perché…?”
“Perché conosco la sua azienda, conosco molte persone che ci lavorano e conosco anche la sua filosofia professionale. Mia sorella lavora a stretto contatto con Edward, la conoscerai senza dubbio. Rosalie Hale.”
Il nome è come un fulmine che mi colpisce. E’ impossibile non conoscerla. La socia di Edward, nonché capo del settore di ricerca e sviluppo.
“Ecco! Dicevo io di aver già sentito il tuo nome. Jasper Hale, fai parte delle fotografie appese nello studio privato di tua sorella.”
“Sì, è una novità anche per me. Rosalie e Edward sono sempre state due persone diverse, agli antipodi quasi. Quando uscivamo in compagnia non si potevano vedere. Quando frequentava casa mia, Rosalie si chiudeva in stanza dopo aver fatto qualche battutina pungente. Si odiavano. Poi il destino li ha uniti. Non so bene cosa sia stato, ma Rosalie è la persona perfetta per essere socia di uno come Edward.”
“Sì, hai perfettamente ragione.” Scoppio a ridere pensando a tutte le riunioni a cui ho partecipato insieme a quei due. Dire che sono divertenti nella stessa stanza è davvero il minimo.
“Cosa ti ha portato a lavorare per Cullen?”
“Ci sono progetti di tirocinio validi nel Paese, davvero dico! Ma la società di tua sorella e Cullen offre un rimborso spese più alto, una prospettiva di assunzione alla fine del periodo di tirocinio e un’assistenza in termini di risorse, materiale e personale durante la tesi da fare impallidire il resto delle società.”
“Capisco. Rosalie mi ha parlato spesso di voi tirocinanti!”
“Immagino!” Rido di nuovo. “Non ci ha mai potuti sopportare, a dir la verità. Quando ci vedeva nei corridoi ad attendere di fronte alla porta della riunione ridacchiava prendendoci per i fondelli con qualche battutaccia sulla nostra inettitudine!”
“Sì, mia sorella può essere davvero una stronza certe volte!”
“Oh, stronza no! E’ solo sincera. Dice qualsiasi cosa le passa per la testa senza curarsi di chi ha di fronte e dei sentimenti altrui. E’ così che si è creata la sua strada nella vita. Ci posso scommettere!”
“In realtà… non è andata proprio così. Cullen e Rosalie hanno accumulato esperienze di vita comuni che li hanno resi come sono. Non è solo la sua lingua tagliente!”
“Capisco. Oh guarda, siamo arrivati!”
Aspetto che l’agente Hale parcheggi la volante, un’auto per niente appariscente devo dire. Tutti i colleghi della hall inizieranno a sparlare e a far girare voci sul motivo per cui una volante della polizia mi sta accompagnando sul luogo di lavoro, o quello che era per lo meno.
“Pronta signorina Swan?”
“Sono nata pronta, agente Hale!” Sghignazziamo e devo ammetterlo, non credevo che fosse così simpatico fino a qualche ora fa.

Passo il tesserino magnetico di riconoscimento e la porta a vetri si apre rivelandoci una decina di persone che smettono di chiacchierare proprio nel momento in cui entro nello stabile, seguita da un agente di polizia. L’unico che si fa gli affari suoi è il capo portiere, Joe, un uomo sulla cinquantina, di colore, con qualche ciuffo di capelli bianco che non copre con la tinta perché ama mostrare a tutti la sua età e la sua esperienza.
“Signorina Swan!”
“Joe, quante volte ti ho detto di chiamarmi Bella?”
“Siamo sul luogo di lavoro, eseguo solamente le direttive! Come sta stamani?”
“Poteva andare meglio! E tu Joe?”
“A meraviglia! Ho saputo che mia figlia arriva venerdì sera da Seattle e non vedo l’ora di riabbracciarla. Dobbiamo assolutamente incontrarci per un caffè, voglio presentartela!”
“Certamente! Senti Joe, questo è l’agente Hale.” Strabuzza gli occhi al solo sentire il suo nome. “Se te lo stai chiedendo, sì è il fratello di Rosalie Hale.” Ridacchio ancora incredula. “Mi servirebbe un pass visitatore per lui, ha deciso di aiutarmi a prendere le mie cose.” Faccio l’occhiolino all’agente Hale che mi regala un grande sorriso e che sembra a suo agio in ogni situazione, persino all’interno di uno stabile in cui tutti ci lanciano occhiate curiose.
