lunedì 12 ottobre 2015

Capitolo Due



**Note di Aly

Buongiorno a tutte! Anche se sono influenzata e mezza acciaccata vi regalo il capitolo anche oggi! Spero che chi legga abbia anche voglia di commentare, prima o poi!
Vi auguro buona lettura e, come sempre, buona giornata.
Un abbraccio.
Aly**



Camminare verso la sala riunioni bianca, quella in cui sono entrata per firmare il contratto di tirocinio, quella in cui abbiamo stabilito le mie mansioni, i miei progetti, quella in cui ho assistito alle riunioni interne in cui venivano aumentate le nostre page, distribuiti premi e riconoscimenti, mi lascia con l’amaro in bocca. Ci torno da perdente e non l’avrei mai creduto.
Busso e quando la voce dura e fredda di Cullen mi dice che posso entrare lascio la scatola a Jasper, uno sorriso mesto sul volto ed entro.
“Salve.” Appena lo vedo mi è chiaro che è una delle sue giornate no più dure degli ultimi tempi. Non alza la testa, con la presunzione di sapere chi ha di fronte, non mi degna neppure di uno sguardo e stringe una mano a pugno sul tavolo mentre con l’altra scorre alcuni documenti. Più lo guardo più mi verrebbe voglia di tirargli uno schiaffo.
“Prenda posto e cominci a firmare le carte che Irina le porterà, nel frattempo deve aggiornarmi sui progressi che ha fatto con il cliente Newton. Stamattina doveva essere presente alle nove in sala riunioni per un briefing con il cliente, ha mancato l’appuntamento, ha fatto ritardo con uno dei maggiori clienti che abbiamo acquisito. Per colpa sua ho dovuto spostare l’appuntamento, prendermi carico dell’intero pacchetto di lavoro e mi trovo con un’unità in meno a far mandare avanti la baracca. Spero almeno che il lavoro fatto fino ad ora valga la pena di essere portato avanti, o dovrò rimandare il termine previsto per la campagna pubblicitaria e ciò implicherà uno sconto sulla parcella del cliente.”
“Edward, datti una calmata!” Non avevo neppure notato Rosalie in piedi di fianco alla finestra, ho dato tutte le mie attenzioni a Mr Stronzo. Lei indossa una gonna stretta al ginocchio, calze trasparenti, camiciola azzurra di seta e tacchi alti. I capelli biondi sono raccolti in una coda bassa e alcuni ciuffi sapientemente portati dietro le orecchie. Trucco leggero, mai troppo abbondante, ma gli occhi sono sempre in risalto.
Mr Stronzo, invece, è ancora seduto al tavolo, fa finta di essere calmo ma i capelli sono in disordine, come se ci avesse passato le mani attraverso almeno un migliaio di volte; il nodo della cravatta maltrattato e lento, la giacca lievemente stropicciata attorno ai bottoni e sul colletto. Non capisco se sia così per il nervosismo o perché si sia dimenticato di farla stirare, propendo per la prima. Negli occhi una luce arrabbiata e disperata, le mani che non stanno ferme un secondo: scrivono velocemente cose al margine di alcuni fogli, battono messaggi alla velocità della luce sullo smartphone, afferrano la bottiglietta d’acqua per portarla alla bocca e il pugno si apre e si chiude nervosamente. Angela ha ragione, stamattina è peggio di molte altre giornate. E’ un uomo attraente, non c’è nulla da dire. E’ sempre vestito impeccabilmente, non è mai capitato, neppure durante gli straordinari del sabato pomeriggio o le urgenze della domenica, di vederlo in jeans, t-shirt e scarpe da tennis. Indossa sempre camicia, cravatta, giacca e pantaloni eleganti. Quelle scarpe che luccicano da quanto sono lucide e un’aria da boss che non si toglie mai, neppure durante la pausa pranzo. Nonostante tutti i trucchi che impiega per sembrare un boss imperturbabile, o le mosse astute di fronte a qualche cliente particolarmente attento al suo comportamento, è decisamente un pezzo di merda.