“Certamente. Devo annunciare il vostro arrivo ad Alice, in ogni caso.”
“Certo. Certo. So qual è la prassi Joe, lo farai mentre saliamo con l’ascensore.” Dico afferrando il pass per il mio accompagnatore e passandoglielo mentre avanziamo verso gli ascensori.
“Aspetta Bella!” Mi volto sorridendo, finalmente! “Hai detto che devi raccogliere le tue cose?”
“Il grande capo mi ha licenziata perché ho accumulato un po’ di ritardo stamattina. Non ha voluto sentire le mie ragioni, comunque ha tutti i diritti di fare una cosa del genere, avrei dovuto fare più attenzione io. Ma non preoccuparti, ci vedremo lo stesso.” Regalo una strizzata d’occhi anche a lui e mi incammino di nuovo.
“Allora, massima sicurezza in questo stabile, eh?”
“Circa nove mesi fa un pazzo è entrato con una pistola credendo che fosse una banca, gli uomini della sicurezza l’hanno fermato in tempo, ma due di loro sono rimasti feriti. Da quel giorno sono stati installati sistemi di sicurezza super tecnologici, sono state assunte nuove persone nella hall e chiunque debba salire negli uffici viene annunciato alla segretaria.”
“Questa Alice, giusto?”
“Sì, adesso la incontrerai, ti darà filo da torcere, vedrai!”
Quando passiamo le sbarre girevoli Nick della sicurezza ci avvicina.
“Agente deve consegnarmi la pistola e le manette.”
“Sta scherzando spero!”
“Assolutamente no. Norme di sicurezza!”
“Nick, l’agente Hale è a posto. Garantisco io per lui. Lascerà l’arma nel mio armadietto e la chiave la terrò all’interno del mio reggiseno!” Alza gli occhi e sghignazza come ogni volta che faccio una battuta, ma scuote la testa.
“Isabella, sai che non è così facile. Agente Hale, venga con me. Depositerà l’arma nel mio armadietto e poi sarà libero di seguire la signorina Swan negli uffici.”
“Cazzo! Mia sorella e Edward non scherzano in fatto di sicurezza!”
“Te l’ho detto. Questa società è una delle migliori per molti fattori.”
“E tu sei appena stata licenziata!”
“Grazie, agente Hale, senza di lei rischierei di dimenticarlo per qualche secondo!”
“Sei stata licenziata?” Nick si volta a guardarmi esterrefatto.
“Sono stata cacciata dal tirocinio Nick, non è la fine del mondo. Mi rimetterò in carreggiata e troverò un altro posto.”
“Oh Bella, se vuoi posso parlare con Mark delle risorse umane, magari ha qualche contatto che-“
“Grazie Nick, ma no. Ora muoviamoci. Ho uno scatolone da riempire e dei saluti da fare. Forza!” Trascino l’agente Hale per la manica della divisa e lo accompagno agli ascensori. Appoggio il mio tesserino sulla banda magnetica e le porte si aprono.
“Mia sorella non mi ha mai detto che per entrare nel suo ufficio si dovessero superare cinquecento barriere tecnologiche. Siamo sicuri che sia proprio necessario?”
“Jasper, stiamo parlando della società leader nel marketing, communication and media. Hai la vaga idea di cosa ci sia ai piani alti? La mente di ogni sacrosanto articolo pubblicitario, campagne da milioni di dollari, menti creative che lavorano giorno e notte su progetti che durano mesi e che… aspetta, che te lo dico a fare? Tua sorella ha creato questa società insieme ad uno dei tuoi migliori amici. Dovresti dirmi tu se ne vale la pena.” Incrocio le braccia sul petto e aspetto che l’ascensore giunga al piano richiesto. Jasper ridacchia e mi imita, appoggiandosi alla parete metallica.
Quando il plin dell’ascensore ci avvisa che siamo arrivati esco di corsa, mi fiondo al banco della reception dove Alice ci attende trepidante.
“Dannazione Bella!” Sbotta quando mi ha di fronte, scattando in piedi. “Ti rendi conto del casino in cui ti sei cacciata?”
“Si tesoro, me ne rendo conto. Tra te e l’agente Hale ne ho una chiara e precisa idea!”
“Agente Hale, mi consegni il distintivo per cortesia!”
“Che?”
“Norma di sicurezza, devo registrarla.”
“Signorina Swan, la prossima volta che qualcuno si offre per accompagnarla all’interno di una società con più misure di sicurezza di un carcere federale, si ricordi di avvisare il pio accompagnatore che dovrà essere denudato delle sue proprietà!”