“Darmi una calmata? Non ti rendi conto in che guaio siamo, Rose!” Dire che sia incazzato è dir poco, e mi fa paura lo ammetto. Sentendo Angela non è solo colpa mia, ci sono altri casini in giro per gli uffici, lo capisco bene anche io che sono l’ultima ruota del carro qui dentro. Capisco quando è il caso di tenere la bocca chiusa e quando si deve parlare e capisco quando un uomo è infuriato per davvero o è solo un po’ adirato. Lui in questo istante supera tutti i limiti di incazzatura che ho potuto vedere negli anni. E sembra non sapere come gestire le cose. Questo mi stupisce. Ho sempre ammirato il suo saper affrontare ogni cazzata, ogni guaio, ogni cratere posizionato sul percorso.
“Certo che me ne rendo conto e, anche se non lo pensi in questo momento, sono certa che non sia solo colpa della signorina Swan. Checché tu dica ora. Ha fatto ritardo. Non si è presentata al briefing, non ha avvisato. Concordo che queste siano motivazioni più che valide per un rimprovero, straordinari non pagati e una bella lavata di capo ma non è un motivo valido per licenziarla.”
“Ti ricordo che hai licenziato quel Nicholas per molto meno, Rose!”
“Stiamo facendo una gara? E’ questo Edward?” Lo guarda dritto negli occhi e mi sembra quasi di vedere le scintille rosse attorno a quei due.
“No, stiamo parlando di lavoro. Stiamo affrontando un guaio dopo l’altro, non riusciamo più a stare dietro ai tirocinanti e questi fanno ciò che gli pare, arrivano quando vogliono e lavorano meno del previsto.”
Resto con lo sguardo fisso sulle carte di fronte a me, Irina è entrata in un momento della discussione e non me ne sono neanche accorta. Sento uno sbuffo e un sospiro prolungato e i tacchetti che si muovono sul parquet verso il tavolo della riunione.
“Edward capisco la situazione, come potrei non capire? Mi hai chiamato nel bel mezzo della notte perché non ti quadravano certe disposizioni e certi ordini. Lo capisco davvero e solitamente sarei io la più furiosa ma, ammettiamolo, questa non è la tua mattinata gioiosa e stai piantando un caos che fa impallidire il big bang. Quindi c’è bisogno di qualcuno che sia calmo, tranquillo, riposato e con il sangue freddo per risolvere i casini che fai quando hai queste giornate. Santo Dio! Vatti a prendere una camomilla e rilassati nel tuo studio, parlerò io con la signorina Swan e verremo a capo del progetto, poi ti passerò ogni cosa.”
“No, finché non firma il licenziamento sotto ai miei occhi non me ne vado.”
Okay. Che diavolo ho fatto? E’ una decisione che covava già da un po’, non devo racchiudere la motivazione solo al ritardo di questa mattina, devo aver fatto qualche errore lungo il percorso. Deve esserci altro, non si accanirebbe mai così tanto solo per un ritardo. Devo aver fatto un altro errore, più grosso. Sì, ma quale? Oppure sta semplicemente mettendo in mostra tutta la sua stronzaggine. Mi schiarisco la voce, sono un po’ stanca di starmene qui a guardare il loro botta-risposta senza avere voce in capitolo, senza potermi difendere o dare la motivazione del mio ritardo.
“Firmo, non si preoccupi signor Cullen, però posso sapere prima se la motivazione è da circoscrivere al ritardo di questa mattina e a tutti i guai che sono sorti di conseguenza o ad altre motivazioni che al momento mi sono sconosciute?”
Rosalie mi guarda con un sorriso soddisfatto per poi incrociare le braccia sul petto e rivolgere lo stesso sorriso a Cullen. Lui, dal canto suo, mi osserva con un’aria incazzata, ma tace.
Il silenzio si protrae per numerosi minuti.
Il silenzio mi fischia nelle orecchie e mi risponde al posto suo.
Non ci sono altre motivazioni, se no avrebbe preso la parola e avrebbe iniziato a snocciolare tutte le mie incompetenze.
Mi schiarisco la voce e prendo in mano la penna firmando il primo foglio dei molti che ho di fronte.