Io e Alice scoppiamo a ridere fragorosamente e non posso fare a meno di scuotere la testa e alzare gli occhi al cielo.
“Jasper falla finita!”
“Aspetta, agente Hale? Hale, come Rosalie Hale? Sei il fratello del mio capo?”
“Si Alice, e la cosa simpatica è che Cullen era uno dei suoi migliori amici.”
“NO!”
“Sì”
“Okay, finitela! Diamoci una mossa!” Consegna il distintivo mentre Alice si rivolge a me sottovoce, ma comunque Jasper ci sente.
“Ti rendi conto che conosci il fratello di Rose? Me lo dici solo adesso? Avremmo potuto conoscere molti punti di debolezza con cui ricattarla. Stronza che sei!”
“Guarda che l’ho conosciuto stamattina. Mi ha portato in centrale perché ho lasciato la patente dentro il portafoglio che, guarda caso, non si trovava nella borsa! Comunque, la macchinetta del caffè che mi hai regalato è rotta. Stamattina ha tirato l’ultimo sbuffo. Caput. Nisba. Adios!”
“Per forza, era quella che aveva in casa mio padre, gliel’ho rubata circa un mese dopo che ci siamo conosciute, non sapevo cosa regalarti!”
“ALICE!”
“Signorine, possiamo darci una mossa per cortesia? Io ho un lavoro che mi attende!”
“Gne gne! Io ho un lavoro che mi attende! Gne gne! Se non fossi un agente di polizia ti pesterei il piede, Jasper Hale!” Ridacchia ma mi segue mentre ci avviamo all’ascensore interno.
“Un altro ascensore?”
“Questo è interno. Siamo passati da Alice solo perché ti registrasse, dobbiamo accedere agli altri piani attraverso questo.”
“Capisco. Comunque, stavo pensando, sono tutti sorpresi del fatto che ti abbiano licenziata, questo vuol dire che in tutto questo tempo non hai mai creato casini. Giusto?”
“Giusto. Sono sempre stata puntuale, efficiente, silenziosa, parlavo solo al momento opportuno. Ho fatto tutti gli straordinari che mi erano richiesti, talvolta restavo in ufficio fino alle dieci di sera. Ho fatto così tante fotocopie che potrei battere ogni record. Un anno e due mesi spesi a farmi il culo qui dentro, per poi non finire neppure il programma. E’ una presa per i fondelli, ma non importa. Errore mio. Sul contratto di tirocinio ci sono le clausole che permettono tutto ciò, anche per una cazzata. Hanno ragione e devo solo rimboccarmi le maniche e ricominciare dall’inizio.”
“L’hai presa con filosofia.”
“Come dovrei prenderla?” Gli sorrido mentre le porte del mio piano si aprono. Passo davanti ai miei colleghi tutti indaffarati nei loro minuscoli cubicoli e sorrido a quelli più coraggiosi che mi osservano con compassione. Tutti tirocinanti o personale a tempo determinato che vedono la realizzazione delle loro paure in me. Licenziamento. Licenziamento che potrebbe arrivare di punto in bianco, senza preavviso.

“Mi aspettavo più rumore!”
“La prima volta che sono entrata qui dentro mi aspettavo ci fosse gente che correva da una parte all’altra, che facesse le scale per fare prima, segretarie con tazze di caffè in ogni dove. Sono rimasta sconvolta come te dal silenzio e dalla calma di questo piano. Quindi mi sono detta, qualche piano sopra dovrà essere rumoroso. Eppure ogni piano è così. Regna la calma. Con la confusione rischi solo di sbagliare. Quando entri a far parte dello staff della Cullenhale ti danno alcuni punti da seguire che sono fondamentali. Il primo è la calma, il secondo è il silenzio, il terzo è la puntualità.” Ridacchio piano.
“Sono piacevolmente sorpreso. Ricordo quando mio cugino Stan perse il lavoro, fece una settimana di pianti isterici che nessuno riusciva a stoppare.”
“Ho imparato a non piangere tanto tempo fa, agente Hale.” Mormoro seria.
Arrivo alla mia scrivania e, come mi aspettavo, uno scatolone è già stato preparato sulla sedia. Comincio a raccogliere i miei effetti personali, veramente pochi, e i plichi di carte e appunti che avevo racimolato per la mia tesi. Ero orgogliosa di far parte di questo staff, ero soddisfatta del lavoro che stavo portando avanti e felice dell’opportunità che mi avevano dato. Ho fatto un errore. Ho perso ogni cosa. Di nuovo. Sospiro osservando la foto tra le mani. Chissà se mio padre sarà ugualmente orgoglioso di me?
“C’è altro che devi portar via?” Mi riscuoto dai miei pensieri, Jasper ha già liberato la scrivania e i cassetti. La scatola non si è neppure riempita. Infilo la foto dentro lo scatolone e accendo il computer.
“Devo salvare alcuni file personali dentro la pen-drive. Vuoi un caffè nel frattempo?”
“Volentieri.”
Passo la mia chiavetta a Jasper. “In fondo al corridoio c’è un distributore. Molly, la ragazza dei caffè questa settimana non c’è e solitamente fa il caffè Mark del nono quando manca, cosa che non ti consiglio affatto. Il distributore è molto meglio! Offro io, ovviamente!” Mi sorride e si incammina.
Salvo ogni file che mi interessa dentro il mio archivio, cancello tutto ciò che di mio c’è nel computer e poi cambio la foto di sfondo. Elimino la password che ho impostato, la cronologia internet, la cronologia file. Faccio una bella pulizia di tutta la mia roba e quando mi volto per infilare la mia pennetta nella borsa noto che Angela è seduta su un angolo della mia ex scrivania.
“Bella.”
“Angela.”
Ci guardiamo per qualche secondo, poi lei scuote la testa.
“Come diavolo è successo?”
Siamo amiche, questa è la parola fondamentale. Io, Angela, Alice, Emmett e Seth siamo un gruppo. Io ed Alice ci siamo incontrate per caso in un bar, qualche mese prima che cominciassi la mia esperienza alla Cullenhale. Tutti gli altri li ho conosciuti all’interno dell’azienda.  Ecco perché Angela mi guarda con quel dispiacere negli occhi che mi stringe il cuore. E’ il mio capo, la mia referente. E’ soprattutto mia amica. So che in questo momento è divisa in due, tra la professionalità è l’affetto che prova per me. So anche che se fossi nella sua posizione sarebbe uguale per me. Eppure è successo, e non possiamo farci nulla.
“E’ colpa mia!”
“Jasper!” Scuoto la testa sorpresa di sentire quella voce. “Piantala. Lo sappiamo bene che non è colpa tua.”
“D’accordo, non è solo colpa tua, è anche colpa mia! Meglio così!”
“Non ci sto capendo nulla.” Si intromette Angy.
“Stamattina sono uscita di casa senza portafoglio, ero in orario anche per prendermi un caffè da Starbucks. L’agente Hale mi ha fermata per un controllo, mi ha trovata senza patente, ho accumulato ritardo quando sono finita alla centrale di polizia.”
“Oh miseria! E la tua macchina?”
“E’ parcheggiata da qualche parte tra la sedicesima e… boh non mi ricordo Angela.”
“Perché non hai risposto alle chiamate?”
“Perché ero con la polizia. Ho risposto solo a quella del capo, perché non potevo fare a meno!”
“Se avessi risposto a me avrei potuto coprirti.”
“No, è responsabilità mia Angy, lo sai bene.”
“Testarda!”
“Devo fare qualcosa prima di andarmene?”
“Sì, Cullen e Hale ti aspettano nella sala riunioni bianca per farti firmare le carte del licenziamento. E, ti avviso prima che tu vada incontro al destino, stamattina Cullen ha un diavolo per capello. C’è stato un errore da qualche parte, non è riuscito a sistemarlo prima della riunione delle dieci, ha cercato il responsabile del guaio ma nessuno sa chi sia. Rosalie non è riuscita a calmarlo, non parliamo di Irina. L’ha fatto incazzare ancora di più quando ha preso un appuntamento a cavallo di un altro per questo pomeriggio. Hanno dovuto rivedere tutta l’agenda impegni due volte. Questo ha portato via tempo prezioso. Tu mancavi e alle nove avevate il briefing per quel tale, come si chiama-“
“Newton.”