“Quindi l’unica motivazione per la mia esclusione dal tirocinio, dai progetti e quindi il mio licenziamento è solo il ritardo di questa mattina. Unico ritardo in un anno e due mesi in cui sono stata all’interno della vostra azienda, nonostante tutti gli straordinari non pagati che ho effettuato , nonostante tutta la disponibilità che ho messo al servizio di ogni progetto, anche se non mi apparteneva. D’accordo. Giusto per curiosità, al tizio che vi ha creato l’errore che vi siete trovati questa mattina, quando scoprirete chi è, lo lapiderete?” La risatina di Rosalie mi fa nascere un sorriso, anche se non ho nulla per cui ridere. Cullen protrae il suo silenzio, la mia provocazione pare non l’abbia minimamente toccato.
Firmo l’ultimo foglio con un sospiro.
Sono fuori.
Proprio come la macchina del caffè di casa mia questa mattina.
Mi sono giocata la carriera. Devo ricominciare tutto daccapo, ripresentare le carte e candidarmi per altre aziende, continuare il tirocinio da qualche altra parte, sperando che possa mantenere lo stesso argomento della tesi, sperando che il docente relatore non abbia qualcosa da ridire.
“Non farei tanto del sarcasmo fossi in lei, signorina Swan.” Mr Stronzo parla distraendomi dai miei piani per il futuro imminente e, lo ammetto, lui che risponde in questo modo non fa altro che farmi incazzare. I miei genitori mi hanno insegnato l’educazione e mi hanno imposto di camminare sempre a testa alta, senza nascondermi.
“Perché nascondere la mia vera natura? Mi devo preoccupare di essere licenziata? Ops, ho appena firmato le carte che mi sbattono fuori! Non ho motivo di mantenermi pacata!” Sorrido sarcastica mentre mi alzo. Noto un sorriso vittorioso sul volto di Rosalie mentre Irina sbianca dopo la mia risposta. Non avevo neppure notato che stava in disparte nella sala. “Vado a prendere dalla mia scatola i fogli che avrei portato al briefing questa mattina, signor Cullen. Con permesso.”
Mi dirigo alla porta, la apro e prendo un colpo quando vedo che Jasper è appoggiato alla parete che mi aspetta con uno sguardo dispiaciuto.
“Mi serve la scatola.” Dico a voce bassa ignorando il suo sguardo dispiaciuto.
“La porto dentro io.” I miei occhi indignati parlano per me, ma non posso fare a meno di aprire la bocca.
“Oh no, no, no, no! Non ci pensare agente!”
“Ma-“ Lo interrompo subito.
“Ma un corno! Stamattina non eri così dispiaciuto quando mi hai trascinato in centrale facendomi perdere il posto di lavoro. Dammi quella scatola, ora!” Dico ancora a bassa voce.
Immagino cosa devo sembrare agli occhi di quei tre là dentro. Io affacciata per metà sul corridoio a sussurrare piano verso qualcuno o qualcosa che loro di certo non vedono. Se non mi credevano pazza prima, ora ne hanno la conferma.
“Ti ammanetto se non la pianti!” Mi lancia uno sguardo arrabbiato e con una spallata mi sposta entrando nella stanza. Sbuffo sperando che non succeda il finimondo.
“JASPER?”
“JASPER!” Le due voci dei capi si sormontano tra loro e io ho solo voglia di scomparire. Mi passo una mano sulla fronte ripetute volte, devo avere un bel colore rossiccio adesso.
“Edward, Rosalie, buongiorno!” Saluta Hale in tutta tranquillità.
“Che diavolo ci fai tu qui?” Chiede sua sorella guardandolo confuso.
“Ho accompagnato la signorina Swan a ritirare le sue cose!”
“Vi conoscete?” Domanda ancora Rosalie. Jasper non ha ancora appoggiato la mia scatola sul tavolo, così devo strappargliela dalle mani e mi becco una linguaccia. E’ la giornata dei bambini oggi.
“Stamattina ho fermato Isabella mentre veniva al lavoro, ha perso il portafoglio e l’ho trovata a guidare senza patente, solo perché aveva la patente nel portafoglio che non trova più. Ho dovuto trascinarla in centrale nonostante lei mi avesse detto che era in ritardo per il lavoro. Quando ha ricevuto la chiamata di Edward era nell’ufficio multe e mi sono offerto di darle una mano. Mi sentivo in colpa, così eccomi qui.”
“Ti senti in colpa?” Sbotto guardandolo con gli occhi sgranati, si stringe nelle spalle in risposta ed io scoppio a ridere. “Tu sei fuori! Ci siamo conosciuti stamattina, come fai a sentirti in colpa per questo. Dio!” Appoggio la cartellina di fronte al signor Cullen e respiro a fondo. “La prima pagina è un riassunto del punto della situazione, in seconda pagina è presente una scaletta, terza pagina una mappa delle idee. Il resto della dispensa è formata dai dettagli e dall’idea di sviluppo approfondita. Non avrà sicuramente problemi a continuare e portare a termine il progetto con queste indicazioni. Se permette, terrei una copia anche io.”
“Certo signorina Swan, faccia pure.” La freddezza e il gelo nella voce mi ricordano che non è un incubo ma vita vera. Se fosse stato un sogno Edward avrebbe alzato gli occhi su di me, avrebbe sorriso e mi avrebbe detto che avevo fatto un lavoro impeccabile e non poteva perdere un elemento come me nel gruppo. Peccato che mi aveva appena licenziata. Realtà, Bella, realtà!
“Bene. Jasper prendi la scatola e andiamo. Signori è stato un piacere lavorare con voi, grazie dell’opportunità che mi avete dato. Arrivederci.” Educazione, rispetto, calma e tranquillità. Stringo la mano a Rosalie e poi al signor Cullen e giro sui tacchi. Jasper se ne sta con le braccia incrociate a fissare Edward. Cerco di smuoverlo tirandolo per la manica della divisa, ma è irremovibile. Non mi sono accorta prima di quanti muscoli nascosti abbia sotto questa camicia azzurrina, ma devo ammettere che è un ragazzo bello possente.
“Non pensavo fossi un tale stronzo!” Mi rimangio le parole, un bambino possente.
“Oh andiamo, Jasper!” Me ne esco dandomi una manata sulla fronte. E’ chiaro che si sta rivolgendo a Edward con tutta l’indignazione che prova ora.
“Come scusa?”
“Hai capito bene!”
“Jasper non vengo nel tuo ufficio a dirti come devi fare il tuo lavoro, sei pregato di fare altrettanto.” Sempre il solito gelo nella voce, anche con una persona che conosce da una vita.
“Non sono venuto qui a dirti come fare il tuo lavoro, idiota. Sono venuto qui a dirti come devi vivere, perché è evidente che non lo sai.” Rimango pietrificata e sono pronta a vedere schizzare sangue ovunque. Questi due si prenderanno a pugni qui dentro, imbratteranno i muri di sangue e io mi pietrificherò per terra gridando di smetterla. Edward si alza in piedi, con entrambe le mani appoggiate al tavolo strette in un pugno.
“Fuori di qui!” Urla.
“Edward, calmati!” Gli dice Rose tirandolo per un braccio.
Come ho detto, bambini, entrambi.
“Sì, è il caso che ti dai una calmata. Ha solo fatto un po’ di ritardo, giustificato per altro.”
“Chi sei, il suo ragazzo?”
“No, sono quello che ti spacca il culo se la licenzi.”
“Beh svegliati, l’ho appena fatto.” Lo scambio di battute mi disarma e mi lascia esterrefatta. Non ho mai avuto nessuno che mi difendesse, me la sono sempre cavata da sola nella vita. La mia famiglia mi ha cresciuta indipendente, proprio perché non avessi bisogno di nessuno. Ora invece, un biondino rappresentante della legge, il quale mi ha fatto perdere il lavoro, sta facendo un bordello perché mi riassumano. E’ pazzesco e sconcertante, sono senza parole.
“Jasper, davvero non c’è bisogno di fare tutta questa scena. La questione si è già risolta. Andiamo per favore.”