“Sì, quello. Quindi siccome non c’eri ha dovuto spostare l’appuntamento a lunedì, ha trovato il tempo di chiamarti e licenziarti e poi ha assegnato il tuo lavoro… a sé stesso. Di conseguenza ha lavoro per circa quindici persone che gravano sulle sue spalle. Il tuo ritardo stamattina non ci voleva proprio. Non si fida a dare Newton a qualcun altro, dice che è un tipo particolare e che-“
“Sì, lo so bene. Ha voluto lavorare solo con me e Cullen, siamo riusciti a far accettare Thomàs solo per miracolo. Ma Thomàs ha finito il suo ruolo. Ero io che dovevo portare a termine il tutto. Newton è un pezzo grosso, ha investito non so quanti soldi negli ultimi tre anni in campagne pubblicitarie e questa doveva essere quella di punta per la nuova collezione. Con un ottimo lavoro ci avrebbe assunto come società esterna di marketing, in sostanza con il mio ritardo ho combinato un casino da milioni di dollari. Fantastico. Ci credo che Cullen mi abbia licenziata.”
“Sì, hai creato un circolo vizioso che si concluderà solo con ore e ore di straordinari e con l’esplosione della testa di Cullen!”
Jasper ride al nostro fiano e quando mi volto verso di lui smette immediatamente.
“Scusate è che… non avrei mai creduto che questo ambiente fosse così spassoso!”
“Già! Forza Hale, dobbiamo andare nella sala riunioni bianca, firmare qualche carta, incassare l’ultimo assegno della paga e poi tu, devi accompagnarmi alla macchina!”
“Per chi mi hai preso?”
“Siamo amici ormai, no?”
“E da quando?”
“Da quando mi hai portata in centrale nonostante io fossi in ritardo, facendomi perdere il posto di lavoro che tanto amavo, lasciandomi a piedi per strada a circa 6 miglia dall’auto, senza patente e senza un dollaro. Sì, siamo amici!”
“Aspetta, sei il fratello di Rosalie?”
“Sì. Comunque Isabella, io stavo svolgendo il mio lavoro, non potevo lasciarti-“
“Sì, sì, lo so. Lo so bene. Ma sta di fatto che ora mi trovo in una situazione incresciosa e necessito di un amico. E guarda un po’, ho deciso che questo amico debba essere tu!”
“Pazzesco!” Mi alzo dalla sedia e afferro la borsa e la mia scatola. Un anno e mezzo di lavoro racchiuso in quattro pezzi di cartone. “Fa impressione, vero?”
“Già.” Rispondo a Jasper mentre ci muoviamo per i corridoi fino ad arrivare all’ascensore.
“Bella!” Angela mi guarda dispiaciuta. “Ho fatto quello che ho potuto, mi ha fatto preparare le carte del licenziamento, la tua ultima busta paga, le clausole… ho fatto tutto io. Non avercela se vedi il mio nome tra le firme.”
“Lo so, Angy, lo so!”

Le porte dell’ascensore si chiudono e mi lascio andare ad un sospiro.
“E così… il tuo referente è una delle tue amiche!”
“Ci siamo conosciute qui. E’ una delle più care amiche che ho.”
“Anche Alice è tua amica, così come Joe, Nick, Robert e quella Antonietta che hai chiamato per dar da mangiare al tuo cane. Ti vogliono bene in tanti.”
“E’ un male?”
“Nessuno si aspettava che ti licenziassero, mi chiedo, c’è qualcosa che puoi fare per non finire in mezzo a una strada, giusto?”
“Ci sarebbe, ma non voglio farlo.”
“Perché?”
“Perché mi chiamo Isabella Swan e non sono una stronza.”
“Sai chi ha creato l’errore che ha messo in crisi Cullen, vero?”
“Sì, ma se parlo qualcun altro viene licenziato e, prima che me lo dici, so che in realtà potrei salvarmi il culo ma conoscendo Cullen non è detto che annulli il mio licenziamento.”
“Come fai a saperlo?”
“E’ capitato per caso di sentire delle voci. E’ un errore che gira da un po’ e ho fatto in tempo a fare qualche ricerca. Mi ha anche chiesto aiuto per sistemarlo ma non sapevo cosa fare senza domandare a Rosalie o Edward, così avrei messo in una situazione critica il poveretto e… un circolo vizioso insomma.”
“Isabella si tratta del tuo lavoro!” E’ un errore che i capi possono risolvere in una giornata, non amo fare la spia e sono certa che mi troverei comunque in mezzo a una strada.
“Non è solo il mio lavoro, è il lavoro di tante altre persone. Io posso ricominciare da domani o dopodomani, qualcun altro no. In più Cullen non annullerà mai il licenziamento, salvaguardo la paga di un ex collega.” Mi guarda come se avessi tre teste e poi sospira.
“D’accordo. Allora andiamo a firmare queste carte per il licenziamento.”

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