“Ma-”
“Ma niente. Sono stata licenziata, capita!”
“Non è giusto!” Jasper mi guarda dispiaciuto e il mio unico pensiero è: ci potevi pensare prima, agente.
“Vai a piangere da mamma!” E’ la risposta di Cullen. Sto per trascinare Jasper fuori dalla sala quando Rosalie sbatte qualcosa sul tavolo con forza.
“Ora basta!” Guarda alternativamente Edward e suo fratello e pare che il fumo le venga fuori da ogni poro della pelle. “Mi avete rotto. Sembra di avere a che fare con dei bambini. Con voi due è così da anni, finitela!” Applaudirei se avessi le mani libere e se non rischiassi di essere arrostita dal suo sguardo infuocato.
“E’ lui che ha cominciato!”
“Io? Ma se hai licenziato Isabella perché ha fatto ritardo una sola, dannatissima, volta. Per giunta perché io l’ho fermata! Era puntualissima prima che mi intromettessi sulla sua strada.”
“Oh andiamo, se viaggiava senza patente era giusto che le facessi la multa, come ogni altro cittadino.”
“Certo, ho svolto il mio lavoro in modo professionale, io!”
“Perché io no? Non mi conosci neanche!” Rosalie sta per intervenire una seconda volta, lo noto da come le tremano le mani.
“Tu credi?” Mormora Jasper zittendo tutti quanti. La stanza si fa improvvisamente silenziosa, non vola una mosca e il mormorio di Jasper riecheggia tra le pareti. Nonostante fosse un sussurro tutti i presenti l’hanno udito, soprattutto Cullen. Edward si avvicina alla finestra e smette di parlare, smette di essere presente nella sala, passa solo le mani tra i suoi capelli e li tira, temo che possa strapparseli dalla testa. Rosalie guarda il fratello ammonendolo con lo sguardo, io non posso fare altro che stare in disparte a guardare tutto in silenzio, senza intervenire. Non si parla più del mio licenziamento, c’è altro in gioco.
“Abbiamo capito tutti che ci sono vecchi dissapori, ora fatela finita. Jasper ci vediamo stasera a cena da mamma e papà, Edward fra dieci minuti ti voglio nel mio ufficio, vai a darti una sciacquata alla faccia e a schiarirti le idee. Quanto a te, Isabella, vorrei che ti fermassi un secondo.”

Quando esco dalla sala riunioni, con un peso in meno sulle spalle, respiro a pieni polmoni.
Trovo Jasper di fianco alla porta ad aspettarmi, mi ruba la scatola dalle mani e si avvia verso l’ascensore.
“Okay, che cavolo è successo lì dentro?”
“Niente.”
“Sì, certo, ed io sono Babbo Natale!”
“Sono stato buono quest’anno, portami tanti regali!” Come faccia ad aver voglia di scherzare, dopo uno scontro del genere, non lo capisco.
“Scemo! Avanti, perché hai preso le mie difese?”
“E’ colpa mia se hai fatto tardi e mi sembrava doveroso.”
“Se dovesse mai succedere una seconda volta, non farlo mai più. Qualsiasi cosa succeda non difendermi mai più. Sono cresciuta in mezzo ai boschi, ho imparato a sparare quando avevo sei anni e mio padre mi portava alle giostre della festa di paese. La pistola era più grande delle mie mani. Ero temuta da qualunque bulletto del mio liceo. Non ho bisogno di essere difesa.” Dico puntandogli il dito sul petto mentre siamo in ascensore.
“Chiaro!” Sembra impaurito dal mio scatto di frustrazione, ma lo nasconde bene, il poliziotto.
“Bene. Ora scendiamo e andiamocene.”
“Non vuoi salutare?”
“No, se dovessero perdere tempo Edward sarebbe capace di licenziare ogni persona dello staff, oggi.”
Alice allunga al mio accompagnatore la fotocopia della presenza, con tanto di occhiolino, e si rivolge a me.
“Stasera, nove e quindici minuti spaccati, passiamo da te con pizza e dessert.”
“Alice!”
“Nessuna scusa, metti in ordine il caos che hai in casa e prepara qualche birra, anche se conoscendo Seth ed Emmett faranno la scorta!”
“Va bene, ma che nessuno si azzardi ad addormentarsi sul mio divano o sul mio letto, perché questa volta vi faccio fuori!” Mi guarda scioccata.
“Hai un rappresentate della legge al tuo fianco, poi non dire che non ha le prove per incriminarti!”
“Stronza!”
“A stasera Bella, sii puntuale!” Le lancio un’occhiataccia, è casa mia, come posso non essere puntuale? Ignoro la frecciatina riguardo a questa mattinata surreale ed entro in ascensore.
Scendiamo ancora, fino alla hall, entriamo con Nick nello stanzino e Jasper apre l’armadietto per prendere arma e manette, salutiamo Joe, poi entriamo in macchina.
“Grande festa a casa tua stasera!” Ridacchia.
“Già, vuoi essere dei nostri?”
“Ho una cena di famiglia, stasera, ma se riesco a liberarmi presto potrei fare un salto, se non disturbo.”
“Assolutamente no, ti lascio il mio indirizzo.” Cerco un foglio dentro la borsa e mi rendo conto di avere ancora la chiavetta del distributore automatico e il tesserino d’accesso da consegnare. Che pirla che sono. Scrivo il mio indirizzo in un foglietto e lo infilo nel taschino della camicia di Jasper. “Devo ringraziarti per essere venuto con me oggi, anche se tutta quella scena era pressoché inutile.”
“Mi sento in colpa, te l’ho detto.” Di nuovo si stringe nelle spalle.
“Ed io ti ho detto che non devi.”
“Va bene, chiudiamola qui. Siamo arrivati!”
“Bene. Allora ci vediamo questa sera se riesci a passare da me.”
“Certo. A stasera!”
“Ciao Jasper!” Mi saluta con un cenno della mano e io mi avvio verso la macchina. Carico la mia scatola nel sedile passeggero e me ne torno a casa. Quando salgo nel mio appartamento Poppy mi fa le feste, mi prendo qualche minuto da dedicargli, gli chiedo scusa per non essere stata attenta questa mattina e poi mi dirigo in camera, sulla scrivania metto a posto tutte le cose portate dall’ufficio e dentro ad un cassetto infilo le dispense e gli appunti per la tesi.
Si ricomincia, dall’inizio.
Ancora una volta.

Sono le dieci e quarantatre quando il citofono emette quel ronzio fastidioso. “Chi è?” Rispondo controvoglia. Con gli altri mi sto divertendo come una pazza, spero non sia uno scocciatore qualunque che voglia rompere le palle.
“Jasper!” Gli apro, mi ero scordata che sarebbe passato, attendo che salga le scale o che sbuchi dall’ascensore e quando il suo viso fa capolino dalla rampa di scale sorrido.
“Agente, è bello averla tra noi!” Ridacchia e mi mostra una cassa di birra.
“Mi hanno detto che c’è una festa!”
“Hai portato le birre, sei il benvenuto! Entra!” Mi sposto per farlo entrare e la sala ammutolisce. Il mio appartamento non è grande, sarebbe meglio dire che è un vero e proprio buco. La sala da pranzo, il salotto e la cucina formano un’unica stanza rettangolare, nel momento in cui si apre il tavolo rotondo del salotto nessuno può sedersi sul divano e guardare la televisione, perché chi sta seduto al tavolo copre la visuale. C’è un terrazzino minuscolo alla fine della parete, giusto per tenere un vaso di fiori e rendere la mia casa più vissuta. Il bagno è davvero piccolo, con una doccia in cui si fa fatica a starci in uno senza sbattere addosso al porta sapone o alla maniglia dell’acqua. La camera da letto è vivibile, nonostante la presenza dell’armadio, della scrivania e del comò lo spazio per girarsi c’è ed è abbastanza. Anche la camera da letto ha un terrazzino, questo leggermente più grande, due persone in piedi ci stanno comodamente a guardare il paesaggio. La stanza più bella è senza dubbio la lavanderia. Quando ho dovuto sostituire la lavatrice non ci passava neppure per la porta e gli addetti al montaggio di quella nuova hanno dovuto lavorare uno alla volta in punta di piedi per poterci arrivare. C’è la lavatrice, un asse da stiro a discesa, attaccata al muro, uno stendibiancheria attaccato al muro sopra la lavatrice, così alto che ci devo arrivare con una scaletta da tre scalini, e un piccolo cesto dei panni. Quando ci entro mi viene la claustrofobia. La fortuna è che se ci sei dentro, la porta non si può chiudere.
“Una casa niente male!”
“Oh agente, non prendermi in giro! E’ un buco!”
“Veramente lo trovo davvero carino, almeno è ordinato. Dovresti vedere casa mia. E’ piccola quanto la tua, senza la possibilità di aprire il tavolo, ma il caos rende tutto ancora più piccolo!” Rido e mi avvio con le presentazioni. Alice lo guarda malamente ma lo saluta ed Angela gli rivolge appena un cenno. Gli faccio posto sulla tavola, e gli prendo un bicchiere dalla credenza, poi prendo una delle sedie pieghevoli che tengo in un angolo tra la cucina e il muro e la apro per lui.
“Ecco qui, sei arrivato giusto giusto per il dolce! Angela ha portato una torta della pasticceria in fondo alla strada. E’ da leccarsi i baffi.”
“All’agente Hale niente torta!”
“Alice, piantala!”
“No dico sul serio. E’ colpa sua se ti ritrovi senza lavoro!”
“Smettetela ragazze! Cullen mi avrebbe licenziato comunque. Oggi non era giornata. Ora tagliate la torta e servitela. Devo riempire la ciotola di Poppy!”
Il resto della serata passa in allegria. Jasper si rivela davvero simpatico, alla mano e fa meno paura di quando indossa la divisa. Alla fine sia Angela che Alice hanno sotterrato i dissapori e hanno preso a parlargli normalmente. Più o meno, se di normalità si può parlare con quelle due.
Non abbiamo guardato l’orologio per molto tempo fino a quando il telefono di Jasper non prende a suonare.
“Scusate, un’emergenza!”
“Andiamo via tutti, è quasi l’una di notte e domattina il capo ci fa fuori tutti se non ci muoviamo ad andare a letto.”
Jasper è il primo ad andarsene, scusandosi per non poter sistemare, poi è il tempo di tutti gli altri che insisto perché se ne vadano senza alzare un dito. Io domattina non devo andare al lavoro, la loro sveglia suona presto.
Quando mi infilo sotto le coperte mille pensieri mi affollano la mente.
Sono stata licenziata.
Non ho uno stipendio, non ho un’occupazione, sono fuori dal tirocinio. Ciò vuol dire che se non trovo presto qualcosa di diverso sarò costretta a fare la cameriera a vita e a gettare al vento anni ed anni di studi. Non parlo neppure dell’orgoglio che dovrò seppellire sotto metri e metri di terra, né dell’opinione che si farà di me mia madre. Una debole. Una scansafatiche. Una che non è stata neppure in grado di terminare gli studi.
Ho rivisto Robert. Erano anni che non lo vedevo, anni che biascicavo qualche parola al telefono senza approfondire. Mia madre lo sentiva regolarmente, l’ha sempre informato di ogni nostro passo, ogni novità. Io ad un certo punto mi sono rifiutata di rispondere a tutte le sue numerosissime chiamate.
Ho tagliato i fili, ho tagliato ogni legame con il passato, ho chiuso tutto in un cassetto e non avevo intenzione di riaprirlo mai più. Poi oggi un ragazzino mi porta in centrale e lo rivedo. Anni ed anni passati in sua compagnia mi sono volati davanti agli occhi, ricordandomi perché trovavo così amorevole quell’uomo.
Poppy sale sul letto e con il musino si accoccola sul mio stomaco, muove la sua testa su e giù come per coccolarmi. Poppy, forse l’unico essere umano che non deludo sei tu.
Mi addormento solo verso le prime ore dell’alba, triste, malinconica, delusa da me stessa.


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